Mark T. James.
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La gioia di correre in salita.
Come un cane nero ha illuminato ogni cosa.
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2022. FullDay Editrice, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Black correva, e se aveva dei pensieri dovevano essere allegri. Guardandolo, mi prese una smodata voglia di correre anch'io: la volevo a tutti i costi quella leggerezza che vedevo in lui.
A volerla racchiudere in un'immagine, la vita di Mark  una grande pianura assolata. Un lavoro da broker ben pagato,
una bella casa a Londra, una lunga relazione, anche quella piatta, con Susan e una prospettiva di carriera tutta in discesa. Una vita al riparo da qualsiasi imprevisto. Non ricorda un passo in salita, Mark, nemmeno per passeggiare. Ma un giorno, un velo nero lo avvolge e tutta la sua sicurezza si infrange come un vetro. Anche il suo rapporto con Susan si incrina e, in preda a una crisi che non ha visto arrivare, Mark decide di prendersi una pausa. Trascinato dal suo amico Nic, si trasferisce in Italia, nelle Langhe piemontesi, terra di tutto ci che non ricorda pi: piccoli borghi, ritmi lenti, buon vino, un paesaggio che invita a guardarsi dentro. E salite, tante salite, che tolgono letteralmente il fiato. Mentre Mark, sempre pi spaesato, dispera ormai di ritrovare se stesso, un nuovo ciclone si abbatte su di lui: Black, un giovane labrador nero che Nic gli affibbia in custodia. Pieno di energia e di voglia di esplorare, Black trascina un riluttante Mark in corse tra i vigneti e in affannosi saliscendi. Poco alla volta Mark comincia a rientrare in contatto con il proprio corpo e con la natura. E scopre con sorpresa che alla fatica di correre in salita corrisponde una gioia mai provata prima. E anche che Black, da impegno dovuto,  diventato la luce delle sue giornate. Cos, un giorno, decide di partire con lui per una nuova avventura...
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La gioia di correre in salita.
Come un cane nero ha illuminato ogni cosa.
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Prologo.
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Perch il giorno del mio trentaseiesimo compleanno, invece che in un famoso ristorante della City, mi ritrovo sul cocuzzolo che domina un orizzonte di vigne in un territorio chiamato Langhe, che fino a qualche mese fa non sapevo nemmeno collocare su una cartina geografica? Come mai accanto a me, invece della mia fidanzata Susan, c' un cane che mi guarda e scodinzola? Come mai io, Mark T. James, un metro e ottantaquattro di altezza, due lauree a Oxford, quarantasette di piede, mago dei computer, sono senza computer e porto un paio di scarpe rosse da running?
Mi trovo nell'unica piazza di Mombarcaro, sulla vetta delle Langhe, dove, sembra impossibile, c' un punto preciso da cui si vede il mare. Barche di pescatori liguri sono proprio qui sotto, ammesso che le distanze siano quelle del cuore e non dei chilometri reali. Da qui il paese prende il nome: dal monte e dai barcari. Mi alzo dalla panca ed eccolo laggi, lo vedo brillare tra le fronde degli alberi che il gelo e l'inverno hanno pelato. Scopro finalmente lo spicchio di mare, o forse solo il suo riverbero.  proprio l, e mi emoziono.
Mi guardo intorno e leggo il nome della piazza: Libert.
Mi viene da sorridere. Sono arrivato alla libert? Non lo so.
So solo che sono arrivato qui correndo, in salita.
Il cielo  terso, tersissimo. Si  alzato il vento, annuso l'aria, c' qualcosa di nuovo, un sentore di salmastro.  il mare che nel vento arriva fin quass, un salmastro che mi colma i polmoni mentre le raffiche si fanno pi forti. Mi rifugio nel bar deserto. Il cane si infila vicino a me sotto il tavolo. Il barista mi saluta sorridente, mi dice Ben arrivato, come se mi stesse aspettando.
Attraverso la vetrata mi arriva un po' di sole, e in quel gradito tepore rimango a godermi la gioia non solo fisica che mi regala ogni salita.
Chiedo un po' d'acqua e il barista mi serve anche un bicchiere di barolo.
Non  facile da spiegare e neanche da capire com' che sono finito nelle Langhe. C'entra quella specie di tarlo che sotto sotto mi aveva per anni roso il cuore? Eppure nella mia vita a Londra tutto sembrava andare a gonfie vele, tutto era facile, tutto era in discesa...
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Capitolo Uno.
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Ti dispiace cambiare per una volta?, Nic sosteneva che le novit nutrono, e che le abitudini svuotano, nel senso che a far sempre le stesse cose diventi un vuoto, un niente. Per me era il contrario: mi nutrivo di abitudini, aborrivo le novit eccetto quelle che scoprivo con il mio computer.
Cambiare che cosa?
Luogo e giorno della nostra passeggiata, un altro luogo e un altro giorno.
Il marted pomeriggio  l'unico momento in cui posso, sentivo vibrarmi in mano il cellulare. Gettai un'occhiata. Va be', niente di importante. E fermandomi accanto al monumento per Wellington davanti al quale passavamo ogni settimana: Mi dispiace di avere solo il marted, mi scusai. E poi Hyde Park  dietro casa mia, giusto due passi.
Al Saint James's ci sono gli scoiattoli. Prendi la moto e arrivi in un lampo.
Nic, in moto ci vado la domenica, lo sai, e gi mi vedevo in sella a filarmela da Londra nella solitudine della campagna dove, quando nessuno mi vedeva, mi levavo il casco per sentirmi la velocit sulla faccia. La mia motocicletta. Il mio destriero. Per descrivere la mia Brough Superior SS100 del 1928 mi ci vorrebbe un capitolo a parte, e per spiegare che cosa significhi per me dovrei mettere a nudo la mia anima.
Apparteneva al mio bisnonno. Le aveva dato un nome, Dolly, diceva che era la sua amante prediletta. Avevo su per gi undici anni quando mi disse che Dolly sarebbe stata mia e lo scrisse nel testamento. Poco tempo dopo mor e fu il pi grande dolore della mia vita. Quando mi sedetti per la prima volta sul sellino piansi come un vitello: era mia, ma a che terribile prezzo! Mi confortava tirare ogni giorno a lucido Dolly come mi aveva insegnato lui: la lustravo, la accendevo, la ascoltavo, la lusingavo, e lei, di rimando, pulsava di avventura.
Il bisnonno era stato amico per la pelle di Thomas Ed. Lawrence, l'archeologo, l'ufficiale dei Servizi segreti, quello chiamato Lawrence d'Arabia. Scorrazzavano insieme nelle campagne del Dorset, ognuno con la propria Brough Superior,
e spesso se le scambiavano, quella di Lawrence era di qualche anno prima. Anni di scorrazzate. Poi uno dei due ci  rimasto. Non il mio bisnonno, che poco dopo il funerale dell'amico si fece cattolico, unico in una famiglia di anglicani. Mi diceva che se con la moto vuoi correre devi correre di domenica perch cos sei protetto dagli angeli, quelli veri, quelli che vedi dipinti nelle chiese cattoliche. E io replicavo: per Lawrence  morto proprio di domenica. E lui mi rispondeva: appunto. Mah!
E intanto Nic: Allora, ci vieni in moto al Saint James's? Per una volta...
Nic, scusa, ma il marted non vado in moto e neanche gli altri giorni della settimana. In moto andavo solo alla domenica, era un mio rito, strettamente personale. E correvo. Come faceva il bisnonno.
Nic per non mollava l'osso: S, va bene, ma per una volta usa la moto un altro giorno, era tenace, capace di sfinirti, pur di convincerti. Gli scoiattoli, capisci? Gli alberi sono tutta un'altra cosa quando ci sono di mezzo gli scoiattoli, hanno altri profumi, altre foglie, altri venti, altre vibrazioni, e attacc una filippica sull'essenza dei boschi con scoiattoli, che assicurava molto pi ricchi di linfa vitale rispetto ai boschi senza scoiattoli.
Susan ne ha fotografato uno, due giorni fa. Mi ha mandato la foto, e non so come mi venne in mente di piazzargli il cellulare davanti al naso e di aggiungere annoiato. Eccolo qui. Contento adesso?
Non prendermi in giro, Nic gir sdegnoso la testa dall'altra parte. Io dico sul serio. Tra l'altro non sopportava che tenessi costantemente il cellulare in mano. Rimettitelo in tasca, quel coso. Quante volte te l'ho chiesto!
Tir dritto, senza pi aprire bocca. Si era offeso. Mi stupiva che si offendesse cos facilmente. Avevamo ripreso a camminare. In silenzio. Gli gettai un'occhiata: testa bassa, profilo umiliato di chi si sente messo all'angolo, lui, il famoso violinista richiesto dalle orchestre pi importanti di tutto il mondo.
Dai Nic... scherzavo!, cominciavo a pentirmi, non mostri uno scoiattolo sul cellulare al tuo pi caro amico convinto che un albero  pi albero se ospita un nido da scoiattoli.
Sono uno stronzo, scusami. Sai che gli alberi, gli scoiattoli e, insomma, la natura, non mi hanno mai detto un granch, non volevo prenderti in giro.
Figurati, borbott lui. Comunque s, sei proprio uno stronzo, un bello stronzo, e dopo un momento, fermandosi di nuovo e scrutandomi accigliato, come fossi un rigo musicale opera di un incompetente: Ma vorrei sapere... A te piace la vita che fai?
Che cosa intendi?
Intendo: dove vuoi arrivare, eh?
Io?
Guardati, Mark, Nic ridacchi sprezzante. Non sei neanche capace di rispondere.
Era un pomeriggio di fine inverno, il sole era pallido, ma io non me ne accorgevo, sentii una vibrazione in tasca, la mia risposta era tutta l, nel mio cellulare, nel mio computer, nella mia vita di broker: ero conosciuto come The Wolf, il lupo, come quello di Wall Street, e stavo per raggiungere l'apice del mio successo.
Me lo chiedevano in molti come facessi ad avere per amico uno come Nic Levin, senza alcun dubbio straordinario musicista, dicevano, ma di rara antipatia, uno di quelli che scovano all'istante la magagna in quello che dici e fai, e genericamente un rompiscatole di talento. Susan non lo sopportava e quando lo invitavo a cena a casa nostra accampava una serie di impegni di lavoro o un mal di testa da solitudine assoluta. Del resto neanche Nic stravedeva per Susan, diceva che era troppo snooty, altezzosa, e quando gliela presentai mi chiese, tirandomi da parte, se una cos, oltre che a letto, me la sarei portata in giro sulla mia moto. Gli avevo risposto che Susan non sarebbe mai salita su una moto e lui con il suo odioso sorrisetto aveva commentato: appunto!
La verit  che per me Nic  Nic, e basta. Dopo la morte del bisnonno, diciamo un mese dopo all'incirca, in classe capit un nuovo compagno, strabico, giallastro, tutt'altro che magro e con una smorfia di disgusto come se avesse appena messo un piede in una fogna. Nicholas Ul. Levin. Il professore ci inform che era una specie di genio matematico e, tanto per farcelo stare ancor pi simpatico, aggiunse che a undici anni e mezzo era gi un violinista eccezionale. Gli altri tentarono di bullizzarlo, ma fulminee gomitate, calci e ginocchiate chiarirono subito che Nic era anche campione di muay thai!
Me lo ritrovai compagno di banco. Per un buon mese non ci scambiammo una parola - ero noto come uno che per lo pi se ne sta zitto - non sapevo ancora che mia zia e suo padre erano colleghi all'universit e che mia zia gli spiattellava tutto quello che facevo o non facevo e che il padre spiattellava a sua volta tutto a Nic. Lui conosceva un sacco di cose di me, io di lui niente. Un mattino, durante la lezione di letteratura tedesca, Nic fece scivolare sotto i miei occhi un biglietto vergato con la sua calligrafia sbilenca: Quand' che la smetti di frignare per il tuo bisnonno?, poi un secondo biglietto: Non vorrai rimanere un mezzasega per sempre.
Sa il cielo perch, ma quelle parole valsero da balsamo: sotto la loro relativa brutalit riuscii a leggerci un inatteso interesse per me e per il dolore che mi stava schiacciando. A parte il bisnonno, qualcuno si era mai accorto che esistevo? Mi ci volle poco per non sentirmi pi l'ultimo dell'ultimissima fila e, con il sollievo di chi sta riprendendo a respirare, sul retro del primo biglietto scrissi: Ancora una settimana poi basta, e sul retro del secondo: No, per niente, e glieli passai entrambi, con la noncuranza che si ha per un vecchio compagno di strada.
Una settimana esatta dopo, Nic arriv a casa mia con un fascio di libri e di quaderni, annunci alla glaciale zia Daphne che sarebbe venuto ogni giorno a fare i compiti con me e, quando lei senza un commento ci volt le spalle per uscire dalla stanza, aggiunse un Dualte Hexe, vecchia strega, che zia Daphne finse di non sentire ma soprattutto di non capire pur essendo di madrelingua tedesca, cosa che Nic sapeva benissimo.
Da quel momento nella mia vita molte cose cambiarono. Per dirne una Nic riusc a farmi capire la matematica e i miei voti disastrosi si alzarono vertiginosamente mentre da parte mia riuscii a insegnargli come si studia la Storia, quella con la S maiuscola, che Nic, inspiegabilmente per me, trovava di una noia mortale.
Ogni tanto, di punto in bianco, Nic assumeva una certa aria inquisitoria e cominciava a fare domande che io stesso non mi ero mai rivolto, mi disorientava e spesso non avevo delle risposte. Cos accadde quel giorno.
Tu che cosa risponderesti al mio posto?
Al tuo posto?, e scroll la testa sorridendo bonario, neanche gli avessi fatto una domanda demenziale. Cio se fossi te? Altro sorrisetto condiscendente: Vuoi davvero che mi metta nei tuoi panni?
S, dai, bisognava volergli bene per non mandarlo a quel paese.
Se fossi in te progetterei di buttare alle ortiche il ruolo di quello che vive facile e ne sceglierei un altro...
Cio?, e subito sussultai perch qualcosa di caldo e molliccio si era avventato sulla mia gamba per poi stringerla in una morsa mugolando un daddy, daddy entusiasta.
Quanto poteva avere? Tre anni? Non lo so, non so niente di bambini io, ma mi chinai verso la cresta di capelli color carota che ondeggiava sotto di me. Su quella faccia tonda lessi il trionfo di chi ha acchiappato la sua preda farfugliando un daddy, daddy mentre dieci piccole dita di acciaio mi artigliavano la coscia.
Ma...
Ricambi il mio sorriso a denti stretti colando bolle di saliva, felice.
Daddy, daddy...
Scusate! Con molta calma, un ragazzone ci stava venendo incontro in calzoncini dalle toppe vistose e la scritta Sono stato io sulla maglietta. Rideva come un matto: Mi distraggo un attimo e il mio campione taglia la corda, vero Phil?, agguant il bambino, lo strinse al petto e tir indietro la testa per evitare che Phil gli infilasse le piccole dita negli occhi con un altrettanto entusiasta daddy, daddy.
Colpa della tua giacca da motociclista, e il tipo accenn a quella che avevo addosso, la mia  precisa identica alla tua, pass una mano sulla criniera del figlio, Lui  piccino e si confonde... Anche se la tua  pi vecchia della mia... Che moto hai?, lo chiese con accondiscendenza, come dando per scontato che al confronto della sua la mia non poteva essere che un catorcio.
Gli dissi il modello e lui smise di ridere: Caspita!, sibil tra i denti squadrandomi con diffidenza, come se mi fossi inventato una bugia. Si volt per andarsene mentre il bambino si sporgeva verso di me agitando una manina: bye daddy.
Mai capito perch ti metti quella vecchia giacca da moto anche quando non vai in moto, disse Nic avviandosi. O devo sospettare che passeresti le tue giornate in giro sulla tua Dolly invece che stare dieci ore al giorno inchiodato al computer?
Scrollai le spalle, zitto.
Dopo un po' attacc: Per era incantevole quel mocciosetto. Ti pare che Nic si perdesse la possibilit di fare un'annotazione sorniona?
Esattamente il figlio che uno vorrebbe, ribattei anticipandolo, avevo capito benissimo dove voleva andare a parare.
Davvero?, fece lui con piglio volutamente incredulo.
Come no!
E quel ragazzo?, insistette Nic garrulo. Mister sono stato io? Deve essere un bravo padre, ha fondato una famiglia... e hai visto?  molto pi giovane di noi, di te soprattutto.
Ti ricordo che tra te e me ci sono solo un paio di mesi di differenza.
Non ti piacerebbe avere un figlio? Che cosa gli insegneresti se avessi un bambino piccolo? Un irritante manipolatore, ecco cos'era Nic in quel momento. Allora? Che cosa insegneresti al tuo piccino?
La filosofia di Platone, suppongo, dissi serio.
Silenzio.
Oppure a giocare in borsa..., prosegu Nic sforzandosi di non ridere.
Raggiungemmo i cancelli, muti.
Senti un po', dissi infine, prima di salutarlo. C'era una domanda che continuava a frullarmi in testa: Non mi hai detto che cosa dovrei fare, secondo te, una volta buttato tutto alle ortiche.
Sono stufo di farti da mentore, mi rispose con tono scocciato. Pensaci da solo.
Ci salutammo con una certa freddezza. Succedeva ogni tanto con Nic. Non spesso, ma ogni tanto succedeva, ma la nostra amicizia poteva reggere questo e altro, lo sapevamo entrambi.
Tornai a casa a piedi, gi con la mente davanti al mio computer e concentrato sul lavoro che mi aspettava.
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Capitolo Due.
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Il marted era il giorno dedicato alla passeggiata con Nic, il mercoled, invece, era il giorno che Susan e io avevamo riservato per la cena etnica, ogni settimana una cena diversa, noi due da soli. La nostra cuoca le preparava con meticolosa precisione e le alternava, settimana dopo settimana, ricominciando ogni volta: vietnamita, indiana, giapponese... Il venerd uscivamo con i rispettivi colleghi d'ufficio mentre il sabato era riservato allo shopping e a qualche evento mondano. Il programma si concludeva la domenica sera, quando, alternativamente, andavamo a trovare, insieme, una volta zia Daphne e una volta i genitori di Susan. Impossibile unire le due situazioni, la zia e quella coppia di gaudenti erano del tutto incompatibili. Zia Daphne di loro diceva che erano due contadini arricchiti. I genitori di Susan dicevano della zia che era una bisbetica bacchettona e superba. Quando Susan mi aveva presentato ai suoi avevamo brindato con un Veuve Clicquot costato un patrimonio, quando zia Daphne aveva acconsentito a conoscere Susan ci aveva offerto un t senza una tartina n un biscotto, seduti in salotto, in penombra, con alle spalle due Rembrandt originali, unici pezzi sopravvissuti della collezione del nonno, depredata a suo tempo dai miei genitori.
Zia Daphne si  sempre comportata come se l'avarizia fosse una virt, il bisnonno la prendeva in giro e la rimproverava di taccagneria.
I genitori di Susan mi commiseravano: erano convinti che i miei genitori fossero morti e che per quel motivo avevo vissuto con la zia fin da piccolo. Lasciai che lo pensassero, perch in fondo ero sicuro che se avessero saputo la verit, cio che i miei mi avevano abbandonato per condurre una vita frivola, inseguendo un sogno anarchico da figli dei fiori fuori tempo e dilapidando il patrimonio di famiglia, probabilmente mi avrebbero commiserato ancora di pi.
Continuai a pensare alla passeggiata con Nic per tutta la sera e per il giorno successivo. Quel mercoled la cena era dedicata al men vietnamita. Del Vietnam lei, la mia Susan, conosceva gli involtini e poco altro. Avevo provato, durante le prime cene, a parlare di quel Paese, della storia e delle sue tradizioni, ma a lei la storia non interessava e svoltava il discorso sull'ultima sfilata che era andata a vedere o sull'articolo che stava scrivendo per la rivista dove lavorava.
Quella sera era particolarmente radiosa. Era una consuetudine che per le nostre cene orientali si vestisse e si truccasse come per un invito a palazzo, ma quel mercoled divenuto indimenticabile era pi sfolgorante che mai: indossava un abito argenteo, lungo, aderente, che metteva in evidenza la sua figura armoniosa, portava degli orecchini a forma di serpente e non so cos'altro, forse un profumo nuovo, perch mi ricordo che l'atmosfera era inebriante e che la desideravo. La desideravo con tutto me stesso. Sedendomi a tavola avrei voluto dirle di lasciare perdere la cena e di andare subito a letto, invece, non so per quale subdola ragione, le dissi ben altro, e quando ti escono parole che non avevi minimamente programmato, secondo i miti greci significa che ti  passato vicino Mercurio, messaggero degli di, e ti ha rifilato uno scappellotto.
Perch non facciamo un figlio?, ecco che cosa mi usc dalla bocca. Rimasi sorpreso io stesso, anche se la domanda aveva parecchio a che fare, non si pu negarlo, con la voglia di sfilarle all'istante l'abito da sirena.
Cio?, fece lei come se le avessi parlato in chiss quale lingua sconosciuta. Alz i begli occhi dalla zuppa di pesce allo zenzero. Cio?, ripet. Sembrava che non avesse proprio capito.
Sto parlando di un bambino, e dato che mi ero aspettato una reazione pi calda non riuscii a non aggiungere: Hai presente un bambino?
Qui?, fece lei, questa volta aveva capito benissimo perch alz la mano e con un gesto elegante accenn in successione al divano in pelle bianca, alla vetrina che proteggeva la sua collezione di porcellane cinesi, alle lampade di design che bastava guardarle perch si incrinassero, ai vasi di cristallo rose comprese. Qui?, continu sgranando gli occhi. Poi scosse la testa e fissandomi con aria di rimprovero: Ti sei dimenticato che sto per installarmi finalmente sulla poltrona di direttore?, e mi spieg minuziosamente che il suo CEO, stronzo com'era, mai avrebbe accettato come direttore una con il pancione e le macchie della gravidanza sulla faccia, le nausee e magari anche le caviglie gonfie. Con sussiego concluse: La mia non  mica una rivista per casalinghe! Bevve qualche sorso e poi aggiunse: No, honey, non  il momento e per dirla tutta non ti ci vedo proprio ad alzarti ogni cinque minuti dal tuo computer per andare a preparargli il biberon.
Avrei voluto obiettare che avremmo assunto una tata, anzi due. Che con quello che guadagnavamo avremmo potuto permetterci una tata di giorno e una per la notte, avremmo potuto permetterci qualsiasi cosa, anche di cambiare casa all'istante. Ma lasciai perdere. Che cosa mi aspettavo? Che mi buttasse le braccia al collo dicendomi che non aspettava altro? Cosa mi ero messo in testa? Eppure s, lo avevo immaginato.
Terminammo la cena, io in silenzio, mentre Susan cercava di farmi sorridere raccontandomi, con la sua consueta ironia, come riuscisse a sventare gli sgambetti di colleghe e colleghi. Lo humour non le mancava, e neppure quell'acume capace di trasformare in caricatura le persone che non rientravano nei suoi schemi. Succede ovunque, mi annunci facendosi seria, ma specialmente nelle riviste di moda pre-sti-gio-se come quella in cui lavoro io. Sai le donne? Beh, le donne sono la maggioranza in una redazione come la mia, e si detestano a vicenda. Ci detestiamo. Altro che sorellanza, bisogna stare attenti che qualcuna non ti metta il veleno nel caff, ecco come stanno le cose. Se non sono totalmente sul pezzo addio poltrona, honey, te lo dico io. Non posso farmi distrarre da niente. Quando fummo castamente a letto, lei nella sua lunga camicia da notte, mi appoggi la testa sulla spalla: Prima o poi lo faremo un bambino, vedrai Mark, prima o poi, ma non adesso. E poi, sbadigliando aggiunse: Mi sono stupita... sul serio vuoi un figlio? Non hai l'aria di quello che vuol fare il padre, tu. Ma non  che stavi scherzando?
Non riuscii a spiegarle che senza sesso, quella sera come tante altre, visto che i bambini non si trovano sotto i cavoli, difficilmente ce l'avremmo fatta ad avere un figlio. Ma non le dissi niente. Del resto dovetti ammettere nella mia mente che io stesso, a questo proposito, mi sentivo confuso, totalmente confuso.
Mentre lei dormiva con serena volutt voltandomi la schiena io rimasi sveglio a guardare il buio. Sentivo che da qualche parte, dentro di me, c'era qualcosa che non andava. Le domande di Nic, i suoi sguardi, non riuscivo a togliermeli dalla mente. Non capivo cosa mi stesse succedendo ma di sicuro c'era qualcosa che non andava, sentivo come uno scricchiolio, impercettibile, indefinito, preoccupante.
Non so se mi addormentai.
So solo che alle quattro e tre quarti, come ogni mattina, con la mia tazza di caff a portata di mano, mi ritrovai davanti al computer. La Borsa di Tokyo apre alle cinque.
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Capitolo Tre.
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A quel mercoled segu un altrettanto indimenticabile gioved. Un formidabile, incomprensibile, definitivo gioved. Ogni gioved da non so quanti anni, alle diciassette spaccate spingevo la porta dell'agenzia finanziaria per cui lavoravo, la Toys & Bulls. La sede si trova al primo piano di un vecchio edificio quasi di fronte al Museum, nel cuore della City. Lo sgangherato mobilio, le pareti mai tinteggiate, le piastrelle del pavimento sbeccato, tutto l dentro induceva a credere di essere finiti in un covo di sfigati. Beh, tutt'altro!
La Toys & Bulls era la pi tosta, la pi abile, la pi shark delle agenzie finanziarie e io - lo dico senza falsa modestia - io ne ero indubbiamente il pilastro portante, pur dovendo riconoscere che anche i miei colleghi se la cavavano piuttosto egregiamente. Il titolare era una lenza di grande livello. Si chiamava Chispy. Aveva il naso da boxeur, ma di quelli che le hanno prese di brutto solo una volta e per il resto della loro carriera le hanno date; e aveva un modo di tenerti d'occhio come se tu stessi tentando di svuotargli le tasche. Quando ti riempiva il bicchiere, al consueto brindisi dopo la riunione del gioved, riusciva a farti sentire come un fattorino trattato con democratica benevolenza.
Quel gioved mi accorsi che sottotraccia crepitava qualcosa di insolito, qualcosa che gli altri sapevano e io no. O, almeno, non ancora. Occhiatine, gomitate, sorrisetti, si infilavano tra una battuta e l'altra o nei pi banali scambi di opinioni sull'andamento dei mercati.
Finch Chispy fece scrocchiare accanto all'orecchio il suo sigaro, che per fortuna non fumava ma teneva incastrato e spento tra i dentoni al termine della bevuta collettiva. Poi mi punt il dito contro, con il braccio teso.
Mio caro Mark, esord, ho una novit per te.
Entrammo in sala riunioni, un po' scostati dalla lunga tavola su cui si ammassavano bicchieri colorati, vassoi di cibo, bottiglie: una tavola pronta per una festa. Come sempre si sentiva quel tanfo di cipolla bruciata e casa vecchia. Bisogna tollerare, diceva sempre Chispy. Lui era convinto che avere una sede come quella aggiungesse un fascino piratesco alla nostra fama. Mi sedetti di traverso sulla mia personale poltroncina in vimini che mi ero comperato per evitare di dovermi sedere su uno degli sgangherati sgabelli a disposizione.
Una novit per me? Io ero da sempre al centro degli avvenimenti dell'agenzia, il protagonista degli affari pi importanti. Datemi danari e ve li moltiplico. Io, da non so pi quanti anni, prima di attaccarmi al computer alle cinque del mattino mi lustravo le antenne, affinavo il fiuto, spazzolavo il cervello che ritengo il mio bene pi prezioso. Avevo mai sbagliato un colpo? Mai. Ma quel giorno mi pareva che mi sfuggisse qualcosa. Perch nessuno mi aveva ancora detto niente? Poi entrarono tutti e tutti mi guardavano.
Perch non gliela dici tu la novit al nostro campione?, Chispy si lev di bocca il sigaro spento. Diglielo tu, Ermione.
Tutti gli altri rimanevano zitti.
Che accidenti stava succedendo? L'agenzia era andata a gambe all'aria? Ma sorridevano tutti, qualcuno sghignazzava, come niente fosse. Chispy aveva venduto? Eravamo stati comperati? O meglio, gli altri erano stati comperati con l'agenzia e io no? Gli altri si erano salvati e io no? Com'era possibile se io ero il pi bravo?
Dai, Ermione
Dirglielo io?, ridacchi Ermione. Lei non era una broker, era la segretaria personale del capo e quindi la regina dell'agenzia. Era una ragazza bellissima, sempre elegante, a volte un po' maliziosa, ma non era affatto una stupida, anzi. Anzi. Era bravissima nel suo lavoro. Nemmeno lei sbagliava un colpo. Di me aveva capito che non mi interessavo a lei, cos nel tempo eravamo diventati quasi amici. Mi scherniva e a volte ci scambiavamo delle battute galanti ma mai sopra le righe. Nic sosteneva che ero un bacchettone, che lei aveva avuto una cotta per me, ma a me non interessava, io stavo con Susan ed Ermione era una collega, una bellissima collega, ma nient'altro.
Devo dirglielo io?, disse ancora e mi lanci una delle sue occhiate. Ma no, chef, lei Chispy lo chiamava cos, diglielo tu, a me Mark non crederebbe, e mi strizz l'occhiolino.
E va bene, c'era qualcosa di grosso in ballo, e a quel punto mi stavo irritando, avevo un sacco di lavoro. Perch stavamo perdendo tempo?
E allora facciamola fuori, tuon Chispy, si erse in tutta la sua corpulenta stazza e mi rivolse quello che voleva essere un sorrisone: Siamo soci, Mark, annunci. Tu e io, soci, sottoline soddisfatto. Ho bisogno di un socio e l'eletto sei tu, sissignore. Qui sono tutti d'accordo. Socio, hai capito? Da oggi.  deciso.
Che cosa?, non ero sicuro di aver capito bene. Soci?
Io e te!
Soci?
Soci. Esatto!
Soci. Me lo stava realmente proponendo. Anzi, lo aveva gi deciso.
Un merluzzo congelato, ecco cosa diventai all'istante. Sempre cos: un'emozione tenta di affiorare e io mi trasformo in un ghiacciaio, in una massa di gelo, in una calotta polare, Artide e in Antartide. Un'emozione vuole strapparmi via e trascinarmi chiss dove e io come reagisco? Diventando un iceberg. Mi succedeva anche con Susan e in tanti altri momenti importanti della mia vita. Come questo, in cui mi stavano proponendo di diventare socio della Toys & Bulls.  dannatamente emozionante diventare socio della Toys & Bulls. Non sto a raccontare i dettagli e il senso di una simile operazione, ma in quel momento li avevo ben presenti nella mia mente, a uno a uno. Stavo l sulla mia poltroncina di vimini ben incastrato e immobile nel mio gelo. Sarei dovuto balzare su, arraffare una bottiglia, versare io questa volta lo champagne a Chispy e urlargli che ero felice, avrei dovuto esultare perch era una cosa strepitosa, avrei dovuto esserne fiero perch avevo lavorato tanto per arrivare a quel traguardo.
Invece niente, non esultai, non versai champagne, non mostrai nessuna emozione. Dissi soltanto: Accidenti... questa proprio non me l'aspettavo.
Con ostentata calma mi alzai in piedi. Ma mi sentii subito pi alto di una spanna, come se ce ne fosse bisogno. Eccessivamente alto e al centro di un'attenzione che in quel momento non desideravo.
Uh, guarda!, Ermione azion il suo occhio acuto. Fa finta di niente ma scommetto che si sta per commuovere e subito si mise ad applaudire e con lei Chispy, che si spellava le mani, e anche tutti gli altri, applaudivano me e allora mi misi ad applaudire anch'io, tutti insieme applaudivamo e applaudivamo e non la finivamo pi e mi vennero tutti intorno in un coro di complimenti e di congratulazioni. Qualcuno miagol un condoglianze, l per l non riuscii a capire chi fosse. A ripensarci forse fu proprio Ermione. Poi, con un piglio da padrona di casa chiese allo stagista che era in agenzia da qualche mese di sgomberare la tavola e mi piazz davanti una bottiglia di champagne: Questa la devi stappare tu. E distribu calici puliti.
Poi con il tono di una che la sa pi lunga di me e guardandosi in giro disse: Ma lo vedete come sta cambiando? Gli sono bastati dieci minuti da quasi socio per sentirsi ancora pi figo con quella sua faccia da zingaro e tutti quei ricci castani...
Esattamente in quel momento riuscii a far saltare il tappo dello champagne. Lo versai nei calici centrando ogni volta il bersaglio, senza spargere una goccia. Ne versai anche allo stagista che guardai negli occhi cercando di non farlo sentire solo uno stagista ma uno del gruppo. Versai a Chispy che lo svuot subito e me lo tese per farselo riempire di nuovo. Stappai altre bottiglie e continuai a versare. Sempre con mano ferma. Perfettamente padrone di me stesso. I brindisi non finivano pi. Quando riempii il bicchiere di Ermione, lei mi sussurr una battutaccia prendendomi in giro: Ma ti metti gi a fare il capo?, poi gir le spalle, fece un cenno a Chispy che annu tendendomi il calice vuoto ancora una volta: Ci siamo, Mark, grid allegramente, alticcio, come tutti gli altri del resto, ci siamo.
Ecco qui, Ermione fece un cenno imperioso allo stagista che si affrett a deporre cerimoniosamente sulla tavola una cartelletta azzurra, proprio davanti a me. Ecco qua, questa roba  tutta per te, chef, mormor Ermione.
No, non avrei mai voluto che mi chiamasse chef.
Sono i documenti da esaminare..., e, lentamente il mio nome, Maaark..., e poi aggiunse: Guarda che non sei ancora socio. Lo sarai solo dopo avere firmato tutti questi documenti..., come a dire piantala di darti tante arie. Ho scelto apposta il colore azzurro per la cartelletta, continu, appoggiandosi al bordo del tavolo e incrociando le braccia. Metafisico, non trovi? La trascendenza..., disse con tono comicamente enfatico, gesticolando come una strega che impone un incantesimo.
Posai il calice.
Grande momento, disse ancora lei. Chispy le si era messo accanto ed entrambi mi fissavano.
Gli altri non badavano a noi, stavano chiacchierando tra di loro. Mi sentivo come se in quella sala riunioni ci fossimo solo io, Chispy, Ermione e quella cartelletta azzurra con i documenti pronti per essere firmati. Socio.
Allungai la mano per sollevare la copertina e dare un'occhiata.
Dieci anni, Mark, disse Chispy I termini dell'accordo, capito? Ho proposto di essere soci per dieci anni. Un bel tempo tutto nostro.
Dieci anni? Non so che intonazione diedi a queste due parole e non so neppure perch le ripetei, come se non le avessi capite: Dieci anni? Interrogativo.
Ma certo, esclam Ermione. Dieci anni socio dell'agenzia.
Incontrai il suo sguardo. Mi sembr derisorio. O forse mi sbagliavo. Non riuscii a decifrarlo in quel momento.
Dieci anni, annuii, avevo capito e mi stava bene.
Sai che cosa significano dieci anni?, fece lei.
Un bel po' di tempo, sorrisi perch fosse chiaro che ero d'accordo sui dieci anni.
Dieci anni significano un po' di pancia in pi..., diagnostic solenne Ermione, ...e un po' di capelli in meno.
Scusa?
Un po' di pancia in pi e un po' di capelli in meno, e nella sua voce ora percepii dell'ironia, ma sapevo che scherzava solo fino a un certo punto.
Scusa?, ripetei ancora come un babbeo.
S..., ridacchi Ermione, ...in fondo  tutto qui.
Silenzio. Mi ammutolii. Anche gli altri tacevano. Dieci anni. Un po' di pancia in pi, un po' di capelli in meno.
Che cos'hai da fare quella faccia adesso?, chiese ridacchiando. Che cosa ti cambia? Niente.  una vita che passi le giornate incollato al computer, solo che da adesso le passerai da socio, dieci anni da socio, cambia qualcosa?, sbuff come annoiata.
L'immagine di me seduto davanti al computer and ad aggiungersi a pancia in pi e a capelli in meno.
Non dici niente?, insist lei.
Scossi la testa.
Dai brindiamo di nuovo, intervenne Chispy e fu lui adesso a riempire i calici, anche il mio. Una volta, quando arrivava lui le ragazze si scambiavano gomitatine e occhiatine. Lo guardai come non lo avevo mai guardato. Era un bell'uomo, ma solo adesso mi accorgevo di come fosse cambiato: Chispy era l con il bicchiere in mano come una volta, ma con le spalle cascanti, uno stomaco sporgente, quasi calvo e con un esagerato doppio mento. Quanti anni ha pi di me? Forse quattro o cinque. Non di pi. Solo quattro o cinque! Lavorava giorno e notte e sua moglie, stanca di quella vita, l'aveva lasciato da poco.
Presi il mio calice, brindai urtando un'infinit di bicchieri, poi mandai gi in fretta, un sorso dopo l'altro, a occhi bassi, come uno che si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato, eppure quello era esattamente il mio posto. Il posto che avevo sognato di occupare da quando avevo iniziato a fare quel mestiere, per il quale mi ero impegnato ogni giorno per anni.
A me a sentir parlare di capelli che cadono viene in mente ogni volta zio Gregory. Chi se non lui? Quanti anni erano passati da quel bagno con il lavandino sporco di capelli, neri e ingrigiti? Si staccavano dalla testa dello zio e si depositavano l. Lui andava in giro senza occhiali e non li vedeva. Ogni volta che dovevo lavarmi le mani, la faccia o i denti, io invece li vedevo, eccome, e inorridivo: come zampe di ragno rigavano il lavandino di ceramica rosa, capelli cadaveri lunghi distesi, uno schifo. Mi veniva da vomitare ogni volta, ma quando hai neanche undici anni non puoi certo chiedere allo zio che ti ospita generosamente di pulire il lavandino ogni volta che lo usa o di farlo pulire dal suo cameriere. Voleva che dormissi nella stanza accanto alla sua quindi usavamo lo stesso bagno. Quando decisero che sarei passato in pianta stabile in casa di zia Daphne fu un sollievo sapere che avrei condiviso il bagno con il bisnonno. Il bisnonno aveva dei gran baffi ma si rasava i pochi capelli rimasti. Era quasi calvo, insomma. Gli chiesi se uno perde i baffi come i capelli, cio se i baffi cascano nel lavandino e il bisnonno si era indignato e aveva detto ma sei pazzo? No che non cascano! Del resto neanche nel lavandino del bagno di zia Daphne c'erano capelli, ero andato a controllare di nascosto, varie volte, tanto per sentirmi pi tranquillo. Neanche lei perdeva i capelli. In compenso mi trattava come un estraneo molesto mentre non ho mai avuto l'impressione di essere un peso per zio Gregory, anzi! Lo zio diceva a tutti che insegnarmi a usare il computer con la totalit dei segreti pi segreti di internet era per lui, eccezionale esperto, un grande divertimento, molto meglio di una partita di hockey sull'erba. E mentre facevo la valigia per trasferirmi da zia Daphne mi aveva detto che gli dispiaceva, e poi mi diede un regalo: il mio primo computer!
Me lo ricordo fermo sulla porta, elegante, magro, e con quei quattro peli in testa. Magro, ma con la pancia, pochi capelli, e solo. S, era cos anche per lui. Peccato per la faccenda dei capelli nel lavandino, perch era un bravo tipo.
Mark?, Chispy brandiva l'ennesima bottiglia di champagne.
Eccomi, e lo raggiunsi nella sala riunioni. Mi colm il calice ancora una volta. Lo vuotai senza riuscire a togliermi dalla testa zio Gregory. Il povero zio Gregory era ormai da anni preda dell'Alzheimer, come se non bastasse il resto. Non riconosceva pi nessuno, neppure il suo cameriere che ne aveva cura come una madre. Per quanto riguarda me, non so se mi riconoscesse, ma quando andavo a trovarlo pronunciava ringhioso sempre la stessa frase: Quella canaglia di Zuckerberg mi ha scippato la mia strepitosa idea, gran figlio..., poi si fermava incupito e sferrava un gran pugno per aria, e ogni volta il suo cameriere sospirava.
Sei ancora tra noi, Mark?
Ermione mi tolse di mano il calice che Chispy stava per riempire di nuovo. Direi che basta, mi lanci uno sguardo, accigliata. Che hai?
Che avevo? Un peso sul petto, proprio sotto lo sterno, come se stessi arrancando per la fatica. Beh, non era certo la prima volta che mi succedeva, ero stanco. Oppure era qualcos'altro? Mi mancava l'aria, c'era troppo fumo l dentro. Era davvero questo?
Prendo i documenti e vado, raccolsi svelto la cartelletta. Mi sentivo schiacciato, bidimensionale, senza contorni. Uno scarabocchio su un foglio di carta, che vuol dire avere addosso un bel disagio. Come se dentro non avessi niente. Ma forse avevo solo bisogno di ossigeno. Vado, grazie.
Te li leggi e ci vediamo domani per la firma, Chispy mi appoggi una mano sulla spalla. A domani, e questa volta porta tu lo champagne... domani firmi e facciamo bisboccia, biascic ormai ubriaco fradicio.
Domani, venerd pomeriggio, puntualizz impassibile Ermione. Alle quindici. Te lo segni?
Non serve, me lo ricordo.
Ma che ti succede?, mi scrutava sospettosa. Qualcosa non va. O sbaglio?
Scrollai le spalle. Feci un cenno circolare con la mano libera per salutare tutti. La mia cartelletta azzurro-trascendenza sottobraccio. Dissi un grazie cortese e impettito a Chispy e un altro, simile, lo indirizzai a Ermione che mi ignor. Uscii alla svelta e scesi veloce le scale contando un gradino dopo l'altro come facevo quando ero nervoso e varcai rapido il portone. Mi fermai sul marciapiede a cercare aria. A respirare. Mi sentivo come se mi lasciassi alle spalle una cattedrale che stava per venir gi in un rovinio di polvere e calcinacci. E mi pareva di essere scampato al pericolo appena in tempo. Mi sentivo come se stessi per crollare anch'io. Io, il winner della situazione, pensa un po', io, Mark il lupo, perch mi sentivo cos?
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Capitolo Quattro.
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Mi stupii che non fosse gi buio pesto. Mi pareva di aver passato ore e ore in agenzia. Ero entrato alle diciassette in punto e secondo i tempi che avevo in testa adesso avrebbero dovuto essere almeno le nove di sera. Invece no, erano a malapena le sei di un gioved di met marzo: le vetrate del Museum in fondo alla strada riflettevano ancora una luce piuttosto abbagliante. Un'amica di Susan, che tiene una rubrica di psicologia sulla rivista, spiegava che quando si perde il senso del tempo vuol dire che dentro  andato a rotoli qualcosa e mentre pensavo a questo senza per ottenere alcuna indicazione su me stesso e sullo scompiglio che mi sentivo addosso, mi venne in mente che quella sera Susan aveva invitato le sue colleghe della redazione, le pi intime naturalmente, psicologa compresa. Susan esigeva che ci fossi anch'io, diceva che se non mi avessero visto avrebbero sospettato problemi tra noi due e avrebbero iniziato a spettegolare. Dovevo esserci, sai no?
Accidenti, sibilai tra i denti.
Fu l che mi prese una gran rabbia! Attraversai la strada, raggiunsi il marciapiede di fronte e incrociai l'insigne cardiologo che aveva l'ufficio nel nostro stesso palazzo. Quel pomeriggio mi venne incontro allegro preceduto dal suo cane, una bestiaccia che abbaiava in continuazione e che scopriva le zanne sporgendosi verso le mie caviglie ogni volta che mi capitava di incontrarli.
Oggi ha gi tentato di mordere due persone ai giardini qui dietro, rise il Professore fermandosi. Come va?
Lei sa che non amo i cani. Se mi lascia passare..., cane e guinzaglio mi sbarravano la strada. Non si mosse, si era fatto serio e mi esaminava con uno sguardo interrogativo: Mi scusi ma lei oggi ha una faccia... non si sente bene? Come lei sa sono medico e capisco certe cose. Lei sta male, si vede che sta male,  pallido, teso, stravolto. Le  successo qualcosa?
Va tutto splendidamente, grazie, dissi tra i denti.
In realt il Professore aveva ragione, stavo uno schifo. La saluto, farfugliai e riuscii a superarlo. E mentre camminavo sul marciapiede sempre pi accartocciato su me stesso lo vidi: un cestino dei rifiuti. Mi guardai intorno ma in quell'attimo non c'era nessuno, nemmeno il Professore col suo cagnaccio, e con un gesto rapido e furtivo, come se volessi sbarazzarmi di qualcosa di compromettente, infilai la cartelletta nel cestino. Traboccava e fui costretto a spingerla gi tra bottiglie vuote, lattine, sacchetti di plastica e schifezze varie. La spinsi con forza, fogli firma compresi, azzurro trascendenza compreso. Tuttavia continuava a sporgere, il cestino non ne voleva sapere di occultare la mia ribellione.
Non ne voglio sapere nemmeno io, dissi ad alta voce rivolto al cestino. Te la lascio l, e non potei fare a meno di aggiungere un: Sai, no?
Mister James, Mister James...
In quel momento mi sentii chiamare. Qualcuno mi aveva visto.
Era lo stagista dell'agenzia che stava attraversando la strada e correva verso di me agitando un braccio al cielo, in mano stringeva qualcosa. Mister James... aspetti... ha dimenticato questo. Si ferm a un metro e tese la mano: Il suo cellulare... Ansimava divertito come se avessi voluto fare uno scherzo a tutti dimenticando il cellulare in agenzia, Miss Thatcher ha detto che lo ha fatto apposta, ha detto che vuole sottolineare il nuovo status del socio che non vuole che gli si rompano le scatole, Miss Thatcher ha detto proprio cos. Miss Thatcher era il soprannome che avevamo affibiato a Ermione naturalmente, giusto per celebrare la sua determinazione.
Comunque quello era proprio il mio cellulare.
Pensa un po',  la prima volta che lo dimentico, dissi, come se dovessi giustificarmi.
Allora non lo ha fatto apposta? Davvero?
No,  strano che io l'abbia dimenticato, aggiunsi stupidamente e lo infilai in tasca. Grazie, sei stato gentile a corrermi dietro. S, era strano davvero averlo dimenticato, non mi ero mai mosso senza sentirmelo stretto in mano, il cellulare era la mia seconda protesi, dopo il computer. E qualche volta invertivo la classifica. Questo era quello che mi diceva sempre Nic. Diceva che il violino per lui non  una protesi ma uno strumento, invece il cellulare e il computer per come li usavo io non erano strumenti ma protesi.
Non mi ero mai soffermato a riflettere su questo aspetto.
Se non l'avessi raggiunta qui in strada sarei venuto a portarglielo a casa. Io..., il ragazzo esit mentre tormentava imbarazzato il bordo della giacca a vento, ...io vado a una scuola serale, ogni giorno... voglio diventare come lei, lei  un genio, lo dicono tutti, se non fosse un genio col cavolo che il capo la prendeva come socio, questo lo dice anche Miss Thatcher, si mordicchiava il labbro e mi sogguardava. Dice che ce la faccio a diventare come lei?
Guarda che neanche io ci tengo a diventare come me, mi usc questa frase surreale che lo lasci di stucco.
Lasci di stucco anche me.
Mi accorsi in quel momento che aveva notato la cartelletta e l'aveva riconosciuta, cio aveva perfettamente capito che cosa stava succedendo. Incontrai il suo sguardo disorientato. Lo osservai interrogativo.
Le  caduta..., azzard cauto. Bravo ragazzo, avrei voluto dirgli, understatement da premio Nobel.
Certo, mi  caduta, ma non mossi un dito per sfilarla dalle schifezze e riprendermela. Mi limitavo a fissarla.
Dopo un momento non resistette: Ma che cosa succede?, chiese sottovoce, come se tutta quella faccenda lo inquietasse.
 che non posso, non riuscivo a dire altro. Ma che non potessi far diversamente era l'unica enigmatica certezza che mi era rimasta. Semplicemente non posso.
Capisco, disse lui e chiss che cosa aveva capito, dato che io non ci capivo proprio niente. Per..., disse preoccupato, ...per allora bisogna spingerla un po' di pi l dentro, e con un'improvvisa botta affond definitivamente la cartelletta azzurra nei gorghi della spazzatura.
Ecco, strofin la mano sui pantaloni per liberarsi dalle tracce del misfatto. Cos non si vede pi... per se lei ci ripensasse non potrebbe pi ripescarla da l dentro.
Gir i tacchi e corse via. Poi si ferm e torn indietro di qualche passo. Io ero ancora l davanti al cestino con la testa del tutto vuota.
Mister James..., mi osservava curioso.
S?
Perch l'ha fatto, se posso chiedere?, e accenn al cestino.
Non lo so!, ribattei rabbioso.
Sorry, borbott arretrando, quasi temesse che gli saltassi alla gola del tutto impazzito, e tale dovevo essere per far spazzatura della proposta di diventare socio della Toys & Bulls.
E adesso?, di sicuro riteneva che non avrei pi messo piede nell'agenzia. Dove andr?
Al Museum, no? Quello l, e feci per avviarmi.
E perch va al Museum?, mi affianc.
Vado a vedere la mandibola del mammut. Schiarisce le idee.
Allora fa bene ad andarci, disse il ragazzo, e prima di andarsene mi guard ancora una volta: Non dir niente in agenzia.
Accennai un grazie e ci salutammo. Lui si avvi verso la Toys & Bulls. Io verso il Pleistocene.
Non so quante volte da ragazzo sono rimasto incantato davanti alla teca in cui la mandibola del mammut riposava in pace bench sospesa per aria su un paio di grucce. Marinavo la scuola nei giorni in cui le cose andavano malissimo e mi fermavo l. La mandibola del mammut mi confortava rivelandomi che nulla  eterno, per quanto denso di emozioni, significato e senso. Anche di ci che fu quasi divinit, gigantesca e pelosa - e che faceva paura - alla fine non era rimasto che un pezzo d'osso rifilato a un museo e offerto allo sguardo di chiss chi. Insomma, quando ti perdi a osservare un qualcosa che duecentomila anni fa era parte di un bestione e che per lui masticava, come si fa a non sospettare che rispetto all'immensit spietata e incomprensibile del Tempo faccende come brutti voti, insegnanti ingiusti, durezza di zia Daphne e genitori andati chiss dove, siano non dico quisquilie, ma almeno ostacoli quantomeno affrontabili? Era stato il bisnonno a portarmici la prima volta, in motocicletta. Un giorno aveva fermato Dolly davanti al Museum e mi aveva detto che l dentro c'era una cosa particolarmente degna di essere contemplata, una cosa che poteva valermi da insegnamento. Mi aveva condotto per mano, camminando svelto come faceva lui, fino alla teca con la mandibola di mammut. Ci eravamo fermati l e lui non aveva pi aperto bocca e quindi neanche io. Eravamo rimasti cos a lungo in silenzio davanti a quell'osso giallastro e spelacchiato che alla fine mi ero sentito prendere da un'angoscia insopportabile e lo avevo detto al bisnonno perch con lui non mi vergognavo a parlare di me. Ah s?, aveva detto lui, e che cosa dovrebbe dire allora questo povero coso ingabbiato qui dentro? Questo coso che secoli e secoli fa mangiucchiava allegro le sue erbette? Dovrebbe mettersi a piangere? Mark, ogni volta che la vita ti sembrer assurda, vieni qui e vedrai che quel che resta del mammut ti parler. Cos ci ero tornato da solo. Le prime volte devo ammettere per che non era successo niente. Poi un giorno mi prese quasi un accidente perch in un lampo rivelatore compresi quanto io con tutti i miei problemi, affanni e turbamenti, fossi insignificante rispetto all'eterno e quanto invece quel coso nella teca fosse smisuratamente ricco di Tempo. Riuscii a sentire quello che mi stava dicendo. O almeno lo immaginai, ma lo feci talmente bene da tornarci ogni volta che mi trovavo nei guai.
Ricordo anche che quella prima volta, quando eravamo usciti dal Museum e prima di risalire sulla moto, il bisnonno mi aveva preso per un braccio e fissandomi negli occhi mi aveva detto: Comunque, hai visto quel coso? Hai visto come ci si pu conciare in duecentomila anni?
Davanti al portone del Museum ripensavo a tutto questo. Naturalmente era chiuso. Chiusura alle diciassette. Era la seconda volta che arrivavo troppo tardi, quell'altra volta era stato secoli prima, il giorno in cui era morto il bisnonno. Ero arrivato qui di corsa convinto che in qualche modo avrei trovato una traccia anche di lui. Ma il Museum era chiuso. Mi ero seduto per terra a pensare alla mandibola di mammut tutta sola nelle sale oscure e mi era sembrata una situazione tristissima. Il bisnonno tra l'altro aveva avuto la pessima idea di andarsene mentre ero a scuola, cos non avevo potuto sentire le sue ultime parole. Quando avevo chiesto a zia Daphne quali fossero state, aveva stretto le labbra e da quella fessura aveva sibilato: Le sue ultime parole..., aveva fatto una lunga pausa e poi: Andate tutti a farvi strafottere, eccetto Mark e le aveva pronunciate cos di malanimo da farmi capire che stava dicendo la verit.
Eccetto Mark, aveva detto.
Ripensando ancora una volta a quelle parole, mi chiedevo se stessi andando io stesso a farmi strafottere per aver cestinato, letteralmente, l'offerta di diventare socio della Toys & Bulls. Perch non stavo correndo ai ripari, perch non mi stavo precipitando da Ermione per dirle che avevo perso la cartelletta? Oppure, forse, non avrei dovuto proseguire, dopo aver cestinato la cartelletta, e mandare allegramente a strafottersi i documenti, gli anni vissuti pietrificato davanti al computer a macinare danari per gli altri e per me stesso, ma sempre con un peso sul petto? Forse dovevo fare proprio questo. E allora andate tutti a farvi strafottere, eccetto Mark.
Stava scendendo la sera e mi immaginavo a far compagnia alla mandibola di mammut in quelle sale deserte e quasi buie. Zero tracce del bisnonno, credo. Sprofondato anche lui nella solitudine dei secoli. Lui con la mandibola di mammut. E io?
Oh, accidenti..., feci un respiro profondo, perch mi pareva che mi mancasse l'aria.
Guardai il cellulare: mi erano arrivati un paio di messaggi e delle e-mail. I messaggi erano di Susan: Dove sei? Dove ti sei cacciato che tra poco ceniamo? Gi, la cena con le amiche del (suo) cuore. Ora arrivo. Arrivo subito.
Poi c'erano tre mail.
Aprii la prima. Mittente: seiunostronzo@gmail.com. Oggetto: Questa la pagherai. Testo scurrile nel dettaglio ma grossomodo alludeva a miei funambolismi erotici per la gioia di Chispy - lo sapevi che  un finocchio, vero? - e di quella stronza di Ermione, ecco perch ero stato scelto come socio! Questo mio collega non  proprio un leone, pensai, mi insulta ma non ci mette la faccia.
Aprii la seconda. Idem nell'insieme, anonima anche quest'altra, questa per oggetto aveva un: Non sono bravo come te, ovviamente, come lecchino... ragion per cui sei diventato socio, specificava il testo, vagando da figlio di buona donna a pervertito... ma qui si aggiungeva anche che come broker facevo ridere.
La terza  del tutto irriferibile.
Invidia. Per non me lo sarei mai aspettato. Li passai in rassegna tutti, colleghi e colleghe, a uno a uno. Rividi sorrisi, gentilezze, battute spiritose, aria da grandi amiconi, pacche sulla spalla. Possibile che mi fossero sembrati tutti leali, equilibrati, simpatici e che avessi pensato, senza alcun dubbio, che avessero per me grande stima e simpatia? E rispetto. E ammirazione. Erano sei i miei colleghi, e tre su sei fa un bel cinquanta per cento di serpenti a sonagli. Una delusione inquietante.
Bravo Mark, ma bravo. Hai proprio capito tutto. Sprofondai la faccia tra le mani. Bravo, e provai un'ira fastidiosissima e amara, ma verso di me questa volta, verso la mia sconfinata stupidit. O ingenuit. O incapacit a decodificare il reale: il bisnonno avrebbe usato questa espressione. Per dire che non sono capace di capire con chi ho a che fare nella vita. Rimasi seduto ancora un po' immerso in tutto questo, poi presi un taxi e tornai a casa.
Salii le scale, venne ad aprirmi il cameriere indiano che Susan chiamava quando c'erano ospiti o quando si dovevano lavare i vetri o aiutare la cuoca a pulire di fino la cucina o, in genere, per accudirci. Mi fece cenno di sbrigarmi, mi sussurr che la signora era seccata per il mio ritardo, che lei e le amiche si erano gi sedute a tavola e mi consigli di cambiarmi, che la signora era in lungo e anche le ospiti.
Ma c' una ricorrenza che ho dimenticato, Syrik?, gli chiesi mentre gli porgevo l'impermeabile. Lui sapeva sempre tutto.
Non una ricorrenza. Si tratta del lavoro della signora. Questo pomeriggio ha ottenuto il posto di direttore della rivista di moda.
Fantastico!, esclamai infilando a grandi passi il corridoio con Syrik dietro. Fantastico. Lei direttore e io con la cartelletta di socio nel cestino dei rifiuti. Ma in quel momento, per qualche misterioso motivo che la mia sensibilit da elefante non fu in grado di cogliere, compresi che difficilmente avrei avuto voglia di tornare da Ermione a dirle che avevo perso la cartelletta azzurro-trascendenza. Susan ha acchiappato il posto di direttore. Fantastico davvero.
Naturalmente io non le ho detto niente, signore.
Naturalmente, Syrik. Per penso che metter lo smoking.
Ottima scelta.
Il tight sarebbe eccessivo.
S, decisamente eccessivo, e intanto toglieva dal guardaroba camicia, pantaloni e tutto il resto. Se posso darle un consiglio si faccia la barba.
Prima che io entrassi in sala mi esamin dalla testa ai piedi, tolse qualche pelucco invisibile dalla giacca dello smoking, e infine approv con un cenno del capo. Spalanc cerimoniosamente la porta, neanche stesse per far passare il Principe di Tutte le Indie.
Erano sedute intorno al tavolo rotondo. Quattro femmine super eleganti in gara a chi sfavillava di pi. Ma Susan era stupenda. Cercai di intuire nelle altre tre il tasso di invidia, ma non ci riuscii. Susan mi intener per il modo in cui sedeva tutta rigida come per sostenere l'immaginaria corona che si era piazzata sulla testa. Ora che aveva finalmente ottenuto quel che sognava si sentiva una regina. L'avrei voluta abbracciare subito per farle capire quanto fossi contento per lei, e lo ero sinceramente. Ma non potevo certo dirle che avevo avuto la bella notizia dal nostro cameriere e neppure toglierle il piacere di essere lei ad annunciarmela. Cos mi limitai a chinarmi e a sfiorarle la guancia con un bacio, ma la sentii irrigidirsi: smancerie davanti agli ospiti? Non sarebbe stato appropriato. Ho pensato all'improvviso che col tempo avrebbe potuto diventare come zia Daphne, allergica a qualsivoglia contatto fisico. Ero sicuro che non sarebbe stato cos, anche se una sera la psicologa ci aveva spiegato che ognuno di noi nella vita tende a circondarsi sempre dello stesso tipo di aguzzino.
Scusate, avrei voluto arrivare prima.
Eravamo impazienti di averti con noi, dichiar Susan dall'alto del suo trono. Hai visto come siamo eleganti?
Siete magnifiche, ragazze, e girai intorno al tavolo salutandole una per una con il sorriso del maschio orgoglioso, imbottito di autostima, compiaciuto di se stesso e traboccante successo e prosperit. Non so come riuscii a tener botta fino a quel punto, a nascondere il casino che avevo combinato, il casino che avevo dentro, un casino da poveraccio che ha deciso di buttare tutto alle ortiche e senza sapere perch; cos perso e sperso da aver bisogno di aiuto anche per allacciarsi le costosissime scarpe. Ma a mia discolpa posso dire che non avrei mai potuto sedermi a quel tavolo annunciando che avevo cestinato l'offerta di diventare socio. Che forse avevo deciso di mandare a quel paese il mio lavoro. In fondo, non sapevo ancora che cosa sarebbe successo. Tra un momento avremmo brindato a Susan, alla sua strepitosa poltrona di direttore. Non avrei potuto monopolizzare l'attenzione su di me.
Eccolo qui, lui, alit l'amica psicologa quando le fui accanto e mi agguant una mano con una stretta da piovra, eccolo qui il nostro Matthew McConaughey. Quante altre volte me lo aveva gi detto? In quanto fine psicologa era strano come non volesse accorgersi che il paragone con l'attore dava un tremendo fastidio a Susan.
Virginia, ma piantala!, sbuff infatti lei.  McConaughey che assomiglia a Mark semmai, e non viceversa.
Io trovo che Mark sia pi intrigante, pigol la dolce Claire, che avevo all'altro lato. Era una Venere tascabile, un fisico minuto sul quale spiccavano due occhi enormi e che dirigeva con pugno d'acciaio la pi aggressiva agenzia pubblicitaria del momento. Dichiar angelica: Non essere gelosa Susan, ma se non fosse il tuo ragazzo mi darei molto da fare con Mark... e penso di parlare anche per Ginny e Samantha.
Provateci e vi sgozzo, strill Susan afferrando il coltello.
Risero tutte e quattro, mentre io mi sentivo come un pesce fuor d'acqua.
Ma finalmente  venuto il momento di vuotare il sacco, e che sacco!, Susan fece un cenno a Syrik che tolse con eleganza lo champagne dal cestello del ghiaccio.
Il sacco?, evitai di incrociare lo sguardo di Syrik. Quale sacco?, e intanto mi auguravo di riuscire a simulare al meglio la stupefatta esultanza di chi  colto di sorpresa. Ci riuscii, sembra impossibile ma ci riuscii, forse perch mi faceva davvero un immenso piacere vedere Susan cos felice del traguardo raggiunto. Mi commossero le sue guance rosse d'eccitazione, gli occhi splendenti, la sua commozione. La mia Susan.
Sono direttore, hai capito?, continuava a ripetere lei. Sono il direttore... non sai quanto ci ho sperato. Si asciug gli occhi con la punta delle dita, come una bambina. Ho avuto tanta paura di non farcela.
Invece sapevo quanto ci aveva sperato, perch ne parlavamo spesso. Il nostro lavoro era spesso al centro dei nostri discorsi. Mi alzai per andarle vicino.
Complimenti, Susy. Sono molto orgoglioso di te. Ora un bacio ci vuole proprio, le dissi. E avrei voluto aggiungere: ti tengo io la corona mentre ci baciamo, cos non cade. Invece bisbigliai: Ti amo, lo sai vero?
Alz il viso e mi sorrise. Oddio, quella fossetta sulla guancia sinistra. Mi piaceva da pazzi. In quel momento, guardando la mia Susan, mi vol via dalla testa ogni altra cosa al mondo e mi sentii al settimo cielo. Mi chinai su di lei, sul suo profumo che conoscevo bene. Lei accolse il mio bacio a occhi aperti e a labbra serrate.
Ma dai Susan, ti prego! Pensai. Non lo dissi ma lo pensai. Certo che lo pensai.
Le ragazze, chiamiamole cos, applaudirono. Tornai al mio posto. Brindammo di nuovo, tutti e cinque insieme, i cinque calici che si sfioravano sopra il tavolo, poi brindai avvicinandomi a ognuna di loro, e poi di nuovo con Susan, poi guadagnai definitivamente il mio posto. Questa volta sedendomi mi accorsi che la camicia dello smoking, la mia splendida camicia slim fit, mi tirava un poco sullo stomaco. No, sulla pancia. O forse sulla pancia e anche sullo stomaco. Comunque sopra e sotto l'ombelico. Possibile? S, mannaggia, era possibile.
...
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...
Capitolo Cinque.
...
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...
Il venerd che segu quel gioved, devastato dalla forza dell'abitudine, mi scaraventai davanti al computer alle quattro e mezza.
Era come se tutto il doloroso casino del giorno prima fosse stato spazzato via come polvere dalle poche ore di sonno accanto a Susan, schiena contro schiena, dopo essere piombati nel letto non proprio ubriachi ma piuttosto alticci. Un attimo prima di addormentarmi avevo realizzato che non le avevo detto una parola su di me, sul mio incredibile gioved, sulla cartelletta nel cestino dei rifiuti. Nessuno sapeva, a parte me. Anzi, a parte me e quello stagista.
Syrik si era fermato a dormire nella stanza al piano di sopra, che Susan chiamava waitstaff cave. Lui conosceva bene le mie abitudini e nell'istante in cui avevo messo piede in cucina, aveva fatto cadere le uova sul bacon fritto. Sapeva anche che appena sveglio ero di pessimo umore e quindi agiva in silenzio. Si muoveva con gesti da fantasma e, appena finii di trangugiare l'ipercalorica colazione, mi poggi accanto la mia tazza di caff bollente. Io la presi e me ne andai nel mio studio. La mia tazza, quella azzurra con i pesciolini, sempre quella: la tazza in una mano e nell'altra il cellulare.
E cos, come non fosse successo niente, alle quattro e quarantacinque, io, il mio computer, il mio cellulare e la mia tazza di caff fumante eravamo di nuovo tutti riuniti.
La mia sedia ergonomica supercostosa e superconfortevole con il suo schienale reclinabile e i braccioli regolabili mi accolse con l'abituale benevolenza, lo schermo del computer ammicc come al solito parole tipo hy boy svolazzanti su uno sconfinato orizzonte di boschi prati mare, poi si schiuse su dove volevo andare a parare.
Guardavo lo schermo e bevucchiavo qualche sorso del mio caff. La Borsa di Tokyo stava per aprire. Mancava quanto?
Syrik.
Eccomi, era gi dietro di me, quasi avesse saputo che l'avrei chiamato.
Il caff ha qualcosa di strano stamattina, continuavo a tenere d'occhio lo schermo, ma mi sentivo lo stomaco contratto e un peso graffiante sul petto, proprio sullo sterno, neanche avessi ingoiato un granchio vivo.
Strano? Mi spiace, signore, glielo rifaccio, disse afferrando la tazza e dileguandosi in cucina. Forse pensava che fosse colpa dei troppi brindisi della sera prima, ma non c'entrava niente. Non era quello. Era qualcos'altro, qualcosa di gravissimo, pensai con un tuffo al cuore. Qualcosa di definitivo, qualcosa che stava per accadere, ma non sapevo cosa.
Guardai il cellulare. Nessuna chiamata. Nessun messaggio. Era tutto ok. Infatti va tutto bene, mi sibil ridendo sotto i baffi la devastante forza dell'abitudine, non lo vedi che  tutto come sempre? Giusto. Fissavo lo schermo, ero puntualissimo come sempre, puntualissima come sempre si apr la Borsa di Tokyo. Cara vecchia Kabutocho, eccoci qui, le dissi. La salutavo cos tutte le mattine, con un: cara vecchia Kabutocho. Mi veniva anche da sorriderle. Lo ripetei pi volte, come per evocare la normalit. Ma quella non era una mattina come le altre.
Oh, my goodness..., sospirai.
Il caff, signore, Syrik mi stava porgendo la tazza ricolma di caff, poggiata su un vassoio d'argento, la solita dannata tazza di tutte le mattine. L'ho rifatto, signore, disse lui rispettoso.
Mi arriv il segnale di un messaggio. Era di Claire. Con Claire ci avevo quasi fatto l'amore, una volta. Era venuta a trovare me e Susan al mare, a Brighton, durante le vacanze. Susan quella sera era rimasta in albergo con il mal di testa, mentre Claire e io eravamo usciti a camminare su una spiaggia stralunata dalla marea, sotto un cielo grigio. Intorno non c'era nessuno. Forse eravamo un po' alticci. Fatto sta che ci sedemmo sulla sabbia e dopo un attimo ci trovammo a baciarci appassionatamente. Quando gi ci eravamo spinti molto in l, mi era venuta in mente Susan. Anche a Claire doveva essere venuta in mente la stessa cosa, perch entrambi ci eravamo fermati all'improvviso ed eravamo tornati in noi. La cosa era finita l e Claire l'aveva presa con disinvoltura. Lei mi piaceva perch era intuitiva ed eravamo rimasti in buoni rapporti. Mi scriveva: Che cosa avevi ieri sera? Ti  successo qualcosa di grave, ne sono sicura. Sembrava che stessi recitando, chiss dove stavi con la testa. Mi  sembrato che tu stessi proprio male, Mark. Non ti ho mai visto cos. Le altre non se ne sono accorte, ma io s. Chiamami se vuoi. Sono preoccupata. Era sveglia anche lei alle cinque del mattino e aveva pensato a me. Dolce Claire.
Tornai a tener d'occhio lo schermo. Senza muovermi. Avevo paura a fare il minimo movimento, sentivo la mia supersedia ergonomica in bilico, come fosse sul ciglio di un abisso. Un niente e potevamo precipitare. Mi aggrappai a un bracciolo.
Qualcosa non va, signore?
 che adesso mi stavano tornando in testa i dettagli di tutto quanto era accaduto il giorno prima e anche quello che mi aveva detto Nic marted al parco. Tutto quanto, compresi i capelli di zio Gregory, lo stomaco di Chispy, il cestino dei rifiuti e la mandibola di mammut. Ma com' che gioved ero sicurissimo di voler cancellare la parola broker dalla mia vita, e venerd all'alba la devastante forza dell'abitudine mi stava remando contro?
Pensai che per contrastarla sarebbe stato sufficiente alzarmi e andare. Eppure diedi ancora un'occhiata al cellulare, e poi al computer. Poi sentii quel peso diventare una specie di forza e capii che avevo deciso. Che non potevo pi far finta di niente.
Sai che cosa accade, Syrik?
S?, era sempre l, reggeva il vassoio d'argento paziente e perplesso.
Mi sono cacciato nell'occhio di un ciclone... dico una roba tipo la rivoluzione copernicana, capisci?
Presi il caff dal vassoio che Syrik continuava a porgermi. Bevvi qualche sorso. Era ottimo. Poi mi girai verso il computer. Premetti un tasto con l'indice e lo guardai spegnersi.
Non lavora oggi?
No. Oggi la Borsa di Tokyo proprio non m'interessa.
Lo schermo buio mi diede un sollievo infinito. E questo mi sbalord. Di pi: mi spavent. Mi alzai di scatto. Tirai un profondo respiro perch in effetti mi sentivo mancare l'aria e il cuore mi andava a mille. Calmati, mi dissi. Sapevo che non avrei riacceso il computer e questo mi agitava.
Il povero Siryk stava l a guardarmi quasi implorante. Posso aiutarla?
Non m'interessa la Borsa di Tokyo, ribadii, e mi sentii come uno che bestemmia in chiesa. O dice parolacce davanti alla regina. O dice chi se ne frega della Borsa di Tokyo quando dovrebbe essere gi nel cuore del vendi e compra. E invece dissi ancora: Non m'interessa.
S, signore, annu Syrik ed ebbe, chiss perch, un sorriso divertito, giusto, della Borsa di Tokyo non ci interessa.
E adesso, Syrik?, infilai le mani in tasca. Non trovi che qui dentro faccia piuttosto freddo? Ho sempre sofferto il freddo in questo studio. Anche d'estate.  sempre stato poco riscaldato. Non trovi?
Adesso, disse, adesso le preparo un ottimo t.
Lo seguii in cucina e mi fermai di fronte alla finestra a guardare nel buio del giardinetto. Sentivo Syrik trafficare alle mie spalle. Faceva un piacevole calduccio l dentro, e c'era un buon profumo di pane abbrustolito. Nei giorni in cui ero in vacanza il bisnonno abbrustoliva esattamente dieci fette, cinque per lui e cinque per me. Erano giorni in cui non avevo niente da fare. Come oggi, preciso identico.
Il suo t  pronto. Se ora vuole sedersi al tavolo..., mi richiam Syrik dai miei ricordi.
Cos bevvi il mio t, seduto al tavolo, e mentre bevevo cercavo di ricordare tutte le volte che avevo fatto colazione con Susan, durante la settimana: accadeva al sabato o alla domenica, ma gli altri giorni? Forse due volte da quando stavamo insieme. S, perch di solito io mi alzavo alle quattro e mi rinchiudevo nel mio studio e guai se qualcuno veniva a disturbarmi. Lei si alzava alle otto, non si sognava di venire a disturbarmi, se ne andava in ufficio dove rimaneva tutto il giorno. Ci rivedevamo verso sera, a casa, o ci davamo appuntamento in un bar per un aperitivo. Dal luned al venerd e il luned dopo si riattaccava con la solita solfa.
Adesso per me la solita solfa non esisteva pi.
Ho dimenticato una cosa, piantai l la tazza e tornai in studio. In qualche modo dovevo pur avvertire l'agenzia. Accesi il computer parlandogli a voce alta: Sappi che questa  l'ultimissima volta, lo avvisai. Il solo dover rimettere le dita sulla tastiera mi fece uscire dai gangheri, chiss perch, ma fu con rabbia che scrissi a Ermione. Le scrissi che avevo bisogno di uno stacco - mai accaduto in tanti anni - che distribuisse il mio portafoglio di clienti tra i miei sei colleghi - sei, compresi i tre degli insulti anonimi - sapevo che erano gi oberati di lavoro, poveracci, sai quanto avrebbero dovuto sbattersi di pi per stare al passo? Quanto mi dispiaceva per loro! Aggiunsi di lasciar perdere telefonate e e-mail perch non sarei stato raggiungibile e che mercoled mattina alle nove sarei andato in agenzia per un colloquio.
Spensi il computer e gli rivolsi un definitivo: Adios! che chiss perch mi usc in spagnolo. Tornai a sedermi in cucina a bere il mio t e scrissi un messaggio che inviai a ognuno di loro: Mi dispiace un sacco ma questo venerd sera non ce la faccio proprio a esserci per la solita birra al solito pub. Vi tocca sbevazzare senza di me. Ne inviai anche uno a Claire: Non preoccuparti, Claire,  tutto ok. Che potevo dirle?
Tornai in studio, mi fermai di fronte alla mia biblioteca di testi storici, ne presi uno dalla pila di quelli comprati e non ancora letti e poi uscii nelle strade buie per andare a infilarmi da qualche parte visto che non avevo pi un accidente di niente da fare. Syrik mi corse dietro: Il suo cellulare, signore. L'ha lasciato sul tavolo in cucina.
E chi se ne importa anche del cellulare. Non lo dissi ma lui lo cap dalla mia faccia.
Ha ragione, ma  meglio che lo porti con s. Nel caso chiamasse la signora, no? E con questo mi fece capire che discreto com'era si sarebbe ben guardato dallo spiattellare a Susan com'erano andate le cose quel mattino e quale fosse la strepitosa novit.
Grazie Syrik, non ne ho proprio bisogno.
Io e Susan non ci telefonavamo mai, era tutto talmente programmato che non ce n'era bisogno. Quella sera, ad esempio, lei sarebbe rientrata alle undici e mezza perch come ogni venerd sera sarebbe andata a cena con le amiche e io sarei tornato poco pi tardi, dopo la bevuta di birra al pub con i colleghi. Come ogni venerd sera. Ho un brivido solo al pensiero.
Quel giorno, seduto al tavolino di un bar fuori dal mio quartiere, mi sentivo a pezzi. Avevo aperto il mio libro - la storia di Annibale che varca le Alpi con il suo esercito di elefanti - ma non riuscivo a leggere una riga.
Cercavo di capire come mi sentivo. Avrei dovuto essere felice visto la svolta che stavo dando alla mia vita, ma la realt  che ero sconvolto, ansioso e impaurito. Avevo in testa una gran confusione. Chiss dove era andato a finire The Wolf... In quel momento non m'importava di essere connesso con il mondo. Se qualcuno mi avesse chiesto chi ero diventato adesso, beh, non avrei saputo che cosa rispondere.
Cos tornai indietro ma non per risedermi al computer, e neanche per prendere il cellulare. Scesi nel box. Dolly. Dovevo rivedere Dolly. Una presenza amica, muta e solidale. Non so che cosa avrei dato per trovare l il bisnonno, nella sua tuta unta e bisunta, che fischiettava tutto allegro mentre lucidava specchietti e tutto quanto dell'adorata motocicletta e che mi raccontava di quanto fosse speciale la sua Dolly e in particolare il manubrio realizzato a mano proprio per lui. La Rolls Royce delle motociclette la definiva.
Naturalmente il bisnonno non c'era. Dolly era splendida, scintillante, sola. E imponente, come se si fosse eretta a tutrice della mia anima o della mia coscienza. Nel suo linguaggio che solo un vero motociclista riesce a intendere, mi diceva cose tipo: guarda che non  mica domenica, caro mio, il bisnonno che cosa direbbe se ce ne andassimo a spasso oggi? Guarda che fra poco piove a dirotto casomai ti saltasse lo stesso in testa di farti un giro, e poi sei in uno stato pietoso, non capisci pi niente, vai a leggere il tuo Annibale che  meglio. Appoggiato al muro del box, misero come non mai, ammisi che non me la sentivo di balzare in sella per andare a farci un giro come fosse domenica.
I giorni che seguirono furono un vero incubo. Anzi, il mese che segu. Nic, l'unico con cui avrei potuto parlare di me e di quella situazione era in giro per l'Europa a far concerti e non me la sentivo di raccontargli la mia impresa al cellulare.  una cosa che si pu dire solo guardandosi in faccia.
Susan, invece, la guardavo in faccia tutti i giorni, ma non riuscivo a parlarle, a spiegarle cosa mi era successo e cos feci finta di niente. Quel primo venerd, la sera, tornai nel bar dove ero sicuro di non incontrare nessuno, in compagnia solo di Annibale. Quando Susan e io ci ritrovammo a casa mentii e buttai l che la serata al pub con i colleghi era stata gradevole. Il sabato non c'era bisogno di fingere. La domenica pioveva talmente forte che non potevo uscire con Dolly, cos mi rinchiusi nel box a lucidarla. E mentre la lucidavo mi sentivo addosso un'inquietudine dolorosa, ogni tanto mi alzavo in piedi deciso ad andare a parlare con Susan, come fosse Dolly a suggerirmelo, ma niente da fare, mi bloccavo ogni volta e tornavo indietro. Quando la sera, a casa dei suoi, brindammo alla sua promozione con lo champagne e lei mi sorrideva con la sua fossetta sulla guancia, mi sentii un verme a non avere il coraggio di vuotare il sacco. Guardavo il suo viso e la sua espressione soddisfatta, era diventata direttore, aveva raggiunto ci per cui aveva lavorato per anni e io mi sentivo come se la stessi tradendo, anzi molto peggio, perch anche io avevo raggiunto il mio traguardo, quei traguardi che avevamo sognato insieme, per i quali ci eravamo impegnati insieme e mentre lei continuava a sorridere compiaciuta io non riuscivo a dirle che per me, invece, tutto questo non aveva pi senso.
Il luned mi alzai alle quattro, come sempre, ma poi me ne tornai nel bar con il mio libro sottobraccio, tanto ero sicuro che Susan non sarebbe entrata nel mio studio. Infatti non ci entr. Marted idem. In effetti avrei anche potuto rimanere nel mio studio a leggere, ignorando il computer, ma mi ero accorto che stare l dentro mi metteva ansia. Preferivo uscire. Mercoled mattina tenni fede all'appuntamento che avevo richiesto a Chispy e, alle nove, mentre stavo per varcare puntualissimo la porta dell'agenzia, sul pianerottolo incappai nel Professore, che si blocc a fissarmi come avesse visto un morto: Che faccia, povero ragazzo, che c'?, Niente, la ringrazio..., sussurrai e mi infilai in agenzia. Lo incontrai di nuovo con il suo dannato mastino, quando, neanche mezz'ora dopo, uscii lasciandomi alle spalle gli insulti e le bestemmie di Chispy, il sarcasmo di Ermione e le sanguinose accuse di entrambi, convinti che avessi deciso non certo di chiudere con la mia professione come sostenevo - figurati se uno smette di fare un lavoro redditizio come quello del broker! - ma di mettermi in proprio fregando sottobanco all'agenzia quanti pi clienti potevo oltre a quelli che avevo nel portafoglio. Canaglia e mascalzone, ingrato e ladro. Ecco cos'ero diventato per loro.
Vi ho sentiti urlare, l'insigne cardiologo mi blocc sul portone, rivolgendomi la parola con tono da vecchio amico, ho temuto che volassero anche cazzotti.
L'ho temuto anch'io.
Posso esserle d'aiuto?
Fortunatamente no, e mi allontanai da lui e da tutte le paure che mi metteva addosso la targa sulla sua porta, dal suo mastino, dall'agenzia e dalle accuse infamanti che era come se mi avessero preso a schiaffi.
Ma il peggio doveva ancora venire. Non sapevo che Ermione fosse amica della moglie del CEO di Susan, a Londra in un certo ambiente si conoscono grossomodo tutti, ma questo non lo avevo calcolato. Cos il venerd, quando da ormai incallito ipocrita finsi di rientrare dalla mia finta serata con i colleghi al pub, trovai Susan nel mio studio. Proprio nel mio studio, dove non entrava mai. Le luci erano tutte accese, la porta aperta. Lei era in piedi, braccia conserte, appoggiata alla mia scrivania. Fasciata nel suo sontuoso abito di velluto nero, con le perle al collo. Aveva un'espressione che non le avevo mai visto.
Susan..., non bisognava essere un genio per capire che aveva saputo tutto.
 stato piacevole venire a sapere da William quello che tutta Londra sa gi e che io, a quanto pare, sono l'unica a non sapere. La Regina della Notte aveva lo sguardo fisso su di me. Quando William si  accorto che io non ne sapevo nulla  stato ancora pi piacevole per me. Inizi cos. E di seguito: Non te lo perdono, Mark. Non ti perdono di non avermi informata che ti sei messo in proprio derubando l'agenzia dei suoi clienti.
In quel momento mi accorsi che il mio computer aveva lo schermo sfondato e la tastiera divelta e che il mio cellulare, che avevo lasciato sulla scrivania, era del tutto ammaccato.
Come minimo... ti meriti ben altro, Susan aveva seguito il mio sguardo. L'ho fatto con quello. E con uno scatto del mento accenn al martello appoggiato su una pila di libri.
Guarda che io..., annaspai.
Zitto, non dire niente, sbott lei, tirare quelle quattro martellate non  bastato a farmi passare la rabbia..., si morse le labbra, mi stringeva il cuore a vederla cos come non l'avevo mai vista, sentirla con quella voce che non conoscevo. Sai che ridere in redazione, sai come mi sparlano dietro adesso quelli che gi mi detestavano prima? Susan che si d tante arie ignora quello che combina quel mascalzone del suo compagno..., chiuse per un momento gli occhi come se non tollerasse pi di avermi a pochi passi da lei, poi, piena di rabbia mi chiese: Perch hai fatto tutto alle mie spalle? Che gusto ci hai provato a non dirmi niente?, e, infine, scoppi in lacrime.
E adesso, mi dissi sommerso dalla vergogna, come riuscir a spiegarle quello che io stesso non ero ancora riuscito a capire? Come far a convincerla che non avevo affatto deciso di mettermi in proprio scippando i clienti a Chispy?
Tentai di parlare ma lei riprese subito, sferzante: Che paura avevi a parlarmi? Paura che ti togliessi il dolce a cena, per punirti come faceva quella simpaticona di tua zia Daphne?, si teneva le mani strette sotto le ascelle come per impedirsi di prendermi a ceffoni e continu inarrestabile: Ma che uomo sei... altro che The Wolf! Per quale ragione dovrei continuare a vivere con un bastardo cacasotto come te? Eh? Per il tuo noiosissimo modo di vivere, sempre tutto uguale, senza mai una novit?, e purtroppo aggiunse anche: Volevi un bambino? Per fortuna che non ho fatto un bambino con un uomo inaffidabile come te... ma come hai potuto pensarlo!, e si precipit nella nostra camera da letto sbattendo forte la porta perch fosse chiaro che l dentro non avrei potuto seguirla.
Mi abbattei sulla mia supersedia come se mi avessero preso a pugni e mi sentii come ricoperto di lividi dalla testa ai piedi.
Che disastro!
Fu all'incirca un mese dopo che Nic mi sedette accanto sulla panchina all'Hyde Park, quasi di fronte al monumento a Wellington, dove mi ero trascinato un qualsiasi marted. Non era la prima volta che ci vedevamo Nic e io da quando era tornato a Londra. Appena arrivato aveva saputo tutto ed era subito venuto a cercarmi. E ora era di nuovo qui, al mio fianco.
Per un po' rimanemmo in silenzio, io con i gomiti appoggiati sulle ginocchia, a tormentarmi le mani. Gli ero grato di essermi vicino. Seguivo con lo sguardo un merlo che saltellava nel prato.
Andiamo via, Mark.
Il merlo si mise a becchettare qua e l.
Mi hai sentito?
Guarda il merlo come  contento...
Non puoi passare le giornate a buttare il riso ai merli. Almeno, non qui all'Hyde Park. Andiamo via.
Susan una settimana fa mi ha piantato ed  andata a stare dai suoi. Dice che ha bisogno di una pausa di riflessione. Meglio cos. Era un'angoscia stare insieme, non mi rivolgeva pi una sola parola, era una tensione continua in casa... Con Nic potevo sfogarmi e gli parlai tutto d'un fiato: Sto male, Nic. Sto malissimo, non so pi chi sono e pi che mai ora che Susan se n' andata..., ma che parole avrei potuto trovare per dire che avevo il cuore a brandelli? Me lo perdevo per strada il cuore, mi cascava gi e finiva in qualche tombino o in un angolo di quella casa deserta, nella quale vagavo disperato per le parole brucianti che mi aveva urlato Susan.
Frugai nel sacchetto che avevo in tasca e buttai un'altra manciata di riso al merlo. Anzi ai due merli. Se n'era aggiunto uno al banchetto.
Andiamo via, dammi retta.
Avresti dovuto sentirla: diceva che per noi due poteva essere tutto facile, che era tutto in discesa, tutto perfetto, che avevamo i soldi, la nostra relazione, la strada spianata, due lavori di prestigio, e che io avevo voluto rovinarle la vita.
Non avevo bisogno di spiegare a Nic che a me di quella vita in discesa, del successo, dei soldi facili, di tutto ci che avevo raggiunto e che mi era costato una fatica bestiale, non importava pi niente. Che tutto quello mi toglieva il respiro tanto era diventato faticoso. Non era necessario gli dicessi che sentivo sul petto un macigno, un'oppressione come se stessi sbagliando ogni scelta, senza pi sapere quale fosse il mio bene e quale il male, eppure avevo fatto finta di niente per un pezzo: ero o non ero il lupo? Beh, Nic, quel macigno, l'aveva visto prima che io lo potessi sentire, cos aggiunsi solo: Insomma, una vita talmente facile che mi ha fatto andare a rotoli, ecco come stanno le cose. E ancora non capisco perch non sono riuscito a dire tutto a Susan, fin da subito.
Ascoltami Mark, andiamo via. Che ci stai a fare qui? Andiamo via.
Sto andando alla deriva, Nic. Ho mollato l'ncora. Sparsi ancora un pugno di riso, e poi, rabbioso, aggiunsi: Susan mi ha detto anche di mettermi in cura da uno psicanalista.
Ma ci mancherebbe! Stammi a sentire finalmente, Mark... tra qualche giorno devo partire, ho una serie di concerti, di impegni, sto via per un po' di tempo. Vieni con me. Qui non c' niente che ti trattenga. Andiamocene, dai.
Dove?
Nelle Langhe. Le Langhe si trovano in Italia, sbuff scocciato quando vide la mia espressione dubbiosa. Hai presente l'Italia? Immagino di s visto che parli italiano.
E la moto?, dissi dopo un po'.
Hai mai sentito parlare di corrieri? Arrivano persino nelle Langhe. Allora? Sbrigati, devi decidere subito.
Ci impiegai tre giorni a decidere, neanche troppo. E tre giorni dopo spedimmo Dolly, che si prese l'incarico di farmi da battistrada. Me ne pentii subito, la mia preziosa Dolly, avrebbe potuto capitarle qualsiasi cosa, ma non potevo fermarla, ormai, e fui costretto a partire con Nic per andare a riprendere la mia motocicletta in un paese che si chiamava Alba.
Alba nelle Langhe.
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Capitolo Sei.
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Che cosa stai scrivendo?
Una lettera.
Sei mancino anche tu? Il nonno dice che una volta la chiamavano la mano del diavolo.
S, come se non bastasse sono anche mancino.
Einstein era mancino, Van Gogh era mancino, Charlie Chaplin era mancino, Leonardo da Vinci e non so quanti altri, cos quando in collegio mi legarono la mano sinistra dietro la schiena perch scrivessi con la destra e scoprii che a Einstein era toccata la stessa sorte, mi sentii assurgere nel cielo dei grandi e riuscii a non versare mezza lacrima. Di nascosto per continuai a scrivere con la sinistra fino al sollievo di quell'et in cui nessuno poteva pi impormi di scrivere con la destra.
Stavo scrivendo una lettera a Susan. Per la seconda volta da quando la conosco le stavo scrivendo con la mia calligrafia contorta. La prima lettera risaliva a secoli prima, l'avevo appena conosciuta e volevo invitarla a cena e con una lettera, una vera lettera - e non un banalissimo SMS - calcolavo che non avrebbe potuto dirmi di no! Infatti non lo fece e da l inizi la nostra storia. La scrissi a Londra nel pub vicino alla casa dove lei abitava, e dove lei entr proprio nel momento in cui io l'avevo appena terminata. Ci conoscevamo appena, si sedette davanti a me e io gliela misi sotto gli occhi, lei la lesse e venne a baciarmi. Cos, davanti a tutti. Ecco come incominci con Susan. Non so che cosa avrei dato per tornare indietro in quel pub e rivivere il momento in cui lei entra, mi vede, mi sorride, legge la lettera, mi bacia. Non so che cosa avrei dato per ricominciare tutto da capo con lei.
Perch non mandi un messaggio su Whatsapp che fai prima?
Una lettera  una lettera, caro mio, fa molto pi effetto di un messaggio, lo so per esperienza.
Con questa seconda lettera Susan si sarebbe materializzata davanti a una delle porte dove Nic, io e Dolly eravamo approdati alcuni giorni prima e attraversare tutto il tutto il grande cortile fino al tavolone sotto gli alberi di tiglio, dove ero seduto? Alzai gli occhi, ma, ricordandomi che la magia non esiste, sospirai. Susan questa volta era a migliaia di chilometri di distanza. In tutti i sensi. Quando avevo provato a telefonarle, prima di partire da Londra, aveva rifiutato la chiamata e chiuso il cellulare. Ecco come stavano le cose.
Hai scritto Dear Susy... scrivi in inglese?, il ragazzetto si sporse verso di me per sbirciare, ...del resto sei inglese, me l'ha detto il nonno. Susy  la tua ragazza? Ci hai litigato?
Ma insomma..., protestai e coprii il foglio con la mano - sempre la sinistra - aperta. Che cosa volevo nascondere? Che avevo scritto perdonami se riesci, perch senza di te io ci sto troppo male? Tra l'altro capirai che razza di motivazione: una donna torna con te perch tu stai troppo male? Susan non aveva l'animo della crocerossina. E questa era una cosa di lei che mi piaceva molto.
Tanto l'inglese non lo capisco, il ragazzetto si tir indietro e rise scoprendo robusti incisivi da allegro castoro, Dimmelo tu che cosa hai scritto, mi piacciono le faccende degli altri
Cose da adulti, risposi col muso lungo. S, ero di cattivo umore perch tormentato da incertezza, sensi di colpa, rimorsi e naturalmente dall'atroce sospetto, che ogni tanto tornava, di aver fatto un errore madornale a infilare nella spazzatura tutta la mia vita, Susan compresa. S..., sospirai, ...cose da adulti.
Oh che palle! Me lo dice anche Nico quando gli faccio le domande..., e si ammutol perch Nic, detto qui Nico, aveva iniziato a studiare e spargeva intorno, assordante nella quiete, il suono del suo violino nel concerto in Mi minore, mi pare l'opera sessantaquattro di Mendelssohn per intenderci, come mi aveva ripetuto. Io non ho memoria per la musica. Studiava per prepararsi al concerto in un posto qui intorno, forse Levice. In ogni caso stava suonando qualcosa di decisamente straziante, l'ideale per sentirsi il cuore a brandelli.
Ci d dentro l'amico, eh?, il ragazzetto fece un cenno alla finestra aperta al primo piano, nell'ala del cascinale dove ci eravamo sistemati Nic e io. A me si torcono le budella quando suona cos, anche al ragazzino quel violino sembrava straziante. Dico, ma bisogna proprio mettersi a frignare? Anche quella signora che sta con Nico, quella di Alba, quella l... ha detto a mia mamma che lui  un genio, lei va sempre ai suoi concerti, dice che mette tristezza... ha ragione, eh?
Quale signora di Alba?, cio? Non sapevo che Nico avesse una signora di Alba. Non me ne aveva mai parlato. E chi sarebbe?
Cose da adulti, e mi rivolse una buffa smorfia, raccolse la canna da pesca che aveva appoggiato sul tavolo, frust l'aria: Perch non lasci perdere quella roba e non vieni con me? Non  lontano, l'ora per i pesci  buona e se non sai pescare ti insegno io.
Non  vietata la pesca in questa stagione?
E tu che cavolo ne sai?, inforc la sua sgangherata bicicletta, sferragliando attravers il cortile e io, che lo guardavo imboccare sotto il sole il viottolo tra i prati, non so che cosa avrei dato per essere al suo posto. Era invidia? Che leggerezza la sua vita in confronto alla mia... Se ci avessero buttati nel fiume dove il ragazzo andava a pescare - la Bormida mi pare, o il Tanaro? - io sarei andato a fondo all'istante, mentre lui, come una libellula, sarebbe rimasto a svolazzare a pelo della corrente, tutto contento. Una decina d'anni, la canna da pesca, la bici, una famiglia che ti adora, le infinite avventure del fiume e del bosco. Quelle avventure per le avevo vissute anch'io, alla sua et, quando il bisnonno mi portava con s in Cornovaglia: era stato breve, il periodo cui eravamo sempre insieme e insieme ce ne andavamo in giro. Invidia e rimpianto. Poi era morto e per salvarmi mi ero attaccato al computer per finire a fare il broker e diventare Mark il Lupo. Se fai una cosa, Mark, mi diceva sempre il bisnonno, devi farla al meglio delle tue possibilit. E cos avevo fatto. Ma adesso ero solo nel cortile di una cascina nelle Langhe, continuavo a pensare a Susan e non sapevo pi chi fossi, visto che non ero pi quel Mark.
Perch, pensai, invece di starnazzare con aria arcigna sul divieto di pesca, di cui in effetti non so nulla, tanto per fare l'adulto rompiscatole visto che sono di umore nero, perch non ho accettato l'invito di Enea - che nome glorioso! - e me ne sono andato con lui a pescare? A cosa mi serve stare qui a macerarmi tra il violino strappalacrime di Nic e una lettera che non sar mai in grado di convincere Susan a tornare con me? Eccomi che ripenso a lei. Abbiamo vissuto insieme per nove anni, lei e io, non  poco. Per nove anni mi sono addormentato e svegliato con lei, ho cenato con lei, ho trascorso i sabati e le domeniche con lei. Tutto quel tempo con lei, a parte i momenti che ho trascorso con Dolly. E ora di tutti quegli anni mi  rimasta solo Dolly.
Sotto gli alberi di tiglio, seduto a un tavolone con una penna nella sinistra e un foglio ancora quasi vuoto davanti, ero l da solo a guardare la mia moto che scintillava pomposa nella luce del mattino, parcheggiata in fondo al cortile con l'aria di trovarsi del tutto a proprio agio. Siamo proprio una grande coppia noi due, dissi amaramente, io con il cuore a pezzi - mi piacciono queste tre parole, rendono maledettamente l'idea - e lei, la pi fantastica moto d'epoca della Terra. Dolly  stupenda e sempre pronta a regalarmi la libert, bastava salirci sopra, mettere in moto e via.
E allora perch non tornare a Londra subito, visto che dove mi trovavo, in quel luogo sperduto, l'unica cosa che mi era familiare era Dolly? Sentivo lontano anche Nic, che continuava a miagolare magistralmente col suo violino, che non mi aveva mai detto una sola parola sulla sua signora di Alba mentre io con lui avevo vuotato il sacco fino al fondo pi imbarazzante.
La guardavo, l in fondo al cortile, la mia Dolly, come fosse l'unico elemento in grado di darmi un senso di realt. Dolly che quando l'avevo rivista ad Alba mi ero emozionato. Era arrivata senza neanche un graffio, trattata con i guanti da uomini che le stavano intorno come alla pi bella del reame.
Che moto..., aveva detto uno di loro e si era toccato il berretto in un saluto a Dolly, senz'altro a lei, ...te la godi a girarci con quella eh?
S,  magnifica, avevo confermato io. Non c' niente di pi bello che girare in moto.
Non  vero, aveva sorriso un altro con l'aria simpatica, c' una cosa pi bella.
E sarebbe?, avevo chiesto con aria incredula.
Correre, aveva sentenziato lui. Correre  molto pi bello, credimi.
Correre? Correre in moto, dici...
No, correre a piedi.
A piedi?, e intanto ero montato in sella e mi ero infilato in casco.
Correre a piedi, certo, aveva ribadito quello. Correre qui in Langa. Correre su per le colline.
Ma dai..., avevo riso, abbassando la visiera. Poi avevo messo in moto ed ero scivolato via...
Io, Dolly, la strada. E anche qualcun altro... avere Dolly qui era anche come essermi in qualche modo portato dietro il bisnonno. Qualcosa come il suo spirito e la sua anima. L'idea era confortante, e sa il cielo se avevo bisogno di conforto.
Per a filar via libero su Dolly in quel momento mi sentivo forse felice? No, felice no, ma estatico, questo s! Seguivo il furgoncino degli amici di Nic, che, lemme lemme, attraversava Alba. Erano venuti a prenderlo alla stazione, lui, il suo preziosissimo violino e le nostre borse da viaggio. Nic ogni tanto si sporgeva dal finestrino e mi mostrava il pugno con il pollice alzato: ce l'abbiamo fatta! E io gli rispondevo alzando la destra guantata con il pollice in su. Era quasi il tramonto quando uscimmo da Alba e ci trovammo in campagna. Colline di qua e colline di l. Viti di qua e viti di l. Mi trovavo a una distanza siderale dal mondo in cui ero sempre vissuto. E a un certo punto quell'emozione che mi ero sforzato di congelare dal momento in cui avevo rivisto Dolly, mi si sciolse in lacrime, con mia grande sorpresa. S, perch rivedere la mia moto qui era stato come capire realmente che me ne ero andato da Londra e che la mia vita di sempre si era conclusa.
E piansi. Io che non piangevo mai! Fortuna che nessuno avrebbe potuto accorgersene. Avevo alzato la visiera del casco e il vento mi ripuliva la faccia. Era una sensazione nuova. Stavamo percorrendo una strada solitaria che risaliva poco per volta e non stavamo incontrando nessuno. Ascoltavo il ben noto rombo di motore, mi libravo nello spazio e piangevo. Se mi avesse visto zia Daphne sarebbero stati guai. Quando ero scoppiato a piangere al funerale del bisnonno mi aveva stretto il braccio in una morsa soffiandomi nell'orecchio un: Mantieni almeno un contegno decente, Mark!
Percorrendo quella strada cos estranea non stavo mantenendo un contegno decente. Piangevo su un senso di sfascio della mia vita, su una porta ormai chiusa alle mie spalle, o forse su qualcosa che ancora non riuscivo a capire. Quando eravamo arrivati alla cascina e io, nel cortile, spensi il motore, c'era un gruppetto di persone l intorno a guardarmi. Mi ero sentito un alieno precipitato sulla Terra.
Che cosa ci facevo, io, l?
Avevo passato i primi giorni a non fare nulla, letteralmente nulla. Ero disperato, con una voglia pazzesca di tornare indietro, annullare quella distanza e riavvolgere la pellicola, fino al momento in cui avevo iniziato a distruggere tutto.
Quella sensazione mi era rimasta e quel mattino, seduto sotto gli alberi di tiglio, continuavo a rimuginare e a cercare le parole per scrivere la lettera a Susan.
Ma non riuscivo a concentrarmi. Guardavo Dolly come fosse la mia ncora di salvezza e pensai che, nella mia apatia, dal giorno in cui eravamo arrivati non l'avevo pi toccata. Le avevo dato una lucidata e per il resto ciondolavo in giro. Tutto l. Mi accorsi che aveva attorno un certo trambusto. Allora mollai penna e foglio e attraversai deciso il cortile. Per godersi il sole un gattone bianco e nero si era disteso comodo sul sellino, mentre altri due le giravano intorno, a coda ritta, esigendo il proprio turno. Non avrei tollerato altro che un gatto sul sellino della mia Dolly.
Nella cascina non c'erano solo gatti, c'erano anche dei cani, un paio da cui io stavo alla larga, e loro facevano altrettanto: credo che capiscano quando non ti piacciono, e a me i cani non erano mai piaciuti. Quando abitavo da zia Daphne i nostri vicini ne avevano due: un bulldog e un bassotto, e hanno terrorizzato tutta la mia adolescenza.
Ma i gatti no, i gatti li trovo fantastici. Il bisnonno aveva un gatto bianco, Darwin, che scomparve quando lui mor. Zia Daphne, con tutti i suoi difetti, aveva il pregio di adorare i gatti e ne aveva due, un certosino e un tigrato. Il certosino veniva sempre a dormire sul mio letto e le sue fusa mi hanno fatto compagnia per non so quante notti, dagli undici anni in su. Susan invece, purtroppo, gatti in casa non ne voleva.
Tutto bene qui?, chiesi al gattone bianco e nero. Quello socchiuse gli occhi infastidito, si stiracchi, sbadigli, poi con un morbido salto cal a terra e se ne and sdegnoso ma a coda ritta, il che significava che non gli ero poi cos antipatico. Gli altri due andarono a sedersi sullo zerbino della porta di casa e mi fissarono con aria di rimprovero mentre sul sellino di Dolly mi piazzavo io.
Presi le chiavi dalla tasca. Le portavo sempre con me. Al portachiavi era appesa una minuscola moneta, il bisnonno mi aveva spiegato che era una moneta dell'Africa orientale: Un ricordo di Lawrence, capisci?
S, capivo. Valeva come portafortuna. In fondo, la fine da motociclista del nostro eroe era stata gloriosa. Infilai le chiavi nel cruscotto.
In quel momento si interruppe il suono del violino di Nic.
Allora, andiamo?
Avevo il sole contro, ma quello davanti a me non era il nonno di Enea?
Andiamo? C' una cosa che voglio farti vedere. Qua dietro. Era proprio Pietro, il nonno di Enea. Non era un vecchio tremolante, portava i jeans e una camicia a scacchi con le maniche rimboccate sulle braccia muscolose, era della stessa genia del bisnonno, quella di quei rari personaggi che invecchiando invece di accartocciarsi diventano dei veri Highlanders: spalle da eroe greco, ventre piatto, muscoli, carattere, mente e andatura che guardi augurandoti di arrivare a quell'et nello stesso modo. Tipi cos possono anche stare sullo stomaco. Il bisnonno, infatti, stava sullo stomaco a molti, ma non a me, per me era stato e continuava a essere un dio.
Nic mi aveva raccontato che il nonno di Enea era anche un buon flautista, flauto traverso. Si erano conosciuti a uno stage di musica. Passione comune la musica classica, Bach, soprattutto. Alla nostra prima cena con tutta la famiglia che ci ospitava, Nic e il nonno di Enea si erano persi in una lunga discussione su violino e flauto in Vivaldi, mentre gli altri - fratelli sorelle zii cugini nipoti - chiacchieravano dei fatti loro e io mi ero sentito di troppo e continuavo a chiedermi perch diavolo mi fossi lasciato convincere a seguirlo.
Allora? Andiamo?, il nonno di Enea faceva dondolare il casco che teneva in mano.
Andiamo dove?, chiesi serio. Quel tipo mi metteva a disagio. Era la prima volta che mi rivolgeva la parola.
Vai, Mark, fidati. Lui sa dove portarti, disse Nic sporgendosi dal davanzale sopra di noi. Vai, io devo studiare, ci vediamo dopo e riaccost la finestra.
Beh,, dissi allora, se vogliamo fare un giro...
S, perch mi sono stufato di vederti camminare avanti e indietro in cortile.
Ma guarda, pensai, non erano sacrosanti fatti miei che cosa facevo tutto il giorno?
Lui continu: Cammini oppure stai seduto sotto i tigli? Da quando sei arrivato non hai fatto altro. E a cena stai sempre zitto.  ora che la smettiamo. Poi indic la motocicletta. Ne ho una anch'io, un Airone del '48, serbatoio a oliva non a cipolla, roba fine.
Per, pensai. Un bel modello, quello. Ma non mi andava di fargli i complimenti. Quando uno ha una moto come Dolly non fa complimenti a nessuno.
Il mio Airone  una roba da signori.
Non certo come la mia Dolly, pensai.
Ce l'ho in fienile, ma ora il giro lo facciamo con la tua, ti va?
D'accordo, in realt non ne avevo nessuna voglia.
Dai!, indic il cavalletto. Molla.
Dove andremmo?, facevo resistenza. Con il bisnonno resistergli non funzionava mai.
Ma non rompere e fammi salire, neanche con lui funzionava. Si iss dietro di me, mi assest una botta su un fianco come fossi un somaro da smuovere: Facciamo Alba, poi La Morra, poi ti dico io. Anduma, dai, stai attento ai cartelli.
Si capisce subito se hai seduto dietro uno che sa andare in moto. E Pietro lo sapeva fare. Non lo sentivo neanche, era leggero, come se non ci fosse. E dire che era quello che banalmente chiamano un pezzo d'uomo. Pi che seguire i miei movimenti li intuiva, si muoveva all'unisono con me, anzi Dolly, lui, e io eravamo una cosa sola. Lui la capiva cos bene, Dolly, che mi dava quasi fastidio. Anzi, mi irritava. Ero geloso. Geloso e arrabbiato. Cos tanto che iniziai ad accelerare in curva e ad andare gi fin quasi a strusciare il ginocchio sull'asfalto, ma lui dietro si buttava gi come me, prontissimo, audace, senza tenersi a me, non so come facesse, e non disse n vai pi piano, n occhio alla curva. Ero sorpreso e ammirato.
Continuavo a seguire i cartelli, sempre di pessimo umore, e mentre filavo via tra vigneti e colline mi resi conto d'un tratto che quella rabbia che mi sentivo dentro non era proprio rabbia, era un rancore profondo, sotterraneo, come se ce l'avessi con tutto e tutti, come se tutto e tutti mi avessero fatto chiss cosa. E come per lasciarmi tutto e tutti alle spalle accelerai. Da Alba a La Morra sono una quindicina di chilometri e me li divorai in un lampo. Lui dietro rimase zitto. Quando mi batt sulla spalla rallentai, e mi disse: Vai gi verso Barolo e quando incomincia lo sterrato ti fermi.
Ripresi a correre verso Barolo come avessi una fretta bestiale. Poi inchiodai la moto frenando sullo sterrato con una gran scivolata, da vero imbecille, ma tant'. Pietro scese dalla moto senza un commento, tranquillo come se fino a quel momento fosse rimasto seduto in poltrona: Parcheggia l che non te la tocca nessuno. Andiamo a piedi,  qui sotto, saranno venti minuti gi a sinistra.
Abbiamo la moto, andiamo in moto.
No, andiamo a piedi. Guardiamo il panorama. Merita. Vedi che roba?, e accenn intorno, all'orizzonte presumo.
E a che cosa serve guardare il panorama?, commentai secco senza alzare lo sguardo. A che serve?
A niente, mi fiss calmo. Mi sorrise anche. A pensarci devo ammettere che malgrado il mio atteggiamento lui manteneva un sorriso amichevole. Serve a niente, disse. Proprio a niente. Come Mozart.
Rimanemmo a guardarci in silenzio, poi lui si avvi di buon passo lungo le vigne.
Ti stavo per dire che questa l'ho gi sentita..., feci io sottovoce. Avevo capito quello che intendeva dirmi, ma lui non mi ascoltava pi. Parcheggiai sul ciglio della strada. Lo seguii malvolentieri. Mi levai il giaccone, faceva caldo.
Certo che l'avevo gi sentita quella su Mozart, era una battuta che girava, il primo a farsela venire in mente non ricordo chi fosse stato ma l'avevo detta anche io, e precisamente al padre di Susan: eravamo andati a trovarli, lui e la madre di Susan, poche settimane prima del patatrac, nella loro pacchianissima villa vicino a Brighton. Stavamo bevendo il solito champagne caro come il fuoco e non so perch si stava parlando di nuovo del fatto che ogni domenica facevo il mio giro in moto da solo. Il padre di Susan - un tipo piuttosto basso, sovrappeso, con le labbra sempre di traverso spesso pronto a dire battute a doppio senso - aveva commentato che la domenica non si lascia a casa da sola una donna come sua figlia e qui ci aveva infilato una risatina maliziosa. Poi scrollando la testa mi aveva chiesto a che cosa mai servisse andare in giro in moto, a che cosa? A niente, gli avevo risposto e avevo aggiunto, sottolineando ogni parola: Non serve a niente, proprio come Mozart. Lui non era stupido, aveva colto al volo il senso della frase, ricordo la sua faccia mortificata, ci era rimasto male. Quando eravamo usciti Susan mi aveva sgridato: suo padre aveva gi il complesso di essere ignorante, c'era bisogno di prenderlo in giro con la battuta su Mozart?
E ora, esiliato nelle Langhe, la stessa frase me l'ero beccata io. Camminavo a fianco di Pietro ma non riuscivo a smettere di pensare al padre di Susan, lo rivedevo quando, furente era venuto a cercarmi e mi aveva dato dell'irresponsabile e del traditore per come mi ero comportato con la sua unica adorata figlia: Le hai nascosto che sei un ladro
del lavoro altrui, ormai a Londra la raccontavano tutti cos. Le devi lasciare la casa, questa casa, urlava, le devi lasciare tutto e levarti dai piedi, sparire.  dovuta venire a rifugiarsi da noi ma non  giusto, non  giusto, per un momento avevo temuto che mi pigliasse a pugni. Se n'era andato sbattendo la porta ed  stato in quel momento che avevo deciso di seguire Nic in Italia, di togliermi sul serio dai piedi. Avevo telefonato al mio amico, dopo quell'incontro, e gli avevo detto che lasciavo la casa a Susan, che avevo sistemato tutto per pagarle anche le spese, tutte, compresi gli stipendi di cuoca e Syrik e che avrei spedito Dolly. Un paio di giorni pi tardi me ne ero andato anch'io. L'unico che si era commosso quando ero uscito di casa con la mia borsa da viaggio era stato Syrik. Si era messo a piangere: Scusi ma sono affezionato. Capito? Lui si scusava perch si era affezionato.
Comunque eccomi qui a camminare vicino a uno sconosciuto, in un luogo ancora pi sconosciuto, per andare non so dove. E ripensavo a Syrik che quando lasciai Londra aveva voluto accompagnarmi alla stazione con il BMW (avevo lasciato anche quello a Susan), poi era salito nel mio scompartimento portando il mio bagaglio, lo aveva sistemato per bene e, prima di ridiscendere dal treno, aveva mormorato: Vede, signore, lei mi mancher. Con la rigidit di un baccal. che mi prendeva quando si tratta di emozioni, mi ero limitato a dargli una pacca sulla spalla, neanche fossi il sovrano con l'ultimo dei servitori. E ora che ci ripenso mi dispiace e molto per quel mio gesto, avrei voluto dimostrargli pi calore. Dal finestrino del treno l'avevo visto salutarmi fino all'ultimo asciugandosi gli occhi, caro Syrik.
Come si fa a rimediare, mi chiesi, alla propria freddezza cos artica in certi momenti?
Come va?, butt l Pietro. Camminava un po' troppo sparato per i miei gusti.
C' bisogno di andare cos svelto?, risposi. Stavo sudando e dire che la strada era un po' in discesa.
Svelto?, ma rallent.
Manca tanto?
No.
Quanto?
Circa..., ma non aggiunse altro. Mi stava prendendo in giro? Ma s, certo che mi stava prendendo in giro, la mia aria immusonita un po' lo divertiva, come era evidente dal tono con cui mi chiese: Tutto bene?
Per tutto il tempo, camminando nel sole a fianco di Pietro che non apriva bocca, ruminando i miei neri pensieri, avevo tenuto gli occhi puntati al suolo: niente doveva distrarmi!
Alzai gli occhi solo quando notai che Pietro si era fermato.
Cos la vidi. E quasi mi manc il respiro.
Ma che cos' quella...
Davanti a me grandi campate di colori sgargianti saltavano su nel paesaggio di vigne e strillavano io sono il giallo, io sono il rosso, io sono il verde, io sono il blu: colori violenti sparati sulle pareti di una specie di cappelletta deposta al centro delle colline dalla mano di un artista, gigante e folle.
Ma cos'?, ripetei a mezza voce.
Un artistico pugno nell'occhio, sorrise Pietro. Comunque  da vedere. Questa  la Cappella delle Brunate, la chiamano la Cappella del Barolo. Mette allegria, non trovi? Non che ce ne fosse bisogno con colline come queste..., si chin a raccogliere un filo d'erba. Senza offesa vedo che hai la luna storta. Prova a star qui tranquillo a guardarti intorno. Serve, vedrai.
Scivolando con lo sguardo tra i colori che sembravano balzar fuori dalle pareti della cappella in effetti mi sentii poco per volta pi leggero. L'inimmaginabile accozzaglia variopinta riusciva davvero a rasserenarmi? Dopo un po' mi scusai con Pietro, gli dissi che non era da me stare con il muso lungo: Questa cupezza mi  piombata addosso da quando sono qui. Non mi spiego il perch.
Succede, dai.
Saltando con lo sguardo da un colore all'altro tornai a pensare - amorosamente - a Susan, a quanto le sarebbe piaciuta questa specie di chiesetta senza campanile, cos vistosa, cos eccessiva, cos in contrasto con quello che le sta intorno. Susan adora le stramberie, lo sapevo, adora quello che ti lascia di stucco; quando si tratta di arte, ovviamente, non di quello che ti capita tra capo e collo.
L'avete dipinta cos voi? Voi di qui? Cio qualcuno di qui?, buttai il giaccone sullo steccato l accanto.
Noi? Ma no... due artisti americani. Uno ha dipinto il fuori e l'altro l'interno. Arte contemporanea. Per  quasi sempre chiusa, ora si pu vedere solo l'esterno
Perch l'hanno colorata cos?
Non lo so. Guarda la spiegazione sul tuo cellulare.
Il mio cellulare non si collega a Internet. Non ha nemmeno i messaggi.
A me, che continuavo a passare in rassegna quei colori, uno pi acido dell'altro, venne in mente di nuovo la faccia del padre di Susan, sempre quel giorno nel mio studio, quando prima della sfuriata not il computer in frantumi sulla mia scrivania e il cellulare sventrato. Li avevo lasciati l, a memoria. E lui mi aveva detto: Sei proprio pazzo, eh? Guarda come hai conciato i tuoi attrezzi di lavoro. Non ebbi cuore di rivelargli che era stata la sua adorata unica figlia a compiere quello scempio. Lo dissi a zia Daphne, quando andai a trovarla qualche sera dopo, ormai da solo, e il commento della zia fu che mi era andata bene. Secondo lei Susan avrebbe potuto anche spaccarmi la testa con quel martello, e aveva l'aria di pensarlo sul serio: Ho sempre visto in lei qualcosa di violento, tutta sorrisetti ma sotto sotto nasconde artigli affilati... ma poi perch si  arrabbiata? Perch avresti dovuto dirle che avevi deciso di smettere con il tuo lavoro? Secondo me questa faccenda riguarda solo te, non avevi nessun obbligo di informarla. Susan non  mica tua moglie, e nel dire questo si era messa a rovistare in un cassetto, aveva tirato fuori un vecchio cellulare, uno dei primi, quelli che permettono solo di fare e ricevere telefonate. Non stare a spendere per comprartene uno nuovo, mi ammon. E credendomi incerto: Guarda che  quello che voleva lui, il tuo bisnonno, sono andata a prenderglielo io, i soldi me li aveva dati lui, naturalmente, voleva proprio questo modello. Lo vuoi s o no?
Lo volevo. E il cellulare che uso anche adesso  davvero quello. Cio quello che aveva scelto per s il bisnonno. Un telefono solo per telefonare, niente app, meteo, social, niente. Libero, diciamo. Parlo, ascolto, e basta. Gi tanto se vedo sul display chi mi sta chiamando.
Dicevo che sul mio cellulare non posso trovare nessuna informazione, eravamo sempre Pietro e io nel sole e davanti alla costruzione arlecchino. La indicai. Perch fare una cosa che non ha niente in comune con quello che c' intorno? Tutti questi colori in mezzo a vigne che sono cos... cos smorte. L'hanno fatta per rallegrare il paesaggio?
Smorte?, scosse la testa incredulo. Ma come fai a vederle smorte, le nostre vigne?, fece un gran gesto circolare, guarda che colori, questi filari, guarda che sfumature, guarda quanti toni di verde, che musica, che variet... e l'orizzonte di colline  come un mare, non vedi?
Per scusarmi farfugliai che avevo un pessimo rapporto con i colori, che non ero abituato alle grandiosit della natura, che ero sempre vissuto in citt - cosa vera - che, anzi, ero vissuto tra le quattro pareti di una stanza - cosa verissima anche questa - e che non me ne andavo in giro eccetto che in moto, naturalmente, ma in moto guardi la strada mica il panorama.
Capisco, ma... ti sembra che le mie terre abbiano bisogno di essere rallegrate da questa cappelletta variopinta? Sono allegre per conto loro.
Mie in che senso? Hai detto le mie terre.
Mie... mie... le sento qui..., e si appoggi la mano aperta sul petto, la sinistra, notai. Sono terre che sento qui dentro,  il posto dove ho sempre vissuto, capisci? Queste, per essere di propriet... sai quanto costa un ettaro di terra da vigna, qui? Un ettaro da vigna da barolo va sui due milioni di euro.
Ettaro?, frugai nella memoria, e in quel momento uno scampanio esplose nell'aria assolata salendo dai borghi intorno. Cos'? Che cosa succede?
Mezzogiorno, disse lui, gir le spalle alla cappella e riprese di buon passo, anzi di ottimo passo, lo sterrato da cui eravamo discesi. Presi il giaccone, me lo buttai su una spalla e lo seguii. Adesso si andava in salita. Per stargli dietro dovevo arrancare. Ehi, aspettami, Pietro filava in su come un capriolo. Riuscii ad affiancarlo: E allora?
Un ettaro sono diecimila metri quadrati, cio un quadrato con lati di cento metri, ci sei?, spieg senza il minimo affanno.
Capito. E costa due milioni di euro?, io, invece, ansimavo e non per la cifra.
Per riprendere fiato mi ero fermato, il pendio sotto di noi si allargava tappezzato da una infinit di filari e continuava ad aprirsi in un orizzonte sconfinato. Due milioni di euro all'ettaro? Quindi avevo davanti un patrimonio! Ma il pensiero scivol subito via: in testa, in quel momento, avevo un'unica domanda: perch diavolo non avevamo preso la moto per andare alla cappella?
Pietro continuava a camminare veloce, io gli ansimavo dietro e non mi misi certo in gara con lui per arrivare primo! Quando arrivammo mi accasciai subito sul sellino. Non c'erano panchine l intorno. Ero sudato fradicio e mi facevano male i polpacci.
Mi riposo un attimo, dichiarai.
Pietro and un po' avanti e indietro - tanto per sgranchirsi le gambe? - poi: Vedi che strana la vita? Ci sono quarantenni che sembrano dei novantenni e ci sono quasi ottantenni che sono dei quarantenni, mi si ferm di fronte. Devi fare un po' di moto tu... non nel senso di motocicletta, nel senso di muoverti.
Beh, non  che sto proprio immobile.
Dai, allora, riprese lui, dai che andiamo a mangiare su a La Morra. Conosco un posto... vedrai. Offro io. Lasciamo qui la moto cos dopo mangiato facciamo due passi che aiutano la digestione.
Guardai la salita che Pietro stava vagamente indicando con la mano.
O in moto o niente, e mi infilai il casco.
E va bene, in moto.
Mangiamo lumache? Lumache al forno? Ho sentito dire che...
Le lumache si mangiano a settembre, mica adesso. Vedrai, ti ci porto alla fiera delle lumache a Cherasco, a settembre.  qui vicino tra l'altro.
A settembre? A settembre non sar pi qui da un pezzo, dissi tra me. Non avevo dei programmi precisi, ma pensavo di tornare a Londra con Dolly subito dopo i concerti di Nic. E gi mi rivedevo Susan con l'abito color sirena che finisce di truccarsi e mi dice Ancora due minuti, honey, e sono pronta. E io stavo l a guardarla, lei rideva e mi diceva che se non mi levavo di torno non sarebbe riuscita a truccarsi bene, che la distraevo. Una volta, mi ricordo che mi ero avvicinato e l'avevo baciata sul collo, sentivo ancora il suo profumo, il profumo che riconoscerei tra mille, no, tra diecimila. Provai una fitta di rimpianto talmente acuta...
Dove sei con la testa?, Pietro era di fronte a me e mi scrutava ma con gentilezza.
Esitai. Poi osai la confidenza: Stavo pensando alla mia ragazza. Ecco, mi faceva effetto dire di Susan la mia ragazza. Non era in definitiva questa la realt? Tutto sommato ero abbastanza sicuro che anche Susan, proprio come me, ogni giorno di pi mi pensasse con rimpianto, desiderasse rivedermi, avermi vicino, o forse no, forse non le mancavo affatto.
Vorrei che fosse qui. Sbuffai imbarazzato, poi aggiunsi: Abbiamo avuto dei problemi. E dopo un momento: Le stavo scrivendo una lettera, prima. Infine, del tutto avvilito: Non faccio che pensare a lei.
Capisco. E mentre si agganciava il casco aggiunse: E adesso vorresti finire quella lettera. Sal dietro di me, di nuovo mi rifil sul fianco quella botta d'incitamento che all'andata mi aveva irritato. Ma ora la percepii come un gesto amichevole, un gesto d'intesa: Dai, torniamo a casa, a La Morra andiamo un'altra volta.
Al ritorno guidai da bravo ragazzo. Calmo. Fermai la moto in cortile, esattamente nello stesso posto dove l'avevo parcheggiata arrivando alla cascina la prima volta.
Mettila un po' pi in l.
Perch?
L c' il lastrone. Il cavalletto lo appoggi meglio.
Ma no. Il suo posto  qui.
Precisino, eh?, Pietro scese dalla moto con quel suo agile movimento e dichiar: Guidi bene. Si ferm accanto a me sganciandosi il casco. Sei rispettoso della strada. Attento. Si tolse il casco e mi sorrise: Per mi sono divertito di pi all'andata.
Si allontan di qualche passo e subito torn indietro: Guarda che i mancini hanno un sacco di doti: intuizione, creativit, poi sono intelligenti, bravi a capire il cuore di un problema, e anche nello sport riescono bene.
Parli di te, immagino, sospirai. Io non mi ci vedo proprio, in questa descrizione. Nello sport poi, ero troppo pigro.
Parlo anche di te. Perch no?
Lo seguii con lo sguardo mentre se ne andava dondolando il casco verso l'ala della cascina dove abitava lui. I due cani gli corsero incontro e gli si misero al fianco scodinzolando. E sentii che coi cani ci parlava, gli diceva: Eccomi, sono qui, poi si va su in collina. Come se i cani potessero capirlo.
Andai a sedermi vicino a Nic che se ne stava al tavolo sotto i tigli, capii subito che aveva finito di studiare per il concerto perch portava una maglia stazzonata con la scritta W Mozart e non pi la camicia bianca che indossava sempre quando si esercitava al violino. Una bellissima camicia dal taglio elegante, con un violino ricamato sul lato sinistro. Microscopico per fortuna. Diceva che quando si fa musica classica bisogna vestirsi come per un incontro galante. Stava mangiando qualcosa da una tazzona colorata a pallini rossi e blu.
Mi  successo un bel fatto..., posai il casco sulla panca. Subito il gattone nero e bianco venne ad accovacciarsi accanto a me. Gli grattai la testa, fece le fusa. Bravo gatto. Mi  successo che in un primo momento Pietro mi sembrava antipatico, sai uno che se la tira, invece a un certo punto a me  passato il muso lungo e lui  diventato simpaticissimo. Oppure viceversa. Comunque pare proprio un amico.
Ma va l?, sorrise lui fingendo incredulit, e immerse il cucchiaio nella tazzona. Da quella che sembrava una brodaglia saliva un ottimo profumo. Vai in cucina, fatti dare qualcosa anche tu.  ora di pranzo. Davanti aveva un bicchiere di vino. Ho visto che stavi scrivendo a Susan, indic il foglio che avevo lasciato sul tavolo, foglio e penna e il cellulare del bisnonno.
Ovviamente hai letto, mi alzai.
Ovviamente.
Mi tocc una scodella di patate lesse con pezzetti di carne, tanto sugo e un generoso bicchiere di vino rosso. A mettermi tutto questo in mano era stata la moglie di non so quale figlio, tale Rosetta, che da quando ero arrivato mi rivolgeva solo queste parole: Su con la vita!, e mi porgeva la mia porzione a pranzo, da portar via. La sera a cena invece, quando si mangiava tutti insieme in casa loro, seduti al tavolo, ordinava: Mangia, mettendomi davanti il piatto. Ma questo lo diceva a tutti.
A te lo spezzatino, a me il brodo di pollo con i pezzettini di verdura, comment Nic quando tornai sotto i tigli e sedetti di nuovo vicino al gattone che dormiva con il muso affondato nel mio casco. Vedi che cosa succede a diventare uno di famiglia come me? A te ti trattano come un principe perch non sei di casa ma ospite.
E meno male, quello che stavo mangiando era delizioso. Perch leggi quello che scrivo?
E tu perch scrivi a Susan? Hai scritto perdonami, sono un idiota, ti ho taciuto del lavoro perch temevo di darti un dispiacere... l ti sei fermato per fortuna, bevve un sorso di vino. Poi: Sicuro che parole del genere convincano Susan a balzare sul primo aereo per rivederti?
Beh, se non lo fa torno su io, ribattei. E poi per parlare di te e non di me... perch non mi hai detto che hai una storia ad Alba?
Una che?
Una storia... di cuore o di letto.
Tu che ne sai?
Enea. Mi ha sorpreso saperlo da altri..., e mentre dicevo queste parole mi risuon un po' ridicolo prendermela per una cosa del genere, cos aggiunsi: ...per sei libero di non dirmi i fatti tuoi. L per l per ci sono rimasto male, io a te racconto anche i miei risvolti pi miserabili e tu, invece, niente. L'amicizia non  scambio alla pari?
Lo , infatti, annu lui, lo  eccome uno scambio alla pari: tu ti sfoghi e io ti do una mano. Svuot quel che restava del vino. La storia con la signora di Alba, che poi si chiama Viola, ce l'ho da anni, se proprio vuoi saperlo. Ogni volta che vengo in Italia ci rivediamo. Per il resto qualche telefonata. A entrambi va bene cos. Certe volte penso che perch certi rapporti durino felici, bisogna rimanere ognuno a casa propria, meglio ancora se in Paesi diversi. Quando ti rivedi  un gran piacere, credimi.
Ma scusa, se vi vedete poco, non hai paura che nel frattempo...
Siamo adulti, no? E abbiamo la testa sulle spalle.
Perch non mi hai mai parlato di lei? Perch non dirmelo?
Non lo so..., si strinse nelle spalle e ridacchiava. Era la prima volta che mi sembrava imbarazzato... cos non potei fare a meno di chiedergli se era innamorato della signora di Alba.
Ti ho mai chiesto se sei innamorato di Susan?
Un sacco di volte.
Ma guarda che indiscreto!, obiett ridendo e si alz: Andiamo a riportare questa roba. Poi devo farti vedere una cosa. Anzi, qualcosa di pi di una cosa.
Appena ci affacciammo alla porta della cucina, Rosetta agguant piatti e bicchieri e ci chiese se volevamo un amaro o un liquorino. Io stavo per dire di s, invece Nic disse di no e mi trascin via.
Ok, mi seccava rinunciare al mio goccetto ma lo seguii mentre riattraversava il cortile. Che cos'hai di tanto importante da farmi vedere?
Un attimo!
Continuai a seguirlo mentre si dirigeva verso l'ala della cascina dove abitavamo noi. Lo accompagnai oltre la porta di casa e su per le scale. Poi lo seguii in cucina.
Eccolo!
Scusa?, mi stupii.
Non  bello?
Ma  un cane!
Era tutto nero e scodinzolava. Stava giocando con una palla. Si muoveva in modo dinoccolato e allegro e, forse credendosi ancora cucciolo, per prendere la palla pass sotto una sedia che fece cadere rovinosamente.
Aveva due occhi enormi ed era incredibile, sembrava sorridesse.
Esatto.  un cane. Un labrador.
Che ci fa qui un cane?
Si chiama Black, disse Nic con tono ovvio. Come fosse una spiegazione.
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Capitolo Sette.
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Non  una creatura assolutamente adorabile?, e questo non lo disse Nic. Ovviamente non lo dissi neppure io, visto che l'apprezzamento non poteva che essere riferito al cane che, chiss perch, se ne stava nella nostra cucina a scodinzolare, adesso, sotto la finestra.
Era una voce femminile acuta eppure musicale: Creatura, si dice anche dei cani?, chiese leggiadra.
Mi girai. Eccola l, sulla porta della cucina, a braccia tese, le mani appoggiate agli stipiti, in una posa un po' teatrale. Quello che mi colp in lei non furono i capelli scuri e arruffati, e neppure gli occhi o la bocca. Fu il piccolo violino ricamato a sinistra sulla camicia bianchissima che indossava, una camicia dal taglio elegante. Che le stava larga. Beh, non so se sotto avesse qualcosa, a colpo d'occhio pareva di no, proprio no insomma, e il tutto era condito da un sorrisetto compiaciuto perch lei aveva colto il mio sconcerto.
Scusa, mi girai verso Nic, la cosa che eri impaziente di farmi vedere  il cane o questa creatura? Creatura si dice anche di una donna?
Che spiritoso, fece lei con una gran risata.
Lei  Viola, anche Nic rideva, mentre tu eri in giro con Pietro, ho smesso di studiare Mendelssohn perch  arrivata Viola con Black. Viola si fermer con noi un paio di giorni...  meglio cos, io non ce la faccio ad andare avanti e indietro da Alba, devo pensare al concerto.
Quindi era quella la signora di Alba. E si ferma da noi un paio di giorni? Va bene per lei, non mi riguarda, pensai. Ma il cane? Se si ferma lei si ferma anche il suo cane. Lo guardai e subito scodinzol. Sarai anche simpatico, pensai.
Qualcosa in contrario?, Nic mi stava tenendo d'occhio. Problemi?
Nessun problema, era il minimo che per educazione potessi dire. Poi rivolsi un piccolo inchino alla camicia da studio di Nic: Benvenuta, Viola...
Il piacere  tutto mio, disse lei, continuando a ridacchiare come per un sottinteso.
Mi girai verso il cane: ...e benvenuto Black. Il cane scodinzol con impegno. Dicono che i cani si accorgano quando non provi un particolare trasporto per loro. O Black non se ne accorgeva, o se ne infischiava. Mi era costato un certo sforzo rivolgermi anche a lui con gentilezza, ma mica potevo dire: passi la signora di Alba, ma del cane non se ne parla.
Viola si stacc dalla porta e mi pass vicino, lei e il suo profumo che non era quello di Susan con i piedi nudi dalle unghie rosa acceso. Una bella donna per, questa Viola. And a sedersi su una delle quattro sedie intorno al tavolo da cucina. Distolsi lo sguardo quando, sedendosi, accavall le gambe.
Vi lascio alla vostra intimit, mi affrettai a dire a Nic che stava tagliando a pezzi della frutta.
Ma no, resta pure, io intanto preparo qualcosa per Viola, lei si  fatta un pisolino mentre noi pranzavamo.
Solo frutta a quest'ora, io mangio sano, inform lei con la sua vocetta acuta. Nichetto, tagliane in abbondanza, cos ne mangiate un po' anche voi due che vi fa bene.
Lo chiama Nichetto?
No, grazie, dissi, per me niente frutta. Torno fuori.
Gi che scendi allora porta un po' fuori il cane. Fate un giretto nei prati.
Nic, no, ma ti pare... lo sai che io i cani...
Non ti piacciono i cani?, si intromise Viola con sbalordita veemenza. Non gli piacciono?, di nuovo si mise a ridere guardando Nic: Ma scusa, come  messo questo qui?
Io sono messo che ho vissuto per anni terrorizzato dai cagnacci dei vicini di casa di mia zia, spiegai piccato. E per quanto possano essere belle creature, se posso li evito. Tutto qui.
Veramente non parlavo di te ma del cane, ribatt Viola con un ampio sorriso.
Non so come sia messo il tuo cane, ma io non me ne voglio occupare.
A questo punto Viola fiss di nuovo Nic e di nuovo scoppi a ridere come se avessi detto una battuta formidabile.
Infilai la porta vagamente irritato da tutte quelle scoppiettanti risate. Con una cos, pensai scendendo rapido la scala, che continua a sghignazzare, diventerei matto. Pensai a Susan, beh, a lei non sarebbe mai venuto in mente di ridere cos smodatamente. Davanti a un estraneo, poi. E indossando solo una mia camicia, per giunta!
Comunque era l'amante di Nic, mica la mia, quindi poteva fare quel che le pareva.
Quando uscii in cortile mi accorsi di avere accanto il cane. Mi aveva seguito e mi fissava scodinzolando con enfasi. Fauci spalancate e lingua a penzoloni. Sembrava davvero che ridesse.
Sei come la tua padrona?, mi avviai veloce sperando che non mi azzannasse alle caviglie, come il bassotto della mia infanzia. O mi affondasse i denti in una natica, come il suo degno compare bulldog.
Guarda che Black  buono, mi avvert Nic sporgendosi dalla finestra. Certo non era il caso di ricordargli urlando dal cortile che ho paura dei cani, buoni o non buoni che siano, lui del resto lo sapeva benissimo e lo sapeva anche Susan. Mi sentivo ancora nelle orecchie le sue parole: Ma honey, un cane  un cane, non  un orco, basta che non gli dai fastidio. Mai dato fastidio al bassotto e neppure al bulldog! Avrei preferito poi che non infilasse la mia paura dei cani nelle conversazioni con gli amici, ma la ammiravo quando si fermava ad accarezzare con dolcezza dei bestioni di qualche sua amica o anche di sconosciuti, solo perch avevano scodinzolato quando si era avvicinata. Le chiedevo se non temesse di essere morsa, me la ricordo bene la sua risposta:Se provi simpatia per loro anche loro provano simpatia per te, proprio come le persone.
Ecco, il punto era, come detto, che non provavo simpatia.
Ammetto che il cane di Viola non aveva l'aria da orco, per niente. Per era un cane. Non mi morse, non mi segu mentre attraversavo il cortile. Mi precedette, invece, e si ferm accanto alla panca proprio nel punto dove stavo andando a sedermi, davanti alla lettera incompiuta. Penna e cellulare del bisnonno sempre l. Mi guardava interrogativo.
Bravo s, gli concessi, quello  proprio il mio posto. Mi accorsi di parlargli come Pietro parlava con i suoi due cani. Come se mi potesse capire. E scodinzol, dimenandosi allegramente, proprio come se avesse capito.
Vai via, gli dissi.
Lui fece un giretto, poi torn a sedersi esattamente nel punto di prima. E mi fissava. Scodinzolando in continuazione. Cosa avesse da essere tanto allegro non so. Il gattone nero e bianco aveva continuato a ronfare con la testa sprofondata nel mio casco e all'improvviso si tir su e lo fiss.
Be careful... the cat, dissi, chiss perch, in inglese, lingua che probabilmente il cane non capiva perch non si tir indietro e il gattone con gesto fulmineo gli assest una violenta zampata giusto sul muso. Senza unghie, per. Altrimenti lo avrebbe sfregiato. Il cane arretr senza un mugolio. In un certo senso il gatto lo aveva graziato. Dignitoso a non lagnarsi, pensai.
Non si fa cos, per, rimproverai blandamente il gattone. Mi fiss con sprezzanti occhi gialli. Che volevo da lui? Non avevo appena detto al cane di andarsene? Non apprezzavo il suo deciso intervento per liberarmi della molesta creatura? Si rituff nel casco mostrandomi il groppone: arrangiati! Lo carezzai sotto lo sguardo mite del cane che era sempre l ma ora a prudente distanza.
Il gatto non fece le fusa. Anche i gatti si offendono?
Decisi di tornare al mio tormento: Susan. Susan darling c'era scritto sul foglio. Continuai a leggere le poche frasi che seguivano. Non potevo credere di averle scritte io, quelle banalit. Appallottolai il foglio. Ne presi un altro. Per la terza volta avrei scritto Susan darling...
Sentivo dietro di me la presenza del cane.
Te ne vai?, dissi girandomi verso di lui. Mi d fastidio sentirti alle spalle. Mi sembri uno spettro.
Beh, forse Pietro fa bene a parlare con i suoi cani. Probabilmente capiscono. O forse Black cap perch avevo parlato in italiano. E anche se non si sentiva uno spettro, con palese malavoglia si tir su per andarsene. Lo osservai mentre trotterellava a orecchie basse verso la porta di casa, era stato scacciato. Mi sembr avvilito. Uno che ci  rimasto male, ecco. Arrivato alla soglia si ferm e si gir a guardarmi per un lungo momento. Un lungo sguardo non risentito. Lo sguardo di uno che avrebbe voluto rimanere con te. Forse si aspettava che lo richiamassi, ma io rimasi immobile.
Entr in casa facendomi cadere addosso un bel senso di colpa. Oh my goodness!, pensai, non anche per il cane! Non basta sentirmi in colpa per Susan?
Avevo quindi scritto Susan darling, per la terza volta. E invece di proseguire a scrivere me la rividi quel mattino, irosa, mentre diceva che dovevo sentirmi in colpa perch la lasciavo da sola tutte le domeniche. E che aveva ragione suo padre a dirmi che ero pazzo a lasciare sola una come lei. Allora andr a pranzo con il mio CEO, aveva aggiunto, che mi fa la corte da sempre. Hai capito? e io al tavolo sotto i tigli, penna in mano, me la rivedevo che diceva da sempre quel mattino di domenica, mentre in maglietta e slip, mi aveva raggiunto alla porta di casa proprio mentre stavo per uscire. Dolly mi aspettava in garage, ero gi via con la mente, mi sentivo gi libero e selvaggio, per le strade della campagna. Mi sono ripreso quando Susan si  messa a elencare i ristoranti dove l'avrebbe portata il suo CEO, dove lui l'avrebbe fatta ridere spiritoso com'era... beh, l'ho ascoltata, cos bella, con le sue lunghe gambe abbronzate, ma dove l'aveva presa quell'abbronzatura se non eravamo ancora andati al mare n da nessuna parte? E intanto pensavo che il suo CEO aveva l'aereo, un Piper credo, e che Brighton con la spiaggia prediletta da Susan era vicinissima in aereo, tanto che si poteva andare e tornare in giornata, che c' il sole anche in aprile, altro che interminabile giornata nella redazione della rivista di moda! E cos su quel foglio scrissi: Ti ricordi quella domenica quando mi hai detto che se non avessi rinunciato alla mia corsa con la moto saresti uscita a pranzo con il tuo CEO? Eri furibonda con me, ti sei anche messa a piangere, ricordi? Alla fine sono rimasto, abbiamo passato una domenica meravigliosa.
Stavo per scrivere anche che avevamo fatto l'amore in modo indimenticabile, ma mi imbarazzava, una cosa  parlare di sesso, un'altra  scriverne. Forse ha ragione Nic quando mi definisce un bigotto, una persona troppo formale, convenzionale, probabilmente noioso con le donne, quindi anche con Susan. Ci pensai su a lungo. Cos scrissi: Una giornata meravigliosa per me.  stata l'unica volta che mi hai chiesto di rinunciare alla mia corsa domenicale con Dolly. Oggi penso che quella domenica forse ti eri figurata qualcosa di diverso, che ti ho delusa, che magari mi hai trovato noioso e non hai avuto il coraggio di dirmelo. Io in compenso non ho avuto il coraggio di dirti che avevo mollato il mio lavoro perch pi volte, nei nostri litigi, mi dicevi che se io non fossi stato uno dei broker pi in vista della City, mi avresti mollato. Sono noioso, attaccato alle mie abitudini, ripetitivo? Non posso perderti, per.
Il gattone vicino a me si stiracchi, venne a stendersi sulle mie gambe e inizi a fare le fusa. Mi sentii confortato perch in quel momento non aver Susan vicino, non averla pi neanche da lontana, mi faceva sentire malissimo.
Rilessi quello che avevo scritto. Aggiunsi: Ho una folle nostalgia di te. Perch non prendi il primo aereo e vieni qui?
Pescai una busta dalla cartelletta, scrissi l'indirizzo. Il mio ex indirizzo, pensai con amarezza. Poi salii su Dolly e me ne andai ad Alba a spedire quella lettera che speravo grondasse amore da ogni sillaba.
Quella notte fu agitata. Non riuscivo a dormire, entravo e uscivo da un dormiveglia pensando a Susan, a quello che le avevo scritto, dicendomi che avrei potuto essere pi appassionato e chiedendomi come mai, negli anni della nostra convivenza, non lo fossi stato di pi. Ma il fatto  che non ci riuscivo, non avevo dentro il ricordo o l'insegnamento di parole di amore e di affetto. Nel breve periodo con i miei genitori non li avevo mai sentiti dirsi cose come ti amo o ti voglio bene. Loro parlavano soprattutto di viaggi e di barche. Ripensai a zio Gregory, anche lui mai un abbraccio o una parola affettuosa, ma computer alla mano mi aveva insegnato un mondo, a tal punto che poi il computer era diventato per me un formidabile strumento di lavoro. Mi divertiva stare con zio Gregory, a parte la faccenda dei capelli, ma quello era probabilmente merito del whisky, che lo metteva sempre su di giri. Zia Daphne figurarsi! Neanche a parlarne di concedere effusioni sentimentali. Una volta l'avevo beccata mentre abbracciava uno dei suoi gatti e quando si era accorta che la stavo guardando mi aveva detto di andarmene, come se si vergognasse. E anche Susan, sospirai, quando osavo sporgermi per baciarla mi porgeva la guancia in un atteggiamento un po' freddino. Per la prima volta pensai che forse lei faceva cos perch era imbarazzata, non perch le fossi indifferente.
Solo il bisnonno si ergeva su tutti, lui non ti diceva ti voglio bene, non aveva bisogno di dirtelo, te lo faceva capire, eccome se te lo faceva capire! Non so quale fosse il segreto di quel suo fantastico modo di fare che ti faceva sentire sicuro e al caldo. Proprio non lo so. Da lui avevo imparato qualcosa? Ero riuscito a far capire a Susan che l'amavo? Ne dubito fortemente. In tutto ci lei mi mancava in modo lacerante. Cercai di immaginarmi che fosse addormentata accanto a me, in quel letto a una piazza in cui restavo insonne. Fosse stata qui mi sarebbe bastato allungare un piede per incontrare il suo, stendere una mano per carezzare il suo fianco. Invece no. Niente. Ero infelice, maledettamente infelice! Perch diavolo ero nelle Langhe invece che a Londra dove sarebbe bastato un niente per rivederla?
A un certo punto ebbi la sensazione di non essere pi solo.
Socchiusi gli occhi. La luna inondava la stanza. Non ero solo, infatti. C'era qualcuno.
Ma non era Susan. Era Black. Una sagoma oscura nella luce lunare. Stava seduto accanto al letto e mi fissava. Vedevo il luccichio dei suoi occhi. Per un attimo mi manc il respiro. Rimasi immobile. Avevo lasciato la porta socchiusa, era successo una volta anche con il maledetto bassotto dei vicini, che per allora mi aveva spaventato a morte. Era venuto accanto al letto, mi aveva mostrato le zanne (le avevo viste perch allora dormivo con la luce accesa) e poi se n'era andato.
Black, invece, appoggi il muso sul bordo del letto. Un rumore basso e quasi ritmato mi fece capire che stava scodinzolando, la coda frustava appena il pavimento. Mi tirai cautamente su un gomito.
Continuava a fissarmi da sotto in su. Vedevo il suo sguardo alla luce della luna. Anche i coccodrilli ti fissano cos, ricordai. Da sotto in su. Avevo fatto un viaggio in Africa, con il bisnonno. C'erano i coccodrilli che venivano ad appoggiare la loro grinfia da drago sulla sponda del fiume e ti fissavano da sotto in su, il bisnonno mi diceva che a quei coccodrilli danno un sacco di roba da mangiare e che non si sognano di azzannare i turisti. Ma io dissi che avevo paura lo stesso. E lui mi rispose che avevo tutti i diritti di avere paura (parole di cui non capii mai il senso). Per mi prese la mano e la strinse nella sua.
Ma te ti ho visto che hai mangiato, vero?, sussurrai. Black mosse le orecchie di una minima angolazione. Mi stava ascoltando. Ti ho visto, la tua padrona ti ha riempito la ciotola e tu l'hai svuotata tutta, vero? Avesse potuto parlare avrebbe detto di s a entrambe le mie stupide domande.
Rimanemmo in silenzio a guardarci, io e il cane. Sentivo il suo odore, sapeva vagamente di muschio. Non era sgradevole. Sentivo nel silenzio il suo leggero respiro. Regolare. Tranquillo. Il respiro di uno in pace con se stesso, pensai e ricordai che il bisnonno diceva cos della mandibola del mammut, diceva che aveva l'aria di chi da secoli  in pace con se stesso, di chi ha fatto ormai la quadra, cio che ha capito il giro del fumo, come dice Nic. Cio la vita. Il suo senso. Perch siamo qui, dove andiamo, da dove veniamo. Cose di questo genere, insomma.
Black, quasi immobile, aveva il suo bel daffare a leggere i miei pensieri. Avesse potuto parlare mi avrebbe detto che li condivideva. Non credo si aspettasse una carezza. Secondo me aveva intuito che non riuscivo ad arrivare a tanto.
Ho gi le mie belle gatte da pelare, sussurravo come se qualcuno, oltre lui, potesse sentirci.
Lui mi fissava. Gatte da pelare? Ma fammi il piacere!
Cos rimanemmo zitti a studiarci. E mi chiedevo come mai mi tenesse d'occhio in quel modo.
Secondo te..., dissi dopo un po', ...ho fatto un sacco di stupidaggini nella vita?, cose da chiedere a un cane, che non potendo rispondere, non pu dire di s. Mi sentii proprio uno stupido. Che ne pensi del fatto che sono qui e non so pi neanche chi sono ora che non sono pi The Wolf?
Se avesse potuto parlare forse Black sarebbe andato a raccontare il giorno dopo a Nichetto e alla signora di Alba che era venuto a trovarmi, di notte, e che a un certo punto mi era scesa una lacrima? L'avrebbe raccontato?
Accidenti!, sbuffai,  la seconda volta che mi succede da quando sono qui. Le Langhe fanno questo effetto?
Il cane si scost rapido come se avesse capito che stavo per uscire dal letto. Mi alzai, andai alla finestra e mi appoggiai al davanzale. Non sono bravo a descrivere il paesaggio, cio quello che vedo e neanche quello che provo guardando quello che vedo. C'era una grande luna che gettava la sua luce bianca su ogni cosa. Non conosco altre parole per descrivere che ti senti torcere l'anima. Torcere l'anima lo diceva il bisnonno, diceva che  una cosa che succede quando senti un dolore dentro, qualcosa, mi spiegava, che non ha niente a che fare con il mal di pancia. Ecco, sentivo torcermi l'anima mentre guardavo da quella finestra un mondo sconosciuto e illuminato dalla luna. Da solo. In quel silenzio immenso.
Oh my goodness... che ci faccio qui?
E l'unico essere che mi stava ad ascoltare era un cane.
Sto qui solo fino a quando arriver la risposta di Susan, giusto?
Giusto o no, mi voltai e il cane non c'era pi. Se n'era andato. Cos, dissi tra me mentre me ne tornavo a letto, andato senza neanche salutare.
Lo rividi il mattino dopo, steso sotto la finestra della cucina, il suo posto preferito, evidentemente. Non mi bad. Come se non ci fossi. Sedemmo intorno al tavolo a far colazione tutti e tre, io, Nic e la signora di Alba praticamente in sottoveste.
Sbaglio o stanotte Black ti ha fatto visita?, era lei a versare il caff nelle nostre tazze. Com' stato?
Oh,  stato bello, le diedi la risposta che si aspettava. Proprio bello, e mentre lo dicevo mi resi conto che in effetti ricordavo con un certo piacere quella conversazione notturna. Ma s, aggiunsi senza pi un filo di ironia,  un bravo cane.
Spero che tu dica sul serio, Mark, sorrise lei. Stava distribuendo a Nic e a me fette di pane integrale spalmate con un filo di marmellata di more fatta da lei. Che cosa hai in mente per oggi?
Vagher come un'anima in pena, sorrisi. Dar da mangiare ai merli, come facevo a Londra nelle lunghe giornate vuote. Poi smisi di sorridere e dissi: Non  facile passare da giornate di lavoro convulso a giornate fatte di nulla, e subito mi pentii di quelle parole, come diavolo mi erano sfuggite, non volevo farmi commiserare!
Potresti farti un programma, le Langhe sono un luogo adorabile, sentenzi lei.
Mi si rivolgeva con il tono che si ha con i ragazzini quando non sanno cosa fare di s stessi. Quel tono ce lo aveva zia Daphne quando mi vedeva guardar per aria, seduto sul bordo della vasca dei pesci, a far niente, diceva lei, non potendo sapere che io stavo progettando la mia fuga che riuscii ad attuare solo anni dopo.
Qualcosa che grossomodo mi stava accadendo in quel momento.
Grazie, bevo solo il caff, mi alzai. Con mia sorpresa si mise in piedi anche il cane. Subito. Come non aspettasse altro. Mi voltai verso Nic che se ne stava in silenzio, serio, distratto, sicuramente lontano con il pensiero. Come se non ci fosse. Era nella sua musica.
Il concerto?
Che cosa?, fece lui alzando la testa.
Fra tre giorni, Viola si affrett a rispondere al suo posto. E tu potresti...
Uscii alla svelta.
Tre giorni, pensai scendendo in cortile, tre giorni. Tra tre giorni Susan avr ricevuto la lettera. Se non dovesse farsi viva potrei telefonarle io, pensai, e intanto avevo tolto dal bauletto della moto tutto l'occorrente. Dolly stava aspettando la sua toilette mattutina. Mentre la lucidavo il pensiero andava di continuo a Susan, e immaginavo che cosa stesse facendo in quel momento: mi torn in mente il suo CEO, cos spassoso e divertente, cos impareggiabile. E mi attravers fulminea una fitta di fastidio: era gelosia.
Ah sei qui, il cane era seduto vicino a me e mi osservava. Appari e te ne vai sempre come un fantasma?
Vedi che con i cani ci si parla?, e questo era Nic che si sporgeva dal davanzale della finestra sopra di me. Tu dicevi tanto di Pietro... Con Black poi... ha una marcia in pi lui.
Black  speciale, te lo assicuro, e questa era Viola, affacciata anche lei accanto a Nichetto. Dovresti imparare ad amare gli animali, Mark. A non essere cos indifferente al mondo della natura.
Parlaci ancora, con Black, insistette Nic.
Preferirei fare due chiacchiere con te, Nic, che almeno ogni tanto rispondi, ma fa niente. Tra lo studio di Mendelsshon e la signora di Alba avrei avuto ancora modo di passare un po' di tempo con quello che consideravo il mio unico amico prima di andarcene dalle Langhe e tornare a Londra?
Sentii richiudersi la finestra. I vetri tintinnarono. Rimase l'assolato silenzio del cortile. Continuavo a lucidare Dolly. Il cane fermo accanto a me sorvegliava ogni mio gesto con l'aria di quello che ti osserva perch vuole imparare.
La sua espressione attenta mi fece sorridere. Sei gentile a farmi compagnia.
O forse stava con me perch ero l'unico che non faceva niente. Nic studiava per il concerto. Enea era a scuola. Gli altri abitanti della cascina, la grande famiglia insomma, lavoravano tutti o nelle vigne o in una fabbrica ad Alba. Qualcuno per faceva l'insegnante di filosofia, se avevo capito bene i discorsi mezzo in dialetto sentiti durante le cene tutti insieme. Poi c'era Pietro che si occupava del grande orto e mi aveva anche chiesto di aiutarlo, a me, che non so neanche da che parte crescono le carote. Comunque non quel giorno. La finestra sopra di me si riapr mentre stavo finendo di lucidare la moto e sentii il violino che attaccava con vigore per l'ennesima volta, tanto che io stesso, che sono una bestia per quanto riguarda la musica, ormai sapevo il concerto di Mendelssohn a memoria.
Comunque sia, ognuno di quelli che mi vivevano intorno sapeva chi era e che cosa faceva. Cane compreso. Nell'elenco ho dimenticato Viola ma di lei non conoscevo nulla. Magari stava studiando cinese, chi pu dirlo! E in ogni caso Viola aveva l'aria di sapere benissimo tutto di se stessa.
Io invece da quando avevo mandato tutto all'aria non sapevo pi chi ero. Mi facevo continue domande: una persona  quello che fa? Se non fai niente non sei niente? Fatto sta che da quando avevo piantato il mio computer e i miei fastosi clienti orientali, non sapevo pi cosa ci facevo al mondo. Mi scivolarono davanti in un grigio futuro una sequenza di giorni senza senso e, come se non bastasse, senza Susan. Per darmi conforto la raggiunsi di nuovo con il pensiero: mi chiedevo dove fosse, con chi, come fosse vestita, se ogni tanto pensava a me, se anche lei mi desiderava.
Beh, Dolly era ormai al massimo del suo fulgore. Riposi gli arnesi nel bauletto. Infilai le mani in tasca e guardai il cane, che continuava a fissarmi. Se speri che ti porti in giro, gli dissi mentalmente, ti sbagli. Non sono uno che cammina io. Trovati qualcun altro. Black si lecc il muso e scodinzol. Guarda che lo penso sul serio, gli dissi a mezza voce.
Dai, vieni con me, era la voce di Enea. Mi stava chiamando dal bordo del prato, in fondo. Oppure portami in giro in moto.
Susan e i pensieri che le facevano da corteo sfumarono e mi ritrovai nel cortile, al sole, con i tigli, il tavolo di legno, la lunga panca. E un cane che puntava il muso verso di me.
Che cane  questo?, non lo ricordavo pi. Non ricordi mai le cose che non ti interessano, diceva il bisnonno. Giusto.
Labrador, capito? La-bra-dor! Labrador nero, i labrador biondi stanno a cuccia, questi invece corrono come lepri e fanno un sacco di cose in pi dei biondi. Vanno anche in cerca di tartufi, se ti interessa. Dai, facciamo un giro in moto!
Non sei a scuola, scusa? e mi avviai per raggiungerlo.
Oggi bigio, fece lui calmo. Come se uno potesse decidere quando gli gira di non andare a scuola.
Dolly oggi si riposa, risposi. In casa sanno che bigi?
Non so, scosse le spalle, come se la cosa non lo riguardasse.
E chi ti fa la giustificazione?
Tu magari?, rise lui. E subito dopo: Ci sai andare in bicicletta, tu?
Ma s...
Credevo sapessi andare solo in moto. Allora torna in cortile, prendi la bici che c' nel primo magazzino, appena entri a destra.
Ma di chi ?
 una bici da uomo. Tranquillo. Vecchia ma funziona. Prendila. Te lo dico io. Facciamo un bel giro in bici.
E va bene. Io e il ragazzino. E il cane, naturalmente. S, Black, perch ci si era messo anche lui, nessuno glielo aveva chiesto ma tant'! Quando ero ritornato in cortile lo avevo trovato seduto davanti alla porta del magazzino. In attesa, con la testa un po' inclinata da una parte come se dicesse e allora arrivi? Ma come diavolo faceva a sapere che stavo per andare proprio l? Trovai la bicicletta. Black per tenermi d'occhio si era steso, come se avesse capito che tanto valeva mettersi comodo perch, pignolo come sono, ci avrei messo del tempo per controllare freni, pedali, catena. Funzionava tutto nonostante la bici fosse nell'insieme piuttosto scassata. La luce non mi serviva, c'era un sole che spaccava e certamente saremmo tornati per pranzo.
Eccomi, salii in sella e subito mi arriv addosso un qualcosa di festoso: era da quando ero ragazzino che non salivo su una bicicletta, forse dalla Cornovaglia. Era come tornare indietro nel tempo. Alla prima pedalata Black scatt in piedi, come se gli avessi dato il via, e si precipit proprio verso il prato dove Enea ci stava aspettando. In quel momento mi venne il dubbio che quel cane comprendesse a meraviglia il linguaggio umano: come faceva, altrimenti, a sapere che ci eravamo messi d'accordo io ed Enea per fare un giro insieme?
Beh, l'importante era che non mi stesse addosso.
Mi piaceva andare in bicicletta, ma come tante altre cose, non lo facevo da tanto tempo. E mi venne in mente che ero stato per anni inchiodato alla mia supersedia ergonomica certificata, chiuso in una stanza e davanti a uno schermo. Provai una stretta allo stomaco forse anche per un pungente senso di colpa - un altro! - perch, come diceva Susan, avevo girato le spalle al dovere, come quelli che stanno tutto il giorno sul divano, aveva aggiunto.
Beh, io al momento ero su una bicicletta.
Ti sbrighi?, strill Enea.
Accelerai. Anche il bisnonno andava in bici e diceva che la bicicletta ha un unico vantaggio su Dolly. Dolly fa un po' di casino, diceva, la bicicletta invece ama il silenzio e se giri in un bosco o per i prati bisogna essere silenziosi.
Seguimi, grid il ragazzino. Si va veloci.
Filavamo lungo la strada diritta tra i prati, il vento portava un fresco odore di erba, doveva essere forte perch io agli odori non  che ci badassi, anzi, per me era come se non esistessero - eccetto il profumo di Susan, naturalmente.
Il paesaggio era un'infilata di colline una via l'altra, colline tutt'intorno, di varie gradazioni di verde. Monotone. Le guardavo quasi come quando andavo in moto, solo che in moto te ne stavi seduto comodo. Hai detto niente! Black galoppava e faceva il doppio della strada rispetto a noi. Correva accanto a Enea che mi precedeva, poi tornava indietro e correva vicino a me. Poi galoppava di nuovo in avanti e si metteva al fianco di Enea per tornare quasi subito indietro vicino a me. Sempre di corsa, sempre con l'espressione di chi sta facendo la cosa pi divertente del mondo.
Poco per volta per, a forza di pedalare mi sfum l'allegria e invidiai la potenza del cane che se ne fregava della fatica. O meglio, lui non la provava. Pedala e pedala, facemmo un giro che non se ne poteva pi, sotto un sole a picco. Infilammo una discesa adorabile, avrebbe detto Viola. Ma arrivati in fondo alla discesa inizi inevitabilmente una salita, come una nemesi che vuol farti pagare il piacere della precedente leggerezza. In salita Enea non scendeva dalla bici, beato lui, pedalava energico con le sue gambe magroline, io, invece, a un certo punto dovetti per forza spingere la bicicletta a piedi, con Black che andava avanti e indietro infinite volte. Come faceva, porca miseria! Di nuovo un pezzo in discesa e un pezzo in salita, poi salita e salita e salita finch urlai al ragazzino: Ma dove accidenti stiamo andando?
Sudavo e arrancavo, e per un attimo pensai di sentirmi male.
Qua dietro, disse lui e imbocc - quasi non riuscivo a crederci! - una strada che tagliava la collina in orizzontale, di nuovo piana. Basta salite? Pedalavo lento, di nuovo rilassato, lungo un quieto sentiero tra gli alberi, c'era ombra e un po' di vento, il fruscio tra i rami. Mi sentivo come fosse la prima volta che entravo in un bosco. Ma dov'ero vissuto fino a quel momento?
Ci fermiamo qui, Enea butt nell'erba la bicicletta, eravamo su un prato, accanto a un grande albero fronzuto mta di non so quanti uccellini che arrivavano schiamazzando, volavano via, tornavano. Visto che casino? Sono qualcosa come passeri, cince e roba cos, spieg, naso all'aria, e intanto toglieva qualcosa dalla tasca.
Stavo appoggiando elegantemente la bicicletta al tronco dell'albero con Black che mi scodinzolava intorno, per poi buttarsi disteso, la lingua a penzoloni, ansimando e fissandomi tutto allegro come a dire ce l'abbiamo fatta, dai.
Questa l'ho fatta io, Enea mi si avvicin. Visto che bravo?
Una fionda. Da quanto tempo non vedevo una fionda! Me ne aveva fatta una il bisnonno durante un'estate in Cornovaglia. Poi aveva piantato per terra una fila di bastoncini e avevamo fatto la gara a chi li colpiva da una distanza sempre maggiore.
La sai usare?
Era proprio ben fatta con il suo sacchetto di cuoio ben bilanciato nella biforcazione dell'impugnatura.
Ci provo, e andai a scegliere qualche sasso sul sentiero. Cinque o sei e me li misi in tasca. Tornai da Enea.
Tiro l. Lo vedi quel tronco nudo, secco, in fondo al prato?
E lo becchi? Cos lontano?, era incredulo.
Con il bisnonno vincevo sempre io, da mancino poi. Il bisnonno se la cavava, ma avevamo scoperto che ho una mira favolosa. Non so come facessi, guardavo, tiravo, colpivo. Centravo sempre. Il bisnonno ne era entusiasta.
Caspita!, comment Enea. Sei bravo. Avevo centrato il mio bersaglio in pieno, tre volte di fila.
E tu?
Io spavento i passeri. Vuoi vedere?, tese la mano per riprendersi la sua arma. Non gliela diedi. Caricai un altro sasso. Colpii di nuovo il tronco. Che schiocc oscillando. Poi puntai su un ramo basso e lo colpii e ci fu una fuga di passeri e uccellini vari che se la diedero a gambe frullando via veloci. Spariti. Scomparsi. Salvi, in definitiva.
Ma no!, strepit Enea tentando, senza riuscirci, di strapparmi la fionda di mano, Dovevi puntare pi in alto...
Avrei rischiato di colpirne uno.
Ridammela subito, stava per piangere.
No.
Cominci a lanciarmi insulti e parolacce, molte non le capii, e intanto tirava su in malo modo la bicicletta. La stratton fin sul sentiero e la inforc.
E adesso..., strill iroso, arrangiati a tornare a casa.
Spar tra gli alberi, per qualche minuto nella quiete del luogo sentii lo sferragliare ritmico dei pedali sempre pi flebile. Poi pi niente. Gli uccellini tornarono in gran schiera e ripresero a cinguettare tra le fronde. Black non si era mosso dal suo riposo nell'erba. Aveva appoggiato il muso sulle zampe anteriori e mi fissava in quel suo modo che mi faceva venire in mente il sotto in su dei coccodrilli.
Com' che sei ancora qui?, mi misi la fionda in tasca e mi avvicinai alla bici. Black si alz e mi venne vicino scodinzolando, mi gir intorno.
Aspettavi me?, spingendo la bici raggiunsi il sentiero. Montai in sella. Dai che si torna. Pedalavo mollemente, andavo in piano, un piacere. Black zampettava davanti a me, ogni tanto si fermava, voltava il muso a guardarmi come per assicurarsi che avanzassi, poi proseguiva. Pedalavo e ripensavo alla scena con Enea, alla sua rabbia. Era stato il bisnonno a insegnarmi a rispettare gli animali. Era riuscito a farmi entrare profondamente in testa - lui diceva nel cuore - che anche gli animali soffrono, ed esigono rispetto, che l'uomo non  il padrone del pianeta e che nessuno ha il diritto di distruggerlo. Un insegnamento prezioso. Cos l'idea che il ragazzino spaventasse i passeri con il rischio di colpirne uno mi era sembrato intollerabile.
Dopo una curva mi fermai. Mi guardai intorno. Black era sparito. E quel capanno? All'andata non lo avevo visto e sarebbe stato impossibile non notarlo, tinteggiato con grosse chiazze di colore tirate gi alla bell'e meglio, neanche volesse imitare l'opera d'arte di Barolo. Evidentemente stavo sbagliando strada, mi ero spinto troppo in l. Non feci in tempo a girare la bici che vidi Black superare la curva e corrermi incontro festoso. Di nuovo mi precedette mentre tornavo indietro e lo trovai seduto a un incrocio con una strada in discesa. Mi fermai. Mi pareva proprio quella da cui ero salito insieme a Enea. Mi tornarono in mente le parole del ragazzino: arrangiati a tornare a casa. Mi aveva piantato in asso. Da torcergli il collo, pensai. Mi guardai di nuovo intorno. Colline, boschetti, vigne, e ancora vigne, colline, boschetti... se mi fossi trovato in un deserto il mio disorientamento sarebbe stato simile. E poi, come si chiamava la cascina dove abitavo? E il paesino poco distante dalla cascina? Forse sarebbe stato utile saperlo, per chiedere indicazioni. Ma mi resi conto che non lo sapevo. Sapevo andare solo da Alba alla cascina in moto e viceversa. Per il resto, da quando ero arrivato, ero vissuto in un cortile e non mi ero mai preoccupato di sapere, di informarmi sul luogo dove stavo vivendo. Infilai la mano in tasca per cercare il cellulare, sarebbe bastato telefonare a Nic, ma mi resi conto di non averlo portato. Del resto anche a Londra uscivo senza, da quando Susan l'aveva distrutto. E quello del bisnonno lo avevo lasciato sul tavolo sotto i tigli.
E adesso?
Accidenti..., ero proprio furente con Enea e anche con me stesso. Perch, mi chiesi scendendo per la discesa, perch diavolo continuo a vivere come fossi sulla luna e niente mi riguardasse se non piangermi addosso? La strada continuava a scendere, io imprecavo anche se non stavo facendo fatica. Cominciavo a sudare sotto il gran sole. Avevo fame e sete, poi. Black invece bello tranquillo mi precedeva trotterellando. Si girava spesso a guardarmi.
Poi si mise a correre e spar oltre una curva. Continuai a scendere. Ma il cane era sparito.
Black..., urlai. S, urlai proprio! Mi sorpresi di me stesso, era la prima volta nella mia vita che chiamavo un cane, gridando poi, come se chiamassi una persona.
Ricomparve subito correndo verso di me, scodinzolando, e non posso negare il notevole sollievo che provai quando me lo rividi vicino.
Bestiaccia, gli dissi, e sorrisi. Ma adesso come facciamo
a tornare?, e intanto arrivai in fondo alla discesa. Mi
fermai. C'erano due strade in salita che si arrampicavano tra le vigne. Una a destra e l'altra a sinistra. Mi pareva, all'andata, di essere venuto gi da quella di sinistra, cos scesi dalla bici e cominciai a spingerla risalendo. Mi facevano male i polpacci. Mi girai, dove diavolo era il cane? Non mi stava seguendo.
Black..., urlai di nuovo, e subito riapparve dietro di me, ma non mi seguiva. Mi fissava scodinzolando. Poi si gir e si incammin su per l'altra salita. Si sedette e non smise di guardarmi. Di nuovo corse verso di me, poi di nuovo zampett per una decina di metri su per l'altra strada. E si ferm ancora, voltandosi a guardarmi.
In chiara attesa.
Vuoi vedere..., e lo dissi a voce alta, incredulo, ...vuoi vedere che mi stai dicendo che per tornare a casa devo andare per di l?
I casi erano due: o pensare di aver ragione e proseguire infischiandomene del cane, oppure fidarmi di lui, io che di cani non sapevo nulla e che di loro non ne volevo sapere. E se Black avesse voluto andare da quella parte perch gli era arrivato, che ne so, odore di cibo? Un odore appetitoso da raggiungere a tutti i costi?
Fammici pensare, sospirai appoggiato alla bicicletta. Del tutto solo - a parte il cane - in quello sterminato paesaggio sconosciuto mi passavo la mano sulla fronte sudata, e ripensavo a quei romanzi per ragazzi che il bisnonno mi aveva fatto leggere, dove cani coraggiosi e impavidi portano in salvo attraverso l'Antartide, o non so quali luoghi tremendi, esploratori dispersi e allo stremo delle forze, uomini che ne avevano subite di tutti i colori da un destino spietato e infame, uomini praticamente a un passo dalla morte che sarebbero rimasti stecchiti se non fosse arrivato il loro salvatore. Cio il cane di turno. Il formidabile cane. Funzionava cos? Ricordavo che leggendo quegli edificanti romanzi tenevo intanto d'occhio gli odiosi cani dei vicini, sempre l, tutti e due, a mostrarmi le zanne quando meno me l'aspettavo.
Black invece, devo ammettere, se ne stava seduto pacificamente al sole, e mi guardava in quel suo modo mite. C'era da fidarsi di lui?
...
.
...
Capitolo Otto.
...
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...
Insomma, alla fine ho deciso che tra me e il cane era il cane ad avere le idee pi chiare sul percorso da fare, e questo lo dissi a Nic quando finalmente arrivai in cortile, fradicio di sudore. Ancora in sella alla bici gli raccontai che io, che non amavo i cani, se non ci fosse stato quel cane chiss dove sarei finito. E ho fatto proprio bene a decidere cos. Mi sono fidato, ecco. Io che diffidavo di loro. Ma Black mi ha preceduto per tutta la strada, a ogni incrocio aspettava fino a quando non lo raggiungevo. Poi proseguiva mostrandomi il percorso. Mi guidava. Sapeva dove andare. Quando a un certo punto ho riconosciuto i luoghi che stavamo attraversando gli avrei fatto un monumento. Non sapevo che i cani fossero cos...
...cos diversi da come li avevi immaginati? Cio intelligenti, ricchi di intuito, simpatici, affettuosi e responsabili nei tuoi confronti?
Non sapevi che il cane  quello che ti conforta nei momenti bui, la compagnia ideale per le tue notti solitarie?, aggiunse Viola.
Il cane dell'eremita, per caso?, ironizzai. Girai la testa a guardare Black che stava bevendo a grandi e rumorose linguate dalla ciotola d'acqua che qualcuno aveva messo accanto alla nostra porta di casa. Quanta roba, Black, sorrisi. Una valanga di doti, neanche una fidanzata ne ha cos tante...
Adesso non esageriamo, protest Viola, ma rideva.
Un cane che oltretutto si occupa con tanta attenzione degli amici. O forse, se non fossi stato vostro amico, Black se ne sarebbe tornato a casa per i fatti suoi?
Escluso, esclam energicamente Nic.  un cane che aiuta chi si trova in difficolt. Non  mai pigro, cammina e come hai visto non  mai stanco, corre, vedrai come corre, una compagnia fantastica per fare sport... tra l'altro il labrador nero  un ottimo nuotatore, ha un pelo particolarmente adatto all'acqua, lo protegge, quindi se ti piace nuotare potrete andarci insieme, nel fiume ci sono dei punti ideali per farlo...
Sembri uno che voglia vendere Black a qualcuno. Sai, come quando si cerca di piazzare un'auto. Non potrei avere un po' di quella birra?, tesi la mano, l'argomento doti del cane non mi interessava proprio, avevo fame e sete, ero stanco e avevo urgente bisogno di una doccia. Nic spinse verso di me la bottiglia rimasta accanto ai loro due piatti vuoti, avevano gi pranzato, bastava che andassi in cucina e avrei trovato anche io il mio piatto pronto e una birra bella fresca.
Comunque..., mi rivolsi a Viola dopo aver svuotato la bottiglia, ...sarai orgogliosa di avere per cane un simile campione.
Mica  mio, rise lei.
E allora perch  qui?, mi sporsi per raccogliere il mio cellulare.
Veramente  un regalo..., disse ancora Viola.
Ah s?, obiettai senza interesse. Per me l'argomento cane era gi chiuso, Susan era fulmineamente tornata a essere il pensiero dominante: stavo controllando se avesse telefonato, ma nessuno lo aveva fatto. Era impossibile che avesse gi ricevuto la lettera, per speravo telefonasse anche di sua iniziativa. Invece no. Ma quando la ricever mi telefoner, per forza, e se non chiamer, lo far io. Dovr convincerla a venir qui e, immerso nel turbine di questi pensieri, riportai la bicicletta nel magazzino dove l'avevo trovata, tolsi dal cestino la fionda e con quella in mano me ne tornai attraverso il cortile verso casa. Black scodinzol quando gli passai vicino, gli dissi bravo cane, mentre Viola da sotto i tigli mi gridava: Per potresti almeno fargli una carezza.
Non avevo mai toccato un cane in vita mia.
Non gli feci la carezza e subito Black se ne trotterell via, mi girai a guardarlo e lo vidi stendersi all'ombra, accanto a Dolly. Appoggi il muso sulle zampe anteriori e mi lanci una lunga occhiata. Dai, pensai, la prossima volta te la faccio la carezza. Forse. Allora distolse lo sguardo dal mio con l'aria di dire ma lascia perdere!
Sei stato in gamba, Black, riuscii a dirgli. Questo potevo farlo.
Lui non si mosse, come se non avesse sentito. Entrai in casa e salii le scale, le gambe mi facevano male, accidenti, non ero abituato a pedalare e quei pochi gradini sembravano non finire pi. Quando fui dentro sentii qualcuno chiamarmi da fuori. Andai ad affacciarmi alla finestra della cucina.
Mi ridai la fionda?, era Enea a naso in su, mani sui fianchi.
Scusa ma tu non eri a scuola stamattina?, mi appoggiai con i gomiti sul davanzale. Di che cosa stai parlando?, avevo la fionda in mano, lui la vedeva dal basso. Sapevo di tenerlo sulle spine ma non potevo dimenticare che avrebbe potuto fare del male ai passeri. Sono sicuro che tuo nonno...
Ma dai, per favore, ridammela!
Non adesso! e lui se ne and rabbioso.
Andai a buttarmi sotto la doccia. Come avrei potuto aiutarlo a diventare pi responsabile?
Prima di scendere per andare a prendermi il pranzo, ammesso che fosse ancora a disposizione vista l'ora, mi affacciai alla finestra. Sotto i tigli Nic e Viola stavano chiacchierando fitto, le teste vicine. Lui le teneva un braccio intorno alle spalle in un gesto affettuoso, intimo, stringendola a s. Avevano l'aria felice, di due che erano esattamente nel luogo in cui desideravano essere. Invidiabili. Cercai di ricordare quante volte avevo messo il braccio intorno alle spalle di Susan in quel modo mentre parlavamo e non me ne veniva in mente nessuna. Provai una dolorosa stretta allo stomaco, come ogni volta in cui pensavo a lei e me insieme. Mi era passata la fame, tuttavia ero sfinito e mi presentai lo stesso alla cucina in fondo al cortile per chiedere il mio pranzo.
Rosetta o come si chiamava la strepitosa cuoca, premio Nobel dei fornelli della cascina, volt verso di me la bella faccia dalle guance rosse e prima disse: A quest'ora!, poi, rimproverandomi a bassa voce colm un piatto, lo mise su un vassoio, aggiungendo del pane e una birra fresca. Enea, uno di questi pomeriggi ti insegno una cosa con quella fionda, d'accordo?, e guardavo il ragazzino che sedeva al tavolo della cucina e teneva immusonito la testa china sui libri. Mi hai sentito?
Rispondi a Mark, sollecit Rosetta, severa.
Che vada al diavolo.
Vabb! Intanto me ne andai a pranzare al solito tavolo sotto i tigli. Nic e Viola dovevano essere saliti in casa. Quanto a Black, era accanto alla panca, esattamente dove stavo di solito io. Abitudinario com'ero, anche qui una volta stabilito in che punto della panca sedermi ci tornavo ogni volta. L'aveva capito anche il cane. Sedetti e lo avevo vicino, che mi teneva d'occhio. Nel piatto c'erano patate con un sugo di carne, due uova sode, un pezzo di formaggio.
Non c' niente che possa piacerti..., ma scoprii che mangiare con un cane che ti fissa non  semplice. Allora pelai un uovo e glielo mostrai. Scodinzol, sporgendo il muso. Misi l'uovo per terra e lo fece sparire fulmineo.
Scusa ma nessuno ti ha dato da mangiare?, e pelai l'altro uovo. Divor anche quello, poi and a stendersi al sole.
Lo vidi tirar su le orecchie quando nell'aria si allarg il suono del violino, Mendelssohn ovviamente, Nic aveva ripreso a studiare. Black sembrava ascoltare, attento. Gli piaceva la musica? Possibile che ai cani piaccia la musica? Non so proprio niente dei cani, pensai ripulendo il piatto con il pane, come avevo visto fare a cena quando mangiavamo tutti insieme. Un gesto che avrebbe fatto svenire zia Daphne, suppongo.
A un certo punto Nic si impunt. Errore. Black sedette. Guardava la finestra su al primo piano da dove erano uscite le note del concerto. Ci fu un breve silenzio. Nic ripet l'ultimo brano, si impunt di nuovo. Silenzio. Black era sempre in ascolto, come aspettando che il suono del violino riprendesse senza un errore.
Che ne dici? Sbaglia di nuovo?
Per un attimo Black volt la testa verso di me. Sembrava mi dicesse speriamo di no. Poi di nuovo alz il muso fissando la finestra.
Nic per la terza volta riprese e di nuovo si impunt.
Diavolo, commentai rivolto a Black, di solito lui non sbaglia. Ecco che continuavo a rivolgere la parola a un cane come fosse una persona. Sei tu che hai l'aria troppo umana... o sono io che mi sto rincretinendo?
Altro errore di Nic. Il cane e io ci scambiammo uno sguardo, interdetti.
E se succede al concerto?, dissi, ma a bassa voce, come se la sola domanda rischiasse di attirare la catastrofe. Black scodinzol, forse perch continuavo a rivolgergli la parola.
Al concerto, che si tenne su un prato in un paese poco lontano da Levice, Nic ci arriv in forma impeccabile, nonostante le ore e ore di studio. Io a differenza sua ci arrivai che ero uno straccio, dopo giorni e notti snervanti: Susan avr letto la lettera? Chiama o non chiama? Chiamo io? E se non risponde? Se non vuole parlarmi? Se interrompe la telefonata? Se mi manda al diavolo? Come se non bastasse mi tormentava il desiderio che avevo di lei. Ma perch accidenti avevamo fatto l'amore sempre pi raramente quando ancora eravamo insieme e dormivamo nello stesso letto? Perch mi infilavo tra quelle lenzuola per leggere non so quali scemenze sul mio aggeggio, indifferente a lei che dal canto suo si era gi addormentata voltandomi la schiena? Adesso passavo notti insonni e tristissime pensando a lei, appoggiato al davanzale della finestra della cucina che dava sul cortile e sulle colline infinite. Della luna era rimasta una fetta che stava scemando e io continuavo a farmi sempre la stessa domanda: ma io, adesso, chi sono e che cosa ci faccio qui? Di una cosa sola ero sicuro, mi sarebbe stato impossibile tornare a fare il broker, al solo pensarci provavo una repulsione cos profonda da non lasciare dubbi. Avevo fatto la scelta giusta quando avevo infilato la cartelletta azzurra nel cestino dei rifiuti, a Londra. Ma... il resto? Che ne avevo fatto del resto della mia vita?
Il concerto vedrai... ti dar una bella botta di positivit, mi aveva detto Nic che si era reso ampiamente conto del mio muso lungo, del mio umore nero come la pece. La botta che io aspettavo, per, era un'altra e passavo i giorni, le ore, i minuti, i secondi, aspettando che Susan telefonasse. Aspettando e basta.
Il concerto era affollatissimo, ero davvero seccato perch Nic e Viola avevano insistito che mi occupassi io del cane e quindi ero stato costretto a sedermi in fondo. Non si poteva lasciarlo a casa da solo, bisognava portare anche lui e allo stesso tempo impedire che scorrazzasse in giro andando magari a far pip sui noccioli che bordeggiavano il grande prato dedicato al concerto o, peggio, sulle custodie degli strumenti che gli orchestrali avrebbero ammucchiato da una parte: Perch sar cos, aveva pronosticato Viola, se lo lasciamo libero di andarsene in giro,  ovvio. Vuole marcare il territorio ovunque vada,  un maschio. Dovevo quindi tenerlo al guinzaglio e ogni tanto andare con lui a fare un giretto.
Ma io non so come si fa a occuparsi di un cane e poi al guinzaglio, figurarsi, avevo cercato di protestare.
Imparerai, fu la risposta di Nic.
Incarica qualcun altro. Per esempio Enea.
L'avrebbe fatto volentieri. Ma quando ha saputo che se lui si rifiutava avresti dovuto farlo tu, ha detto di no per quella questione della fionda che gli hai portato via e che non gli vuoi rendere.
La nemesi, pensai. Non fai in tempo a fare una cosa che te la fanno pagare, e intanto agganciavo il guinzaglio al collare di Black che scodinzolava tutto allegro come se fosse lui a mettere al guinzaglio me e non viceversa, e mi resi ben presto conto che non aveva per niente torto a pensarla cos.
Sotto un cielo stellato, sterminato, sedevo in attesa che iniziasse il concerto, con Black accanto, accucciato ai miei piedi, e, per fortuna, tranquillo.
Era molto suggestivo ascoltare il concerto in quella situazione. Anche se al momento la musica mi lasciava una desolazione struggente, altro che botta di energia positiva. Era evidente che anche Black stava ascoltando perch - devo dire con mia sorpresa - alz il muso e mi fiss da sotto in su pochissimo prima di arrivare al punto in cui Nic si era impuntato varie volte quando studiava. Vedevo nell'oscurit brillare i suoi occhi. Mi fissava in attesa. E anch'io ero in attesa... ecco il punto dell'errore, trattenni il respiro, ma per fortuna il suono del violino scivol via in un'infilata ardua e velocissima di trilli e di scale perfetti. Black continuava a fissarmi e forse stava sorridendo per quel successo. Mi venne spontaneo - spontaneo? - mettergli una mano sulla testa. Una carezza insomma.
E mi resi conto che per la prima volta stavo carezzando un cane.
Si vede che  molto affezionato al suo cane, bisbigli una vocina al mio orecchio, mentre qualcosa di morbido - pelle? capelli? - mi provocava un brivido sul collo mentre mi arrivava netto, preciso, un profumo che non era quello di Susan, ma che senz'altro aveva qualcosa di sensuale.  un labrador bellissimo.
Voltai appena la testa. Il tutto proveniva da qualcuno dietro di me: vestito chiaro, volto femminile, assai giovane e, nella semioscurit, uno sguardo sorridente. Credo sia bello avere un cane come il suo..., altro bisbiglio, altra ondata di profumo.
Ssst!, zitt qualcuno.
In quel momento Black si mise sulle quattro zampe e con il chiaro intento di andarsene stratton il guinzaglio, che su consiglio di Viola avevo tenuto corto. Dovetti alzarmi anch'io; cercai di non incespicare sfilandomi tra la gente, non per niente mi ero messo in fondo, ma non mi ero accorto che altre persone si erano poi sistemate dietro di me tra cui lei, Madame Bisbiglio. Lei era proprio alle mie spalle.
Mentre il violino di Nic raggiungeva la vetta suprema dello strazio del cuore - per me l'unico concerto per violino di Mendelssohn  proprio uno strazio del cuore - quella bestiaccia di cane mi stava trascinando via con una forza insospettata. Possibile che fosse talmente forte? Non riuscivo a trattenerlo, lui tirava il guinzaglio e io come un pupazzo dietro, con cos scarsa capacit di resistergli da farmi venire il sospetto che in tutti quegli anni davanti al computer mi si fossero davvero rammolliti del tutto i muscoli. Vuoi vedere che se avessi continuato cos a quarant'anni non sarei stato quasi capace, al mattino appena sveglio, di trascinarmi dal letto al bagno?
Avevo fatto bene a mollare tutto.
Forte il tuo cane, vero?, eccola di nuovo la vocina bisbigliante. Lei per l'appunto. Madame Bisbiglio, passata direttamente al tu, mi aveva seguito fin nelle fratte dove mi aveva trascinato Black che ora stava facendo i suoi bisogni con placida disinvoltura.
Buffo, no?, disse lei, a bassa voce, buffo come le bestie facciano i loro servizi infischiandosene se li stai a guardare. Una faccenda che aveva notato anche lei.
Davvero... francamente non mi venne da aggiungere altro e sull'onda del violino di Nic che si sentiva fino a l mi chiesi che cosa ci facesse accanto a me quella ragazza... lei e io ad attendere che Black facesse i suoi servizi. Che bizzarra espressione, pensai, non la conoscevo in italiano.
Allora?, parlava di nuovo bisbigliando. Che cosa volevi dirmi?
Io?, mi stupii.
Mi hai fatto cenno di seguirti quando ti sei alzato con il cane, disse lei, convinta.
Non avevo fatto nessun cenno, ci mancherebbe. Mi voltai a guardarla in faccia, nella semioscurit. La sua mi parve una faccia da brava ragazza, semplice e sorridente. S, semplice, a parte il profumo da seduttrice che in quel momento sentii pi forte. Non mi potei soffermare che gi Black strattonava come un matto e io non potei far altro che lasciarmi trascinare via, fino a uno steccato che biancheggiava poco oltre. Black si ferm per una lunga pip, poi prosegu lungo tutto lo steccato con me appeso al guinzaglio. Infine si sedette nell'erba.
In tutto questo Madame Bisbiglio mi aveva seguito mentre l'implacabile violino di Nic che, come vuole il difficilissimo concerto, non staccava un attimo, continuava a turbinare intorno a noi.
Eccomi, sussurr lei. Possiamo ascoltare da qui, no? Si appoggi anche lei allo steccato. Mi pare che il tuo cane non abbia nessuna intenzione di lasciarti tornare al tuo posto.
Grazie tante, Black! Grazie per avermi fatto fare una bella figuraccia.
 molto forte il tuo cane, molto pi di te, poi fa di testa sua, perch ti sei preso un cane cos massiccio, tu?, riprese Madame Bisbiglio impietosa, sempre sussurrando.  molto forte, come sono spesso i labrador neri. Ne aveva uno anche il mio fidanzato.
Non mi dire, e intanto pensavo ma perch questa non si leva dai piedi? E si faceva trascinare anche lui?, volli sapere a voce bassissima, gi aspettandomi una risposta negativa e infatti: Ma no, lui si faceva rispettare, mi inform lei gentile. E io pensai che era ovvio, che avrei potuto evitare la domanda.
E poi, precis lei, il mio fidanzato  un bel pezzo d'uomo, ben piantato, robusto. Ci sa fare con i cani, lui.
 ovvio anche questo, pensai.
In ogni caso..., forse per cortesia non avrei dovuto dirlo, ma non riuscii proprio a trattenermi, io non ti ho fatto nessun cenno prima.
Oh, ma guarda, ribatt lei serena, senza fare una piega, mi era sembrato proprio che mi facessi un cenno mentre il cane ti trascinava via deciso. E aggiunse: Ma se non  cos ti saluto, magari ci vediamo a un altro concerto, ora sorrideva. E per quel che riuscivo a distinguere nell'oscurit era davvero carina: Se il tuo cane te lo permetter, naturalmente!
Ma questo non  il mio cane..., replicai stupidamente.
La sua era una risatina sottile. Mi chiamo Margherita, sussurr, staccandosi dallo steccato e, vaporosa nel suo lungo abito chiaro, se ne and da dove era venuta, senza aspettare di sapere come mi chiamassi io.
Ma che gente mi fai conoscere?, mormorai a Black chinandomi verso di lui. Non alz neanche il muso e in quel momento scoppiarono frenetici gli applausi perch Mendelssohn e il suo strazio del cuore era arrivato alla sua trionfale conclusione.
E bravo Nic! Anche se purtroppo, devo ammettere che n quel concerto e neppure gli altri che tenne successivamente, riuscirono a intaccare il mio umor nero. A nessuno di quei concerti rividi Margherita, ma la cosa non m'importava, ero troppo impegnato a contare i giorni e le notti, a chiedermi se Susan avesse letto o no la mia lettera.
Quanto a Dolly mi limitavo a lustrarla ogni mattina. Poi mi trascinavo fino al tavolo sotto i tigli e rimanevo l chino sul libro che mi aprivo sotto gli occhi. Il cellulare, implacabilmente muto, me lo tenevo accanto e Black stava seduto dietro di me. Una volta gli dissi che non ero mai stato cos infelice in vita mia, forse solo quando era morto il bisnonno. Lui mi ascolt senza scodinzolare, poi si stese con il muso appoggiato sulle zampe davanti, mi sembrava a terra anche lui o forse mi sbaglio: i cani possono essere a terra, mi chiedevo?
Per il resto Nic continuava a studiare per i concerti, il prossimo era il numero 35 di Tchaikovsky, un ennesimo strazio per il cuore. Quando non studiava c'era con lui l'immancabile Viola. Venne Enea a cercarmi per via della fionda ma non avevo nessuna voglia di fare quello che avrebbe in definitiva fatto il bisnonno, cio insegnargli a non far del male agli animali. Per non gli restituii la fionda, lasciai che protestasse e quando smise di lamentarsi e mi chiese che libro stessi leggendo, gli dissi che era un testo di storia sulla vicenda di Annibale. Mi preg di raccontargliela, mi sentii una carogna a dirgli di no. Se ne and scrollando le spalle. Poi c'erano le cene con tutta la famigliona che viveva in cascina. Nessuno mi badava, come se non volessero disturbarmi mentre me ne stavo zitto e spento davanti al mio piatto, concentrato sul cellulare che tenevo in tasca e che non suonava mai.
Ero antipatico, lo sapevo, non mi ero mai sentito cos antipatico. Ma non me ne importava, io aspettavo la telefonata di Susan. E volevo resistere, non volevo essere io a telefonarle.
Facciamo che adesso ci diamo una mossa, che ne dici?, era Pietro, il nonno di Enea, che venne a sedersi davanti a me un giorno a met mattina.
Scusa ma se  per darti una mano nell'orto...
Volevo invitarti a pranzo. Il pranzo a La Morra che non abbiamo fatto quella volta. Non dirmi di no, e appoggi sul tavolo il casco da moto che teneva in mano.
Lo guardai. Aveva ragione, non era proprio il caso di dirgli di no, mi bast il suo sguardo per capirlo. Uno sguardo comprensivo, solidale. Uno sguardo serio. Uno sguardo che in qualche modo mi ricord il modo in cui mi guardava il bisnonno, che era sempre, ma proprio sempre, dalla mia parte.
Ti ringrazio, dissi allora alzandomi e infilandomi il cellulare in tasca. Subito balz in piedi anche Black, scodinzolava tutto eccitato, fissandomi. Che cosa si aspettava?
Che ne dici? Andiamo con la tua moto?, chiese Pietro.
Eccome, e andai deciso verso Viola che sedeva accanto alla porta di casa in una poltroncina di vimini che mi ricordava sgradevolmente quella che usavo io all'agenzia Toys & Bulls. Identica.
Il cane. Perch non lo porti tu a fare un giro?
Lei sorrise, punt un dito verso l'alto indicando cos il suono del violino che volteggiava nell'aria e proveniva dalla finestra aperta della cucina. Nic stava studiando? E allora lei sarebbe rimasta ad ascoltare.
Incredibile come non ti occupi del tuo cane, borbottai acido.
Non so come tu fossi prima... ma ti sta venendo un carattere orribile. Perch non ti decidi ad accorgerti che esistono anche gli altri? Fece una carezza a Black che ci era vicino. E magari accorgerti che esiste anche il cane. Uno non vive come fai tu chiuso in se stesso come in una scatola di cartone occupandosi solo dei pensieri che gli frullano per la testa.
Pietro aveva ascoltato il rimprovero in silenzio, poco distante, mani in tasca. Muto. Non metteva becco, lui.
Il cane non mi riguarda.  tuo e pensaci tu, ribattei e in due passi fui da Dolly. Black mi segu. Tolsi il casco dal bauletto e mi voltai verso Viola: Ti spiace dire al tuo cane di venire vicino a te e di smettere di starmi addosso?
Un momento dopo, mentre io e Pietro le passammo davanti gi in sella a Dolly, lei url: Il cane non  mica mio.
Quando sono su Dolly non bado a niente e a nessuno. E men che meno a quello che mi vien detto. Cos la sentii ma non la ascoltai. Ero gi immerso in quella che definiscono l'estasi del motociclista, indescrivibile sensazione di lievit e di avventura, qualcosa come una vigile e divina sbronza, che condividevo con Pietro, peso piuma sul sellino posteriore. Questa volta non per tirarmela ma perch sapevo che Pietro si sarebbe divertito, accelerai e iniziai ad andar gi deciso a ogni curva, ginocchio quasi a terra nella stretta vertiginosa della corsa, in quel gioco che Pietro, come mi avrebbe detto poi, chiamava orecchia-orecchia, cio gi da una parte a toccare l'asfalto con un orecchio e poi al prossimo giro della curva gi dall'altra parte verso terra con l'altro orecchio. Ovvio che non  proprio cos ma rende l'idea, si va gi di ginocchio, le orecchie restano in salvo.
Rallentai, accostai, fermai.
Si  ripiegato un pezzo di imbottitura..., borbottai, ... mi
d fastidio il casco, e me lo tolsi per risistemarlo. In quel momento chi ci piomb addosso?
Black!
Ansimante, scodinzolante e, anche se non sapevo niente di cani, avrei giurato che era felice.
Ma come ha fatto a raggiungerci?, ero allibito.
Questi corrono, Pietro rideva, assestava a Black delle affettuose pacche qua e l, corrono sai... come demoni. E lui eccolo qui, voleva venire anche lui.
S, ma adesso come diavolo facciamo?, mi riagganciai il casco. Tu che sai come fare, digli di tornarsene a casa. Faglielo capire.
Ma figurati, questo non ci molla.
La Morra non  proprio qui dietro, se ben ricordo... che fai? Ti prendi il cane in braccio? A me sembra troppo pesante.
Ci segue. Tu non andare troppo veloce e lui ci segue. Vedrai che ce la fa.
Ma poveraccio... sono un sacco di chilometri, mi infilai di nuovo i guanti e intanto guardavo Black che continuava ad agitare festoso la coda, fissandomi. Chiss cosa direbbe se potesse parlare, sbuffai. Mi fissa come se dovessi fare non so che cosa per lui...
Direbbe: che cosa aspetti a ripartire?
Tu ti ci diverti. A me questa faccenda... mi disturba! Smisi di protestare e misi in moto. Per, insomma, io non posso ridurre Dolly a una lumaca, non posso. E poi quando ho Dolly per le mani non mi piace che qualcosa o qualcuno ci si metta di mezzo.
Non essere cos rigido. Vedrai che Black si arrangia.
Si arrangi eccome! Anche se non capii come fece. Io guidavo e non lo tenevo d'occhio, Pietro ogni tanto mi diceva che era sempre dietro. Poi mi disse che Black non si vedeva pi ma di continuare ad andare, di non fermarmi.
Come fece non lo so ma quando mi fermai in piazza a La Morra, il cane ci corse incontro come se fosse stato l ad aspettarmi.
Questo non ci molla pi, e scesi dalla moto.
Che fastidio ti d?, Pietro si sganci il casco. Carezz Black.  straordinario!
Non sono abituato ad avere un cane sempre addosso. E poi se al ristorante non lo fanno entrare? E sarebbe meglio... A me non piace che facciano entrare i cani nei ristoranti, non  igienico.
Ma smettila, mi sorrise Pietro. Dove sei vissuto finora? Da noi i cani entrano nei ristoranti perch non abbiamo nessuna voglia di lasciarli fuori!
Comunque, dove ero vissuto? Senz'altro ero vissuto in luoghi in cui non c'erano locali come il ristorante a La Morra dove mi invit Pietro, seduti a un tavolo accanto ai finestroni aperti su filari di viti che scorrevano a perdita d'occhio su e gi per le colline a destra e a sinistra, per non parlare di quel dieci e lode che poi assegnammo al cosiddetto coniglio in civet. E che dire del vino? E Black? Mio malgrado ci segu al ristorante e se ne stette fermo e composto sotto il tavolo, senza neppure reclamare cibo come stava facendo un altro cane al tavolo vicino, imboccato dalla padrona con gran sbrodolamento di roba sul pavimento.
Allora? Ti piace questo posto?
Tutto perfetto, Pietro..., e tra quei profumi di cibo e di vino dovevo parlare forte per l'incredibile rumore di voci risate esclamazioni; ogni tanto controllavo il cellulare perch non sarei riuscito a sentire la suoneria, casomai Susan telefonasse. Sono tutti sordi qui, che devono urlare invece di parlare?
Non sono sordi. Sono allegri.
In Inghilterra nei luoghi come un ristorante si parla sottovoce, considerazione degna di zia Daphne.
Qui invece si parla normale, Pietro agguant la bottiglia e mi riemp il bicchiere, sono sicuro che un vino cos non l'hai mai assaggiato.  un barolo di tutto rispetto, questo, disse ancora.
Brindammo. Beh, aveva ragione, vino stupendo e invitava a bere.
Hai presente Cavour? Voglio dire Camillo Benso conte di Cavour?, bicchiere in mano Pietro mi scrutava. Immagino di s.
Grossomodo, e non stetti a spiegargli che da quando ho imparato a leggere ho letto solo, dico solo, libri di storia. Mai un romanzo. Solo storia grazie a zia Daphne che non tollerava altro. Stette a me poi appassionarmi alla storia, dalla preistoria, passando per la scoperta della scrittura, ai grandi imperi, la Grecia e avanti fino ai giorni nostri.
Perch me lo chiedi?
Cos facciamo un brindisi anche a Cavour. Non per la guerra di Crimea, quella lasciamola perdere, ma per il barolo... mi pare sia stato intorno al 1835 che ha iniziato proprio lui, che viveva a Grinzane, qui dietro, a produrre questo vino... invecchiava in botti il nebbiolo di qui. Insieme a una contessa proprietaria di vigneti, una certa Giulia Colbert Filetti, donna di fascino anche per Cavour, scommetto, precis lui ammiccando malizioso. Tanto per sapere a chi dobbiamo questo nettare.
In quel momento ci misero sotto il naso il coniglio in civet, che col solo profumo faceva ammutolire. Non Pietro, per, che si mise a spiegarmi la ricetta, e io lo ascoltavo, mangiavo e bevevo. E cercavo di concentrarmi su quello che ascoltavo, mangiavo e bevevo, ma non ci riuscivo a godermi quel pranzo. Pensavo solo al fatto che non avevo il diritto di essere l a chiacchierare con un amico dopo quello che avevo combinato. Non me lo meritavo e caddi in una spirale tossica di sensi di colpa per aver rovinato la nostra vita come mi aveva accusato Susan, e la rividi mentre scaraventava alla rinfusa, in una immensa borsa, biancheria vestiti profumi creme scarpe gioielli come fa uno che sta scappando da una catastrofe. A ripensarci, con gli occhi fissi in quel che rimaneva nel piatto, provai una tale stretta al cuore che Pietro mi chiese che diavolo mi stesse succedendo.
Hai una faccia da cane bastonato..., mi guardava preoccupato e non con aria di rimprovero. Non ti piace il coniglio? Problemi con il vino?
Ma no...  tutto perfetto. Solo che pensavo...
Dai, sfogati. Con me puoi farlo.
All'istante, come se non aspettassi altro, gli rovesciai addosso tutto: i documenti societari nel cestino dei rifiuti, la paura di parlarne con Susan, quello che era accaduto dopo e il fatto che non mi rivolgeva pi la parola, io che passavo le giornate a buttar mangime ai merli del parco, lei che tornava dai suoi, e infine io nelle Langhe con Nic che per ora non aveva pi un briciolo di tempo per me perch c'era la signora di Alba.
Non faccio che pensare a Susan..., misi il cellulare sul tavolo, ...ma lei non telefona.
Le avevi mandato quella lettera, mi pare.
Nessuna risposta. Zero, e intanto mi stupivo perch finora avevo parlato cos tanto di me solo con Nic. Che cosa mi era preso? Continuai:  offesa ma io non posso pi continuare a fare quel lavoro, capisci?, con gli occhi annebbiati dalle lacrime, - o dal barolo? - riuscii a infilzare l'ultimo pezzetto di coniglio, ...e sono disperato senza Susan, pi passano i giorni e pi mi sento mutilato senza di lei.
Continuai a parlare di risentimenti, sensi di colpa, rimpianti e Pietro mi ascoltava con il mento appoggiato sul pugno destro chiuso, mentre con l'altra mano continuava a versare vino a lui e a me.
Scusa questo sfogo, ma ne avevo bisogno.
Vai avanti. Io ti ascolto, dai
E allora... beh, sono venuto qui senza un perch, solo per togliermi dal nulla... ma ora voglio tornare a Londra, far un lavoro qualsiasi, voglio tornare da lei, non penso ad altro da quando ho messo piede alla cascina, tra Nic e il suo violino da primo premio e tutti voi che non conosco. Bevvi un altro sorso, stavo sperimentando che il barolo scioglie la lingua. Da quando sono qui non dormo, mi rigiro nel letto, non so che cosa ne sar della mia vita... Di giorno, hai visto anche tu, ciondolo, sono in crisi nera, non prendo neanche la moto... Perch ho spezzato la nostra vita insieme? Perch condanno me e lei alla solitudine? Non eravamo felici? Non avevamo costruito un piccolo paradiso?, e mentre queste vibranti parole, che pronunciavo per la prima volta in vita mia, aleggiavano sul tavolo pi melodrammatiche che mai ebbi la sensazione che l'ombra di un sorriso guizzasse sulle labbra del mio paziente e affettuoso compagno di bisboccia.
Che c'?, gemetti. Faccio ridere, adesso?, dissi, senza aggiungere altro perch in quel momento Black si tir in piedi e appoggi il muso sul mio ginocchio. Mi irrigidii. Mi morde? Muso caldo. Muso mite. Non mi morde. Potevo rilassarmi con la sensazione che Black mi avesse metaforicamente battuto una mano - una zampa - amichevole sulla spalla per dirmi: dai, tirati su che ce la fai.
Ho detto un sacco di... di non so che cosa..., sospirai.
 che certe volte... Pietro si appoggi allo schienale della sedia, stringendo sempre il bicchiere, come un'insegna, certe volte, nei momenti peggiori della vita, accade che sentiamo passare su di noi il battito d'ali dell'imbecillit.
Dici a me?, non sapevo se ridere o offendermi. Io?
Non tu. Credo che sia di Baudelaire, rispose lui incongruo ma fa niente. E ripet: Il battito d'ali, capisci?
E chi lo sente il battito, sospirai di nuovo. Magari lo sentissi, almeno mi sentirei imbecille. Meglio imbecille che disperato.
Non te la prendere, si dicono di quelle cose talmente imbecilli quando si soffre per amore...
E lui subito riprese: Lo so anch'io, altroch se lo so, non credere! Pietro vuot il bicchiere, e lo depose con cura come impegnandosi a centrare il bordo del tavolo. Comunque, te l'ho gi detto, ricordati a tua consolazione che i mancini hanno un sacco di qualit: pi intelligenti e rapidi nel capire le cose, intuitivi e molto dotati nello sport...
Parli di te, immagino.
Ma anche di te, Mark, esclam annuendo convinto.
Io? Ma se sono una frana. Dotati nello sport, per fare un esempio... Ma fammi il piacere! Quel giro in bicicletta con Enea mi ha distrutto.
Invece io penso che le doti dei mancini ce le abbia anche tu. Devi scoprirle. Si fece serio, appoggi i gomiti al tavolo, si sporse verso di me con l'aria del cospiratore e disse sottovoce: Credi che non sia accaduto anche a me come a tanti? Di battere la testa al muro perch la vita se ne va per i fatti suoi e ti lascia nel pantano totale? La mia prima moglie mi ha mollato per un altro e sai da quanto eravamo sposati? Forse sei mesi. Ero pazzo di lei, era bellissima, sai, e dopo che  successo anch'io mi aggiravo con la testa tra le nuvole, come un imbecille. Anche io, come te.
Ah ecco! Ma non mi offesi, aveva ragione, ascoltavo e senza rendermene conto passavo la mano sulla testa di Black, liscia e solida, la testa tenace di uno che non si perde in banalit. Lo stavo carezzando, per la seconda volta. E mentre Pietro mi descriveva la sua prima moglie me la immaginavo come una specie di Venere che scappa via attraverso quel cortile che conoscevo anche io, e Pietro con un sacco di anni di meno che se ne stava fermo sulla porta di casa a vederla salire nella macchina dell'amante, impietrito con i suoi cani al fianco e il cuore in pezzi.
Che roba..., sospirai partecipe. E intanto mi chiedevo se Susan, in tutto questo tempo, fosse entrata qualche volta nella strepitosa decappottabile del suo CEO. Continuavo a carezzare la testa di Black come se, insieme a Pietro, potesse capirmi e forse aiutarmi a uscire fuori dal mio personale pantano d'infelicit.
Queste faccende di donne poi passano. Ho incontrato Teresa, ci siamo sposati, abbiamo avuti i figli, ci vogliamo bene... per ci ho messo non poco a dimenticarla quella mia prima moglie... Pietro si era ormai lasciato andare alle confidenze, anche le pi intime che mi fecero tornare alle notti di gelo con Susan. Infine concluse: Si chiamava Margherita. Margherita, s. Non l'ho mai pi rivista. Era andata ad abitare gi ad Alessandria con quello l. Alessandria... come se dicesse l'America.
Finimmo il vino.
Non so come mi ritrovai fuori dal ristorante, con Black al fianco, seguendo Pietro che mi indicava un viottolo non in salita, per fortuna, e neanche in discesa, nonostante La Morra sia inerpicata sul cocuzzolo di una collina. Arrivammo a un prato e ci buttammo nell'erba sotto un albero e fu Pietro a informarmi che si trattava di un acero: aveva il pallino degli alberi.
Ho un po' sbracato a parlarti della mia prima moglie ma il vino, lo sappiamo, fa anche questo effetto, ci fa amici, di quelli che non hanno paura a raccontarsi le cose, anche quelle che stanno qui dentro..., e si appoggi la sinistra sul petto, in un gesto che avevo gi visto.
Gi, accanto avevo Black che, steso, mangiucchiava qualcosa che doveva aver scovato nel bidone della spazzatura del ristorante e che si era portato fin qui, qualcosa che non volevo sapere che cosa fosse.
Ma questo cane non pu andare a masticare la sua robaccia pi in l? Come si fa a dirglielo? Provavo sentimenti contrastanti nei suoi confronti, Biascica... puzza... e mi sta sempre addosso!
Dai, non essere intollerante, sbadigli Pietro. A noi nessuno ci ha detto di andare a mangiare il coniglio in civet pi in l. Ha diritto anche lui di mangiare dove gli pare, no?
E mentre ci scambiavamo pareri sui diritti dei cani, suon il cellulare.
 Susan, mormorai.
...
.
...
Capitolo Nove.
...
.
...
Arrancai in su fin dove c'era l'acero. Avevo la lingua di fuori e il cuore in gola per la fatica di risalire passo a passo il pendio erboso da cui ero disceso a precipizio con il cellulare stretto in mano. L in fondo, davanti a un ruscelletto e tra gli arbusti, il cellulare appiccicato all'orecchio, io e lei saremmo stati lontani da tutto il resto del mondo. A parte Black, che era scattato in piedi appena mi ero alzato e, sempre con le sue schifezze tra le zanne, mi aveva seguito e per tutta la telefonata era rimasto steso ai miei piedi, rosicchiando rumorosamente.
Ti ho visto sparire..., Pietro accenn al tipo che era con lui, un omone dalle spalle spioventi e dal collo taurino, Michele  mio amico, passava di qui, ha visto il cane mentre ti correva dietro.
Lo voglio, quel cane. Ho visto come si muove. Me lo vendi, cos, senza punto di domanda, con un vocione da padrone della baracca. Come fosse affare gi fatto, Collo Taurino si tolse di tasca il portafoglio. Un portafoglio alto una buona spanna tanto era farcito da non so quanti contanti. Facciamola fuori subito, te lo pago bene.
Io mi ero lasciato andare seduto nell'erba. Pensavo ancora alla telefonata con Susan.
Hai sentito, Mark?, Pietro indic Black. Vuole Black. Michele lo vuole per i tartufi.  un mago nell'addestrare i cani.
Mica  mio. Mi lasciassero in pace! Mica  mio..., ripetei tra i denti.
Come sarebbe a dire che non  tuo, esclam Pietro, e di chi  se no?
Di quella di Alba, chiaro?, alzai la voce.  suo, no?
Guarda che io pago bene, si intromise Collo Taurino.
Black poco in l, con la testa piegata da una parte, guardava me e poi Collo Taurino e poi di nuovo me. Si era reso conto della trattativa? Una scena da Il richiamo della foresta.
Mi passai le mani sulla faccia: sudore. Forse lacrime. Ci mancherebbe, con quei due come spettatori. Giuro che avevo i nervi a pezzi, ecco.
Ottocento euro, guarda ce li ho qui, Collo Taurino si piazz davanti a me e mi mise le banconote sotto il naso.
Senti, sibilai, tu ti devi levare dalle palle nel giro di un secondo. Oggi va cos, chiaro?
Non vuole vendermi il cane? Possibile? Con quello che lo pago?, Collo Taurino si rivolse a Pietro stupefatto. E subito: Vado anche a mille, offr conciliante.
Vattene, urlai isterico. Vai via.
I due mi guardarono in silenzio, poi Pietro fece un gesto e disse qualcosa come dai che ne parliamo in un altro momento. E Collo Taurino se ne and. Rapido, con passo pesante e disuguale. Black intanto aveva finito il suo pasto, si leccava i baffi e venne a stendersi al mio fianco.
Dai..., mormor Pietro, ...che cavolo  successo che ti sei ridotto cos?. E dopo un momento: Ti ha mollato?
Scossi la testa.
Non ti ha mollato. E allora?, sedette nell'erba vicino a me.
Mi appoggiai la sinistra sullo stomaco. Mi sento come se avessi ingoiato un maglio, lo guardai. Doveva saperlo lui che cos' un maglio.
Forse il coniglio in civet?
Ma dai, il maglio  quel martello con cui ammazzavano i buoi..., tirai un sospirone e attaccai: Mi ha detto che  tornata a vivere a casa, quella dove abbiamo vissuto insieme e che le ho lasciato e voleva sapere... questa  la prima cosa che mi ha chiesto: voleva sapere se avevo organizzato che le bollette venissero pagate con il mio conto come riteneva giusto fosse, perch sono stato io a mandare tutto in rovina e, insomma,  stato tutto uno spararmi cifre su cifre e io dicevo s ok, va bene... la BMW e lo stipendio dei domestici... che cosa vuoi che me ne freghi, guadagnavo bene, soldi da parte ne ho e il mio conto in banca ....
La tua lettera?, mi interruppe lui. Non l'ha letta?
Ah certo! Quando gliel'ho chiesto ha detto che s, che l'aveva letta. Ha detto anche che l'ha commossa. Commossa, pensa. Le  arrivata un po' di tempo fa, ma voleva pensarci su prima di rispondermi, ha lasciato passare un po' di tempo. Io nella lettera le chiedevo di venire qui, di ritrovarci, di ricominciare.
Ma non ti ha mollato?
No, per niente. Ha detto non lasciamoci... tu rimani l dove sei e io ci penso. Dammi del tempo. Mi sembrava di affastellare cose senza senso, una sull'altra, eppure era proprio cos che mi era sembrata quella telefonata, quella tanto attesa telefonata, dalla quale mi aspettavo un torna che voglio riabbracciarti o qualcosa del genere.
Poi sottovoce, come fosse una cosa troppo pesante da tirar fuori: Susan dice che ha bisogno di una pausa di riflessione dopo quello che le ho fatto. Cio lei, capisci, non le va gi che io non l'abbia avvertita subito che mollavo il mio lavoro... subito! Ha detto che  stato peggio di un tradimento, che sarebbe stato pi facile da perdonare se mi fossi scopato un'altra.
Eh certo, dicono cos, poi vorrei proprio vedere, borbott Pietro.
A me venne in mente Claire, ma non stetti a raccontarlo. In fondo, non era successo niente. Per mi vergognai a ripensarci... che stupido.
E poi 'sta storia del perdonare... ma dai, riprese Pietro scuotendo la testa, lasciamo stare... Quindi, se ho ben capito, continuerai a star qui nelle Langhe ad attendere che la tua Susan ti dica se vuole ricominciare oppure se  finita.  cos?
 cos.
Come si dice, ti tiene in sospeso, mi guardava.
Mi pare di s.
Non sar facile, visto che mi hai detto che continui a pensare a lei.
No, non sar facile.
E quando te lo dir che cosa ha deciso?
Boh. Scossi la testa. Rimanemmo in silenzio. A lungo. Io a ruminare sulla faccenda della pausa di riflessione... Quanto dura una pausa di riflessione? Un giorno? Una settimana? Mesi? Non me lo aveva detto. E intanto che lei fa la sua pausa di riflessione, con il CEO come sarebbe andata la faccenda?
Sai una cosa, Mark?, disse infine Pietro non con il tono di uno che ti dice che cosa devi fare, ma il tono di uno che ti dice che cosa farebbe lui. Io mi organizzerei un'altra vita.
Cio?
S, un'altra vita. Diversa. Quella che potresti avere con Susan ce l'hai gi tutta davanti agli occhi. La sai, no? Metti che ti dica di s, tu che fai? Torni a Londra e ti trovi un altro lavoro. Sei uno che ci sa fare, lo trovi un lavoro da guadagnare bene. Ti sposi. Magari cambi casa per non rivivere in quella della vostra separazione, una casa nuova dove farete due bambini e tutto andr avanti cos... poi venderai la moto...
Scusa? Come sarebbe a dire venderai la moto?
Venderai la moto, come fanno tutti quando arrivano ai cinquanta. Perch  ragionevole farlo.  prudente. Non puoi rischiare un incidente, hai da crescere i figli. Ti muoverai in macchina. Ma a parte ci, te la vedi davanti la tua vita tutta regolata?
Annuii. Certo che la vedevo.
Una vita rassicurante. Senza sorprese. Strapp un filo d'erba e prese a mordicchiarlo, ci pens un po' su, poi: E dimenticavo quelle tue abitudini tutte precise che mi hai raccontato prima... la motocicletta solo la domenica, gli amici il venerd, la zia... tutto preciso.
To', tra il vino e il civet gli avevo snocciolato anche i miei ritmi quotidiani.
E riprenderai tutte le tue abitudini precisine. E..., continu pensoso, ...riprenderete anche la vostra vita sessuale praticamente pari a zero, mi avevi detto cos, mi pare.
Ma certo, mi ero dilungato anche su questo imbarazzante argomento.
Non  che mi entusiasmi una vita del genere..., sospirai.
Allora fai un'altra scelta, Mark.
Sarebbe?, e intanto mi guardavo intorno, mi domandavo dove si fosse cacciato Black. Era un po' che non lo vedevo.
Un'altra vita, disse ancora Pietro, voltare pagina. Ricomincia da qui.
Sai, quello che mi sorprende  che non mi ero accorto che Susan fosse cos fondamentale per me, non avrei mai pensato di stare cos male senza di lei.
Ah cos?, si alz.
Che hai? Mi sembri irritato.
Stai ad aspettare un giorno dopo l'altro di tornare a quella vita? Auguri, si incammin verso il sentiero. E subito girandosi: Ma io ti dico: costruisciti anche un'altra scelta!, esclam con la forza di uno che ha deciso finalmente di dire la sua, senza peli sulla lingua. Decidi una vita di cui non sai niente in anticipo. Tutta da inventare. Tutta da scoprire. Niente di sicuro. Niente di preordinato o programmato. Una vita in cui devi lottare. Una vita difficile in cui vivi come un uomo, non come un pupazzo meccanico. Una vita che ti entusiasmi. Stando qui, in un luogo di cui non sai niente e in cui hai tutto da imparare, e riprese il cammino.
Ehi, aspetta!, lo seguii incespicando.
Che ne pensi?, disse, fermandosi.
Dico che Black  sparito.  un po' che non lo vedo... non possiamo mica andarcene.
Black?, come se gli avessi detto l'ultima cosa al mondo di un qualche interesse. Non si guard neanche intorno.
Ma s, non c' pi... non possiamo tornare senza il cane.
Se n' andato per i fatti suoi. E torner da solo, sbuffava, scocciato. Andiamo.
Ma scherzi? Siamo lontanissimi... gi non so come ha fatto ad arrivare fin qui.
Sono poco pi di venti chilometri. Black torna da solo, te lo dico io.
Impossibile, dobbiamo cercarlo.
Se lo trovi te lo carichi sulla moto? Chiami un'auto pubblica da Alba per riportarlo a casa?, mi stava sfottendo.
Dobbiamo cercarlo.
Cio, lo cercai io. Pietro non si mosse. Rimase seduto, paziente, sotto l'acero mentre io vagavo gi per il pendio, mi aggiravo tra gli alberi, chiamavo Black. Infine risalii e mi accasciai esausto, sudato fradicio.
Io vado, disse lui calmissimo. Avrei imparato in seguito che quella sua estrema calma voleva dire: mi girano le scatole. Io ci torno a piedi a casa. Tu se vuoi continua a cercare il cane.
Torni a piedi?
Senti, da queste parti una ventina di chilometri a piedi sono davvero una cavolata.
Vengo con te..., e mi alzai, ...vengo via anch'io, ma se poi non troviamo Black torno qui a cercarlo.
Lui si avvi senza commentare.
Tornammo insieme. In moto. Appena girai l'angolo per entrare nel cortile della cascina, Black ci venne incontro scodinzolando, scuotendo il testone, con l'aria compiaciuta di chi ha diritto a felicitazioni e medaglie.
Avevi ragione tu, sospirai levandomi il casco.
A me non interessa aver ragione, disse lui. Si sfil il casco e si pass una mano tra i capelli, fitti, grigi e a spazzola, zio Gregory avrebbe venduto l'anima per una chioma simile.
Pietro stava l e mi fissava come se aspettasse che gli dicessi qualcosa. Sapevo cosa. Cos dissi: Senti, ci devo pensare, infilai il casco nel bauletto della moto. Non so che cosa far, non lo so... insomma, grazie per il pranzo.  stato fantastico. Oggi  stato... sono stato..., per imbarazzo, non riuscii a dirgli che era stato un bel giorno ed ero stato molto bene. Ma lui cap: Certo, anche io.
Ci girammo a guardare Enea seduto al tavolo sotto i tigli, esattamente dove mi sedevo io di solito; stava leggendo il libro su Annibale che avevo lasciato l. Non alz la testa, come se non si fosse accorto del nostro arrivo.
Ce l'ha con me per via della fionda... te l'ha detto?
Me l'ha detto, s. Cose vostre, Pietro scroll le spalle. Non ci metto becco, cavatevela da soli.
Enea non alz la testa neppure quando mi sistemai di fronte a lui. Tenne il naso sul libro. Mi girai a guardare Black, che mi si era accucciato accanto e mi contemplava con i suoi umidi occhi miti, da cane buono. Ma intanto mi aveva fatto venire un accidente quando era sparito, non volevo neanche immaginare che cosa mi avrebbe detto Viola se fossi tornato senza il suo Black. Anche se non se ne occupava mai. Dalla finestra aperta della cucina, alle mie spalle, arriv la sua risata e quella di Nic che non avevo mai sentito cos su di giri. Andai sotto la finestra e urlai: Scusa Viola ma il cane ha mangiato?
Si affacci ridendo, spalle nude, forse anche il resto: Ma certo!, tub.  arrivato qui e gli ho dato la sua pappa, poi  sceso in cortile quando vi ha sentiti arrivare.
Tornai a sedermi sotto i tigli, davanti a Enea. Black dormiva o faceva finta, del resto con tutta la strada che si era fatto ne aveva anche diritto. Proprio in quel momento Nic si mise a suonare L ci darem la mano, un po' di violino e un po' di risatone di Viola. L ci darem la mano... tu mi dirai di s. Susan invece mi aveva detto ni. Altro che mano nella mano! Non riuscivo a smettere di rigirarmi nella mente le sue parole Lasciami del tempo, honey, una pausa di riflessione ma ti penso e mi manchi, I swear, tutto d'un fiato, con la voce di una che non  pi arrabbiata ma che, in compenso, con un sorriso da fossetta sulla guancia ti chiede di starle alla larga cos intanto lei decide. Ma s, certo, ogni tanto potevo telefonarle, questo l'aveva concesso. Magari anche mandarle qualche messaggio. Un tempo, ricord, sapevo farne anche di spiritosi. Ma guarda! Non ero stato a spiegarle che il cellulare del bisnonno era gi tanto se prendeva le telefonate.
Appoggiai i gomiti sul tavolo, sprofondai la faccia tra le mani. Soffrivo, accidenti! E non mi piaceva per niente continuare a sentirmi quel nodo doloroso nel petto. Ero travolto dalle mie emozioni, ecco. Mi ero reso conto che da quando ero arrivato nelle Langhe non riuscivo pi a fare il giochino dell'Antartide. Di notte, quando ero sveglio e mi piombava addosso quella spaventosa tristezza dicevo ma dai chi se ne fotte! Ma non riuscivo a congelarla e la tristezza era sempre l. Forse era il momento di starla a sentire.
Ma che fai?, sentii su di me gli occhi pungenti di Enea, piangi?
Ma va l... sabbia, voltai via la testa, mi passai la mano sul viso. Poi rimasi a guardare i prati, gli alberi, le colline che andavano su e gi all'orizzonte. Sembrava un mare con le sue onde. E io mi sentivo una barca che va, in bala delle onde, e che arriva proprio qui, sotto questi tigli.
Mi leggi tu?
Mi voltai. Enea stava spingendo il libro di storia verso di me.
Cosa?
Ho letto un po' di pagine, ma non sono bravo a leggere. Faccio fatica. Dai, leggimi tu, mi piace 'sta storia. Tanto non hai niente da fare.
Ho un sacco da fare. Sto pensando.
Dai, per favore..., diceva dai come il nonno. Dai.
Scusa, ma com' che sei diventato tutto latte e miele?, e siccome mi guardava disorientato, ...ma s, gentile. Ce l'avevi a morte con me, no?
Mah, non pi, rideva.  che adesso ho questa!. Tolse di tasca qualcosa. Una fionda. La rigir per mostrarmela ben bene. Splendida. Perfetta. L'ho rifatta. Pi bella di quella che ti sei tenuto.
Ma che bravo, richiusi con tanta forza il libro che Black salt su e si guard attorno, come avesse sentito un colpo di fucile.
Sono bravo a fare le fionde.
Mi resi conto che non avevo pi avuto a che fare con uno della sua et da quando io avevo quell'et. Da anni ero rinchiuso nel mondo degli adulti. Non avevo la pi pallida idea di come entrare in relazione con un ragazzino, e fino a quel momento non mi era mai interessato farlo.
Mi stesi sulla panca, scontento di me stesso. Infilai il libro di Annibale sotto la nuca a farmi da cuscino. Ero scontento non solo per via di Enea, era tutto il modo in cui mi stavo comportando dentro e fuori che non mi piaceva per niente. Non facevo altro che tormentarmi. I rami oscillavano, alti sopra di me. C'era un profumo mica male. Seppi poi che erano i fiori del tiglio a profumare cos. Io per ho voglia del profumo di Susan, pensai. Vado a Londra e la convinco. Non resto qui ad aspettare. Rimango finch Nic non finisce i concerti. Poi torno su. Con Dolly.
Girai la testa per guardare la moto. Sul sellino, al solito, il gattone bianco e nero stava comodamente disteso a dormire. Con Black sempre tra i piedi mi stava alla larga e mi dispiaceva.
Mi addormentai l sulla panca a met pomeriggio, portando con me nel sonno le parole di Susan, quelle di Pietro, il barolo, il coniglio in civet, il mio torcicuore, e anche Black che si era alzato per appoggiare su di me il suo muso caldo.
Quella sera fu Viola a preparare la cena, su nella casa dove abitavamo, cos non passammo la serata con la famiglia di Pietro dall'altra parte del cortile. Non era la prima volta che cucinava Viola, e ci sapeva fare. Quella sera prepar una montagna di insalata russa, tipica piemontese, ci ha detto mentre riempiva i piatti, poi ci sarebbe stato del brasato e il vino, come se piovesse, il paragone la faceva torcere dalle risa, secondo me perch con il vino ci avevano gi dato dentro.
Black se ne stava sotto la finestra aperta, al posto che si era scelto, tornava sempre a dormire esattamente l, anche lui era un abitudinario. Mi teneva d'occhio come per essere pronto a saltare in piedi se mi fossi alzato. Mi stava sempre appiccicato e questo a volte mi irritava.
Ma se non ci fossi io, sbottai infine e intanto prendevo altro brasato, squisito devo dire. Se non ci fossi io il cane non muoverebbe un passo. Ti comporti come se non fosse tuo, evitavo di guardarla, Viola aveva addosso un abito leggero. Non lo porti fuori mai.
E perch dovrei?, disse lei mangiando con appetito, mica devo badarci io al cane.
Gi, questo l'hai gi detto, non so come ho fatto a dimenticarlo, ironizzai.
Il cane  un regalo, disse Nic.
Cio?, lo guardai sorpreso.
Un regalo di Viola. Sua sorella ha questi labrador. Black  il pi eccezionale. E Nic euforico agit in aria la forchetta, come fosse un vessillo: Evviva i cani! Black in particolare!
Subito Black si mise a scodinzolare. Approvava.
S, ma che te ne fai di un cane, scusa? Non ti ci vedo a tornare a Londra con un cane, dissi io e intanto pensavo che se Nic voleva un cane, non erano affari miei. Ma quella sera avevo addosso uno spirito polemico. Forse vedere il loro rapporto gioioso mi metteva di cattivo umore, s, forse era proprio cos. Cos proseguii, antipatico: E non credere che mentre tu studi il violino te lo porter al parco... Io avr da fare. Oggi mi ha telefonato Susan, torno su, ha detto che le manco. Beh, per essere onesto la faccenda non era andata proprio cos, ma volevo che fosse cos e mi sentii un po' patetico.
E cos hai deciso di tornare su, disse Nic. Mi osservava e sembrava pi perplesso che stupito.
S, Nic, proseguii. Non posso rimanere qui a fare la muffa. Ma appena dissi muffa, successe che le parole di Pietro, quelle parole riguardo un'altra vita, una vita di cui non sai nulla, tutta da inventare, quelle precise parole mi tornarono in mente e rimasi a fissare il pezzetto di brasato rimasto nel piatto: mi si proiett davanti agli occhi la vita programmata che avrei vissuto con Susan, una vita che Pietro mi aveva descritto con tanta precisa crudelt.
Alzai lo sguardo, incontrando quello impensierito di Nic.
Che c', Mark?
Non lo so..., non riuscii a dire altro. Ero smarrito.
Noi usciamo,  una notte magnifica, vero Nic? E tu rigoverni. Le altre volte abbiamo fatto noi, stasera tocca a te.
Rigoverni?
Vuol dire sparecchi, lavi i piatti, li asciughi, metti a posto, spieg lei nervosamente. Black usc con loro e meno male, era ora. Dalla finestra aperta sulla notte mi arrivarono le loro voci, parlavano fitto, ridevano, poi i passi si allontanarono. Cercai di non invidiarli.
Rigoverno, va bene. Cos non avrei ruminato pi su niente; era proprio quello di cui avevo bisogno, vuotare la testa. Mi applicai a rigovernare perch io - c' da non credersi - non avevo mai lavato un piatto o sciacquato un bicchiere. C'era sempre stato qualcuno che lo aveva fatto al posto mio. Come Syrik, per ricordarne solo uno. Prima o poi gli telefono, anzi per un attimo pensai di chiamarlo e chiedergli come si lavano i piatti, poi per fortuna lasciai perdere. Ma intanto sparecchiavo, ammucchiavo tutto nel lavello, per rendermi conto che se il lavello  pieno zeppo non c' posto per lavare le stoviglie. Riportai tutto sul tavolo e studiai la situazione. Esaminai il detersivo, poi lo straccetto ruvido. Cominciai con una pentola incrostata.
Insomma, ci misi un secolo, ma ci riuscii. Alla perfezione, la mia pignoleria infatti non tard a riaffiorare. Scesi poi rapido le scale con la soddisfazione di chi ha portato a buon fine il proprio dovere.
Sedetti sotto i tigli, nell'oscurit rischiarata appena dal lampione in fondo al cortile. Nel grande silenzio si sentivano solo i grilli.
Come va?
Feci un salto. Era Pietro. Non mi ero accorto che era seduto nel punto pi buio, in fondo al tavolo. Allora l'odore che avevo sentito sedendomi era la sua pipa, un odore di tabacco, mica di tiglio.
Beh..., dissi dopo un po', ...tu per non hai cambiato vita. Non hai venduto la moto a cinquant'anni. Ce l'hai l e ci vai spesso, ti ho sentito. Ti  andato tutto a rotoli come mi hai detto, ma per ricominciare sei rimasto qui, dove avevi la tua vita di sempre.
Lui rimase un po' a succhiarsi la pipa. Era un'ombra nell'ombra ma quando cominci a parlare, forse per il fatto che eravamo cos al buio e solo noi due, provai un gran senso di intimit. Come se ci conoscessimo da sempre. Per la prima volta da quando ero arrivato non mi sentii solo.
Vedi..., disse Pietro, ...le cose non sono andate cos come dici. Per raccontartela tutta me ne sono andato da qui molto presto, a studiare al Conservatorio di Milano il flauto traverso. Volevo entrare in un'orchestra sinfonica, diventare solista. Avevo dei progetti. Per iniziare diventai insegnante proprio al Conservatorio. Poi incontrai Margherita, faceva la commessa in una gioielleria di lusso e ci sposammo in quattro e quattr'otto. Fece una pausa cos lunga che per un momento pensai che avesse finito, e io stavo l e non sapevo che cosa dire. A quanto avevo capito Margherita era stata l'addio al flauto traverso, al solista, all'orchestra sinfonica. Mica uno scherzo!
Sai com' andata, no? Te l'ho detto, riprese infine Pietro. Una sera mi d la bella notizia. Aveva gi preparato la valigia. Mi ha detto che con quell'altro era una fiammata, ha detto proprio cos, una fiammata, non l'ho dimenticata 'sta parola, una fiammata, ma che doveva viversela. Ha detto che tra noi era successo tutto troppo in fretta, che non avremmo dovuto sposarci.
Altra pausa, come se Pietro stesse valutando se vuotare del tutto il sacco. Infine si decise: Sai che cosa mi disse, anche? Di darle tempo. Testuale. Disse che aveva bisogno di tempo.
Darle tempo... come dire una pausa di riflessione, immagino, commentai acido.
Mi ero ridotto male dopo che mi aveva lasciato, ma proprio male. Sembravo un poveraccio, un po' come te adesso. Poi non so come sia successo, ma un giorno ho deciso che ne avevo abbastanza e che piantavo tutto. Mi sono detto: mi faccio un'altra vita. Una vita nuova di zecca. Ho preso il treno e sono tornato qui. Certo, avevo qui la famiglia, un vantaggio, ma calcola che ero andato via che ero un ragazzino e gli studi, la musica, me li ero guadagnati io sempre lavorando. A Milano trovi sempre lavoro, se vuoi. Ma sono tornato qui, dai miei, e ho chiesto a mio padre di insegnarmi a curare le vigne e tutto il resto. E ho ricominciato.
E la moto?
L'ho presa dopo sposato. Me l'ero proprio guadagnata. Invece di venderla a cinquant'anni, l'ho comperata a trenta.
Rimanemmo in silenzio. Sentii qualcosa vicino. Il rumore lo riconobbi subito. Le fusa. Il gattone bianco e nero. Accucciato vicino a me, ora che Black si era tolto dalle scatole, aveva finalmente via libera. Lo carezzai, e intanto ripensavo a com' la vita. Ti va male con una donna e cambi strada. A me non era andata cos. Io avevo cambiato strada per dare un taglio a un lavoro che non sopportavo pi chiss da quanto, un lavoro che mi inchiodava davanti allo schermo del computer. E solo dopo aver lasciato il lavoro le cose con Susan avevano cominciato ad andare male.
Margherita l'ho vista ancora una volta, Pietro si alz e venne a sedersi di fronte a me. Per il divorzio, quando abbiamo firmato, non fece commenti su che cosa avesse provato a rivederla.
Ma lei non ti aveva mai cercato, prima?
Una volta. Non ne ho voluto sapere.  rimasta con quello l, si  sposata. So che anche lei ha avuto dei figli.
Avrei voluto dirgli peccato per il flauto traverso, ma non lo dissi. Immagino che in qualche modo la cosa gli rodesse ancora. Lo sentivo suonare, spesso. Avevano fatto anche un concertino qui in cortile, lui e Nic, un duetto di Mozart, flauto e violino, era venuta un bel po' di gente.
Grattavo il gattone dietro le orecchie e intanto pensavo che, per quanto riguardava me, non c'era nulla per cui dire peccato, se avessimo deciso di lasciarci Susan e io. Mi chiesi che cosa avrei perduto cambiando vita, a quale sogno avrei dovuto rinunciare, come Pietro aveva rinunciato al suo. Niente. Mi sorprese non avere sogni. A parte Dolly, non avevo nessuna passione, niente arte, musica, pittura. Non c'era niente di cui non potevo fare a meno, qualcosa che era solo mia. Una cosa che ti alzi al mattino impaziente di farla.
Devi deciderti a decidere, disse Pietro svuotando la pipa sul bordo del tavolo. Uno si sceglie una strada. O a destra o a sinistra.
Eh s..., e non aggiunsi altro. Avevo la testa vuota. Ma no, ero io vuoto, uff!
Buonanotte, butt l Pietro e se ne and con l'aria di quello che non ha pi voglia di aspettare che dicessi qualcosa di sensato. Scusami, gli dissi invece mentalmente, uno non pu decidere in quattro e quattr'otto come hai fatto tu, e infatti il tuo matrimonio  stato rovinoso. Decidere se andare a destra o a sinistra non  mica facile, quando per trentacinque anni hai seguito sempre la stessa direzione.
Rimasi ad accarezzare il gatto sotto i tigli, poi lo salutai e me ne andai a letto a rimuginare sulla mia vita. Risalii fino ai giorni con il bisnonno, rividi quella volta in Cornovaglia, davanti al mare, quando si era messo in testa un berretto da nostromo, chiss perch e chiss dove l'aveva pescato, era il tramonto e mi aveva messo una mano sulla spalla, mi aveva scosso un po' come si fa per dare il via a qualcuno: Bisogna avere il coraggio di veleggiare, Mark, aveva detto sorridendo rassicurante. Io l'ho fatto. Prova a farlo anche tu. Non stare fermo all'ncora, apri le vele e vai, anche se il mare  agitato. Star fermo  la morte.
A proposito di morte, La morte e la fanciulla di Schubert fu il brano che Nic suon magnificamente qualche sera dopo, con altri tre musicisti: due violini, una viola e un violoncello. Non suonarono in piazza, ma in una specie di castello malconcio, tra filari infiniti di viti, molto suggestivo. Io seduto in fondo alla tanta gente tenevo l'inevitabile Black al guinzaglio. Avevo cercato di rifilare il cane a Viola, ma mi aveva risposto che lei aveva il posto in prima fila e che l non lo poteva tenere. Dal mio posto vedevo i musicisti su una specie di palchetto. Nic aveva indossato la sua camicia elegante da studio, il secondo violino era un tizio lungo, che avevo visto un paio di volte lavorare con Pietro nell'orto e che quando era passato vicino al tavolo dove stavo leggendo si era fermato per dirmi che leggere libri fa male e che l'unica cosa che bisogna leggere per pulire l'anima sono le note musicali. Disse proprio pulire l'anima.
Ascoltavo Schubert, un altro che non scherzava in quanto a torcicuore - anche quando si tratta di un allegretto - e pensavo che anche ascoltando musica e non solo leggendola uno pu ripulirsi l'anima. Io, che mi sentivo tutto ingarbugliato, ne sentivo il bisogno.
La persona davanti a me si spost e vidi che il terzo strumento, la viola, sembrava un fuscello tra le mani di una specie di Superman con due spalle cos. Passai al violoncello. Riconobbi solo dopo un attento esame chi lo stava suonando ed era, incredibile a dirsi, proprio Madame Bisbiglio. Non mi ero sbagliato, era lei. In jeans e maglietta. Sembrava non si pettinasse da giorni. Non so come mai mi fosse sembrata tanto carina quando l'avevo conosciuta, lei e la sua lingua velenosa. Ora doveva solo dire grazie allo strumento importante appoggiato alle ginocchia se ricordava uno di quegli angeli musicanti raffigurati nelle chiese barocche.
Certe volte mi chiedevo come potessi essere cos pungente, ma a quella ragazza non perdonavo di avermi preso in giro per via del cane. Rammollito e stupido, ecco come mi aveva definito. Nic mi ha detto un sacco di volte che sono permaloso.  vero.
Quella con il violoncello  una stronza, un sussurro all'orecchio. Enea mi si era seduto vicino. Proprio stronza.
Ma dai..., pensa un po', non ero l'unico a pensarlo, allora.
 la mia insegnante di musica a scuola, confid Enea, e si mise una mano a riparo della bocca perch nessuno lo sentisse se non io. Sai che fa? Tu sbagli una nota e lei ti rimprovera davanti a tutti. Ma di brutto. Da levarti la pelle. Sai quante delle mie compagne si mettono a piangere?
E voi maschi no?
Alcuni, ammise lui a malincuore. Non gli chiesi se anche lui.
Dopo un po' tir fuori la fionda e se la rigir tra le mani, saggiando la forza dell'elastico.
Allora la fionda?, gli sussurrai. La persona davanti a me si rigir con un dito sulle labbra. Black si alz e inizi a tirare il guinzaglio, cos Enea e io ci allontanammo verso il prato di fuori. C'erano un sacco di stelle.
Che cos' questo odore?, annusavo l'aria, era forte.
Menta. Questo cespuglio qui, stacc una foglia, la sbriciol e me la avvicin. Annusai. Buono. Non avevo mai badato davvero agli odori. A parte il famoso profumo di Susan, era come se per me il mondo non avesse odori, e forse, riflettei in quel momento, forse per me non aveva nemmeno un sacco di altre cose. Cio le aveva ma io non me ne ero mai accorto. Anche Black era a caccia di odori, aveva infilato il naso nel cespuglio e frugava in giro tirando il guinzaglio, cos ero costretto a seguirlo.
Allora, Enea, la fionda?
La fionda, dici?
Smetterai di usarla per spaventare i passeri?
Mugol qualcosa e con Schubert nelle orecchie restammo a guardare Black che cercava di individuare il punto migliore per i suoi bisognini.
Intanto Enea raccolse un sasso, arm la fionda, poi lo fece volare in aria, verso i prati.
Basta!, intanto faticavo a trattenere Black che voleva correre a riprendere il sasso.
S, la smetto, ma tu, signor Meo..., rise lui, ...mi aiuti a fare i compiti.
Signor Meo?
Ma s, io ti chiamo cos, signor Meo, non so come mi  venuto... d'accordo? I compiti! E mi insegni anche a usare il computer, a farci tutto. La nonna mi ha detto che ha saputo che tu sei un genio.
No!, sbuffai infastidito. Il computer no. Scordatelo. Ci mancherebbe! E avere come nickname signor Meo non mi piaceva per niente. Che idea! E poi io non resto qui. Tra poco me ne vado. Appena Nic ha finito, credo tra pochissimo... torno a Londra.
Ma no, esclam lui convinto. Il nonno dice che resti, dice che non andrai pi via. L'ho sentito dire alla nonna che non sei cos matto da tornare a Londra. Ha detto proprio cos.
Mi strinsi nelle spalle. Lasciai perdere e rientrammo nel castello, intanto il concerto era finito, la gente sciamava in giro e a un certo punto vedo che mi viene incontro proprio Margherita, alias Madame Bisbiglio, sottobraccio al violista. Punta decisa su di me che me ne stavo accanto a Enea.
Eccola, farfugli Enea.
Ma guarda chi si vede. Margherita, trionfante, non vedeva l'ora di dar la stura alla sua linguaccia e infatti: Eccolo il bel labrador nero che porta al guinzaglio l'amico di Nic.
Quell'inopportuno di Black tirava per avvicinarsi a lei e scodinzolava festoso. Io rimasi zitto.
E questo  il mio fidanzato. Margherita rivolse uno sguardo adorante a Superman che mi concesse un gelido sorrisetto poi: Amore..., le disse, ...andiamocene a bere un goccio, come se non avesse incontrato che uno sbiadito fantasma.
Sparirono sottobraccio tra la folla.
Stronza, eh?, comment Enea con l'aria del te lo avevo detto io. Anche con te  stata proprio stronza.
S, proprio.
Eppure a Madame Bisbiglio c'era da dirle grazie: non fosse stata lei al violoncello de La morte e la fanciulla, Enea non avrebbe avuto occasione di riversare nel segreto del mio orecchio le sue poco lusinghiere considerazioni sulla sua odiosa insegnante di musica, e non saremmo diventati quasi amici. Nonostante la faccenda della fionda mi riteneva uno dalla sua parte e questo mi fece piacere.
Anche Black mi riteneva dalla sua parte, anche quella notte mentre stavo per addormentarmi lo sentii zampettare nella stanza e con un tonfo stendersi accanto al mio letto. Il ritmo del suo respiro mi fece compagnia.
Poi ci furono altri due concerti e alcuni giorni di pioggia in cui imparai a distinguere l'odore di cane da quello di cane bagnato. Scorrazzava in giro e tornava fradicio. Un odoraccio che gli odiosi cani dei vicini di zia Daphne non si erano mai sognati di emanare. Quando dissi a Viola che il cane puzzava mi rispose gaia: Perch non dovrebbe?
Infine arriv un mattino di sole, cielo blu, colline limpidissime, aria trasparente che potevi contare le foglie sulle viti a chilometri di distanza, ad averci gli occhi.
Allora si parte?
Adesso, Pietro. Adesso. Stavo lustrando Dolly e controllando ogni millimetro della sua efficienza, perch io sarei tornato a Londra in moto, Nic in macchina con uno di qui, il violista lungo, purificatore d'anima e venditore di vini che aveva a Londra un punto d'appoggio, non era chiaro per quale delle due attivit.
Vai davvero?, Pietro, mani in tasca, faccia accigliata. Calmissimo. Segno che era incavolato nero. Non lo dava a vedere. Si era appoggiato nell'ombra del muro e mi osservava da sopra gli occhiali. Vai davvero?, ripet.
Beh, certo... ci siamo gi salutati e abbiamo anche brindato, no? A questo punto non potevo far altro che andarmene dalle Langhe dopo l'affollata cena della sera prima, la cena di congedo con tutta la famigliona al completo, con Viola scollatissima che aveva pianto due volte alzando il calice verso Nic, e tutti che ripetevano per tornerete, vero? Teresa, la seconda moglie di Pietro, quella che gli aveva fatto dimenticare Margherita o almeno ci aveva provato, era stata gentilissima con me, sospettai che Pietro le avesse raccontato tutte le mie faccende perch pi di una volta, riempiendomi il piatto, mi aveva detto: Sei sicuro di quel che fai?
Quella domanda me l'ero rivolta anch'io quando due sere prima avevo telefonato a Susan. Le avevo detto che sarei tornato a Londra e di comune accordo avevamo deciso che mi era concesso di sistemarmi di nuovo a casa, ma al piano di sopra dove c'era una stanza per gli ospiti accanto a quella dei domestici. Devi startene per conto tuo, aveva suggerito Susan, una voce quasi affettuosa che faceva ben sperare, ho diritto a proseguire il mio momento di riflessione, la mia pausa, non ho ancora deciso, ho bisogno di tempo, ma se vuoi stare qui non posso certo impedirtelo. Diciamo che non aveva fatto i salti di gioia. Fa niente. Io invece avevo una gran voglia di rivederla. Di rivederla e tutto il resto.
S, me ne vado, dissi finendo di tirare a lucido la moto.
Black continuava a girare intorno, avanti e indietro, mi veniva tra i piedi poi si allontanava, poi andava da Nic che stava caricando la macchina, poi scodinzolava intorno a Viola, e tornava da me.
Il cane  agitato, commentai.
Pietro non disse niente. Black finalmente sedette e mi fiss. Passandogli vicino gli carezzai il testone, era incredibile, adesso mi veniva quasi naturale carezzarlo. Mi segu mentre salivo in casa, mentre portavo gi la mia borsa da viaggio e la caricavo nel portabagagli della macchina del pulitore d'anima. Poi si accucci di nuovo e io mi guardai intorno. Vidi in fondo, steso sul tavolo sotto i tigli, il gattone bianco e nero. Ronfava placido. Non riteneva degno di nota tutto il casino della partenza, non si congedava, lui. Stava dormendo accanto a un libro rimasto aperto. Gi, il mio libro di storia su Annibale. L'avevo lasciato l e non andai a riprendermelo.
Black continuava a fissarmi, come se si aspettasse da me non so che riconoscimento, un dieci e lode minimo.
Black lo lasciamo qui.  assurdo che Nic se lo porti a Londra. Ieri sera era ancora incerto, poi... lo tieni tu, vero?
Lo tiene Pietro per un paio di giorni, intervenne Viola, passandomi vicino, poi viene a riprenderselo mia sorella. D'accordo, Pietro?
No, ma fa niente.
Viola non gli bad, raggiunse Nic che stava sistemando qualcosa nel bagagliaio. Estrassi il casco dal bauletto. Mi girai a guardare Black.
Sei pronto, Mark? Vienici dietro. Nic richiuse il bagagliaio con un tonfo secco.
Black continuava a fissarmi con quel suo modo profondo, concentrato, che cominciavo a conoscere e a capire.
Vado, Black, gli dissi sottovoce. Eh gi, gli stavo parlando. Proprio io. Mi venne vicino. Alz il muso. Mi fiss di nuovo. Beh, non sapr mai dire come accadde, ma sprofondai in quel suo sguardo che, lo intuivo, vedeva molto oltre rispetto a quanto io stesso riuscissi a vedere...
Ti muovi Mark? Nic si sporse dal finestrino, la macchina mi stava passando vicino per infilare il vialetto che portava alla strada.
Aspetta, e appoggiai il casco sul sellino della moto. Aspetta..., mi misi a correre dietro la macchina perch la vita precisa che mi aspettava a Londra mi aveva mostrato un me stesso che non mi piaceva per niente. Successe tutto in un attimo.
Aspetta, Nic..., urlai, fermati... di' al tipo che si fermi.
La macchina si ferm, aprii il bagagliaio, tirai gi la mia borsa. Nic era sceso a terra e mi era venuto vicino.
Io resto, dissi ansimando per la corsa. Ho cambiato idea. Resto qui.
Resti?
S.
Ma finalmente!, sbott lui. Mi sorrise. Risal in macchina. Sporse la mano in un cenno di saluto. Finalmente...
Fai buon viaggio, gridai e provai un sollievo di quelli che ti sembra di ricominciare a respirare. Buon viaggio, Nic.
Abbi cura di Black.
...
.
...
Capitolo Dieci.
...
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...
Perch non mangi?
Black in piedi, piantato sulle quattro zampe, annusava il cibo che gli avevo messo nella ciotola, al solito posto, in cucina. Poi alzava il muso e mi guardava. Si sedeva. Annusava. Puntava il muso verso di me che gli stavo di fronte con le mani sui fianchi in attesa che sua maest il principe consumasse il banchetto.
Niente da fare.
Allora?
Si lecc i baffi, anche se non ne capivo il motivo visto che non mangiava dal giorno prima. Continuava a fissarmi, come se io dovessi capire cosa voleva dirmi.
 quello che ti do sempre, gli spiegai cercando di non innervosirmi. Non  roba sospetta e sconosciuta, ormai mi ero arreso alla grande verit: con gli animali ci si parla anche se non rispondono. Che cosa c' che non va?, lo incalzavo, come se invece una risposta me l'aspettassi davvero. Perch non ti piace?
Black si limit ad annusare a lungo il cibo e a fissarmi con quei suoi grandi occhi miti ed espressivi, nei quali io, per, non riuscivo a leggere nulla.
Eppure era stato proprio a causa di quello sguardo che avevo scelto di restare. Ci eravamo fissati, occhi negli occhi, ed era stato un grande momento, ma era gi passato e nella notte, la prima che passavo l da solo dopo la partenza di Nic, pensai di avere fatto un grande errore. Avevo sognato di tornare a Londra, nella mia casa dove avevo vissuto tanti anni con Susan, dove, dalle quattro e mezza di mattina, stavo inchiodato davanti al computer. Ma era la mia vita.
Invece, ero rimasto nelle Langhe, dove, alle quattro e mezza del mattino potevo stare ad ascoltare gli uccelli che si inoltravano tra i rami dei tigli. Black russava sul tappeto accanto al mio letto e il mio unico pensiero era cosa avrei fatto della mia vita da quel momento in poi.
S,  stato fantastico quel tuo modo di guardarmi Black, ma adesso smettila di puntarmi gli occhi addosso. In silenzio poi. Uno pu anche irritarsi. Di' qualcosa.
Scodinzol.
Guaisci almeno.
Non gua.
Non so, abbaia.
Non abbai.
E va beh, dai.... Lo piantai l e scesi di corsa le scale. Raggiunsi il tavolo sotto i tigli dove avevo lasciato il cellulare. Telefonai a Viola.
Da quando non mangia pi?
Da ieri, confessai. Il primo giorno che siamo restati qui da soli ha mangiato normale, quello che mi avevi detto tu. Da ieri mattina gli metto nella ciotola il cibo, lui annusa e se ne va.
Scommetto che glielo lasci l. Credo bene che non lo mangia, tutto secco e magari con le mosche.
Viola, lo butto via. Gliene do ogni volta di nuovo.
Hai cambiato cibo? Gli animali sono abitudinari. Devi dargli quello che ti ho detto di dargli.
Infatti  quello che sto facendo. Sempre la stessa marca. Ne ho comperate proprio ieri una decina di scatole. Sono venuto a Alba, in quel negozio di animali che c' dietro...
Sicuro che sia uguale a quello del supermercato?
Certo,  la stessa marca.
Va bene. Se lo dici tu. Tanti baci, interruppe la comunicazione. Un istante dopo fu lei a richiamarmi: Scusa un attimo, ma in due giorni che sei da solo... mi hai chiamata otto volte per via del cane. Cerca di essere un po' meno ansioso. Tanti baci, un click e scomparve.
Mi accasciai sulla panca. Black era rimasto accanto alla porta di casa e mi fissava. Vicino a me il gattone bianco e nero dormiva placido con il muso nel casco della moto. L'avevo lasciato l dalla sera prima. Poca cura delle mie cose, avrebbe detto zia Daphne.  impensabile non riporre il casco al suo posto nel bauletto, io sempre preciso di solito, ma, in questi due giorni mi ero scoperto di una distrazione pazzesca, come se l'aver deciso di non tornare a Londra mi avesse svuotato la testa. Mi pareva di vagare a mezz'aria.
Carezzai il gatto. Si svegli. Si stiracchi, mi lanci un'occhiata come dire vuoi avere a che fare con i cani? To', eccoti servito. Ficc di nuovo il muso nel casco ma si mise a fare le fusa.
Andai a cercare Pietro nell'orto. A torso nudo sotto il sole, con un cappellaccio di paglia in testa, stava lavorando di vanga. A non sapere che veleggiava verso i settantacinque sembrava un ragazzo. Lui non aveva la pancia, io s. La tirai in dentro: era stata Viola a dirmi guarda che hai la pancia, tirala almeno in dentro quando cammini.
Sei venuto a dare una mano?, mi gett un'occhiata.
Ignorai la domanda: Black non mangia. Stavo controllando la mia pancia. In effetti se non la tiravo indentro si vedeva. Eccome se si vedeva.
Non ti farebbe male darmi una mano.
Domani magari ci vengo. Mi girai credendo di avere il cane accanto, ma non c'era. Non mi aveva seguito.
Black da ieri non mangia. E sparisce.
Quando avr fame manger. Dovresti smetterla per di dargli le scatolette che gli comperava Viola. Noi agli animali mica gli comperiamo le scatolette!
Non potresti occupartene tu? Io proprio non saprei da dove cominciare.
Smise di lavorare, si cav il cappello, lo appese sulla vanga piantata nel suolo e mi venne vicino.
No, si pass il polso sulla fronte sudata. Il cane  tuo e devi occupartene tu. Impara.
Non  mio,  di Nic. Mi sento doppiamente responsabile perch me lo ha affidato.  una responsabilit grossa. Non sono capace di occuparmi di un cane. Quindi me lo tengo io tutto il giorno, e anche la notte, ma se gli date da mangiare voi, aggiungiamo...
Aggiungiamo che cosa?
A quello che spendo qui per la casa, per la cena alla sera da voi, per il pranzo a mezzogiorno. A quella cifra ci aggiungiamo anche il cibo per il cane.
Mi consider un momento crollando la testa, come se gli avessi detto non so che assurdit. Poi: No, non funziona cos, si era anche messo a ridere. A cena la sera continua pure a venire da noi, si sta insieme,  importante stare tutti insieme. Ma per il resto da ora in poi devi fare da solo. Cane compreso. Te lo dir Teresa oggi quando vieni da noi a prendere il pranzo. Ancora oggi, poi fine. Abbiamo troppo da fare qui.
Capito, pensai. Questo significa andare a comperare da mangiare. Mai fatto. Imparare a fare da mangiare. Mai fatto. Rigovernare. Fatto una volta. E tutto il resto.
Non so fare il bucato e neanche spazzare..., e intanto mi guardavo intorno cercando Black. Credo che Nic si fosse messo d'accordo con una donna... ho sempre trovato la roba pulita.
Tu sei abituato a fare il signore.
Secondo me c' di meglio da fare.
 vero senz'altro anche questo, ma ti devi organizzare. Chiedi a Teresa.
Continuavo a girarmi in cerca di Black. Niente.
Scusa, eh... sto guardando se vedo Black. Se ne va sempre per i fatti suoi.
Mark, il cane devi seguirlo tu, devi andargli dietro.
Andiamoci piano, Pietro, con questa storia che  il cane che porta in giro me!
Ehi, non ti scaldare. Sto dicendo solo che Black conosce tutta questa terra che ci sta intorno..., fece un cenno verso l'orizzonte, ...conosce colline, vigneti, boschi, anche il fiume l in fondo molto meglio di te. A lui basta usare il fiuto per capire come stanno le cose.
D'accordo, ma Black sparisce. Prende su e sparisce. Non so dove diavolo vada. Guarda, anche adesso: prima mi stava appiccicato, quando c'erano Viola e Nic. Da quando sono qui da solo...
E tu occupati di lui, ci vuol tanto? Torn alla sua vanga, si cacci il cappello in testa ma si gir verso di me ancora un momento: Guarda che quello  un cane speciale, credimi. Un cane molto particolare...  un labrador nero, lui, come se dicesse  il cane per eccellenza, il re dei re dei cani in definitiva. Riprese a dar di vanga e mi accorsi solo in quel momento che i suoi due, di cani, erano in fondo all'orto. Come sentinelle, e lo tenevano d'occhio. Angeli custodi, li aveva definiti una volta Teresa. A me, a dire il vero, facevano un po' timore per non dire paura, perch quando mi avvicinavo a Pietro mi fissavano, come a mandarmi un messaggio: fai un passo falso e ti sbraniamo!
Black invece era diverso. Il suo sguardo non era mai minaccioso. Anzi, sembrava sempre contento. Ma in quel momento, quando mi resi conto che non lo trovavo, ebbi un moto di rabbia. O forse era preoccupazione? Black era affidato a me. Guai se gli fosse successo qualcosa. Nic, appena arrivato a Londra, mi aveva telefonato per ribadirmi di badare al cane, di trattarlo bene, di averne cura. Non la finiva pi.
Mi incamminai sul sentiero sterrato tra i prati poi tra le vigne, quello che porta alla provinciale, e ogni tanto - sentendomi un cretino, lo ammetto - gridavo a gran voce: Black..., quasi lagnoso nel silenzio fiancheggiato dai filari. Lo ripetevo per due, tre volte. Nessuna traccia del cane. Ero furente. Black..., continuai a chiamare, ma la bestiaccia non si faceva vedere. Mi chiedevo come si facesse a insegnare a un cane a obbedire a un fischio, cio tu fischi e il cane arriva subito. Fischiare  dignitoso. Urlare al nulla il nome del cane non lo .
Un tizio spunt tra le viti e mi disse qualcosa.
Non capisco...
Ti ho chiesto se cerchi un cane per caso, in italiano questa volta, non in dialetto. Se vai avanti, a destra, c' un cane nero che da ieri non fa che andare l. Prova, e si rituff tra i filari.
Il cane nero non poteva essere che Black. Arrivai davanti a quella cascina con l'affanno, perch mi ero messo a correre.
Infatti era Black.
Allora  suo, la donna sulla porta mi guardava con la mano tesa davanti alla fronte, per ripararsi dal sole. Simpatico il suo cane. Ho sentito che lo chiamava Black, allora  lui.
Black stava seduto accanto alla porta di ingresso, neanche fosse casa sua, e mi guardava calmo, come fosse pi che normale trovarsi l. Senza neanche sbattersi troppo a scodinzolare. Uno scodinzolamento fiacco e poco entusiasta. Grazie, Black. Tra l'altro la signora qui presente ha sentito benissimo che ti chiamavo ma tu no, immagino tu sia sordo o abbia da fare, vero? Lo pensai ma sono sicuro che Black cap perch smise di scodinzolare e abbass le orecchie, voltando via il muso. Cominciai a pensare che con gli animali, con un cane almeno, si pu comunicare anche telepaticamente.
Non  proprio il mio cane,  di un mio amico, ma fa lo stesso.
Non ci siamo mai visti..., mi esaminava, diffidente, come se mi stesse facendo la radiografia. Accost la porta dietro di s, sia mai che volessi rubarle in casa dopo aver sbirciato dalla fessura se ne valesse la pena.
Da circa un mese abito qui dietro, nella cascina di..., e feci il nome di Pietro. Sono un amico. Pu chiedere a lui, per dire che non ero il primo che passa.
Da un mese? E non  mai venuto da questa parte? Sono cinque minuti a piedi, incredula. Io ce ne avevo messo un bel po' pi di cinque minuti, veramente. Mi squadrava. In un mese non ha mai portato il suo cane a passeggiare sulla nostra bella collina?, continu scandalizzata.
Era vero, io me ne stavo sotto i tigli a leggere. Bello comodo. E lasciavo Black libero di scorrazzare dove voleva. Che altro avrei dovuto fare?
Lui  libero di andare dove vuole, farfugliai.
Faccia come crede, per deve dargli da mangiare al suo cane. Arriva qui affamato poverino. Arriva al mattino presto, stamattina albeggiava. Viene, mangia, va, poi torna. Si vede che lei non se ne occupa.
Black..., non potevo crederci!
Questo  un animale di cui nessuno ha cura. Tra l'altro  sporco. Lo lava? Lo spazzola? Non mi pare.
Black...
Era lui, il cane che mi aveva folgorato due giorni prima. Che mi aveva fatto capire che dovevo restare. Quello che fino a due giorni fa non mi mollava un secondo. Protettivo e affettuoso, s anche affettuoso. E che adesso andava in giro a far credere che lo affamavo e lo trascuravo.
Ma che cosa gli d lei da mangiare?
Che cosa vuole che gli dia? Un po' di pane secco. Lo bagno con l'acqua. E ci metto dentro una patata avanzata, tanto per condirlo.
Tanto per condirlo. Una patata vecchia.
Cotta, immagino, mormorai.
Ma certo...
Guardavo Black e pensavo a quanto costavano le dannate scatolette di cibo per cani formato gigante che avevo appena comperato. Sopraffino, c'era scritto sull'etichetta. Quelle che Black aveva divorato di gusto fino a due giorni prima.
Bene, Black, dissi e mi scapp un tono brusco. Andiamo a casa?
Per se lei non lo tratta un po' pi umanamente..., mi rimbecc la donna severa.
Vuole dire pi gentilmente?
Ma s, rispose irritata, come se fossi uno che non capisce niente, ma s... umanamente, capito? Poi: Aspetti un attimo, scomparve in casa, torn subito con un cartoccio. Qui dentro c' del pane secco, di grattugiato ce ne ho gi abbastanza, e il mio cane non lo mangia il pane secco.
E che cosa mangia il suo cane? Cos, tanto per saperlo...
Scatolette. Le compero al supermercato.
Ci crede che Black ne va matto?
No, e mi lanci un'occhiata di traverso, credo fosse certa che la stessi prendendo in giro. Entr in casa, si sporse: Guardi che chi non ha cura del proprio cane non ha cura nemmeno della gente, e richiuse la porta. Io ero rimasto l con il sacchetto di pane secco in mano e Black che mi guardava scodinzolando tutto contento. Sulla strada del ritorno lui correva festoso avanti e indietro, mi veniva vicino e scodinzolava, poi scattava via e poi tornava da me di corsa, con le orecchie al vento, allegrissimo. Tutto andava a gonfie vele, secondo lui, mentre io rimuginavo inquieto sull'oscura ragione che lo aveva spinto a mangiare pane secco dalla vicina piuttosto che il cibo sopraffino che io gli mettevo a disposizione.
Brutto traditore, gli dissi infine. Adesso ti sistemo io.
Spicc un salto gioioso come se gli avessi detto che era il cane migliore del mondo e and a rotolarsi nell'erba, entusiasta, torcendosi di qua e di l. Poi salt su sbruffando, si scosse sventagliando in giro terriccio e foglie secche, e trotterellando mi precedette, fermandosi ogni momento a vedere se lo seguivo.
 che tu ti fai i cavoli tuoi, spieg Pietro quando ci ritrovammo seduti al tavolo sotto i tigli, io con il piatto del pranzo che mi aveva dato Teresa, lui con una birra. Gli avevo raccontato la faccenda del pane secco, e lui: Non  che va solo a mangiare dalla Cristina, qui dietro. Lui se ne va a zonzo perch tu non te ne occupi. Sono due giorni che stai qui seduto a leggere...
Lo facevo anche prima della partenza di Nic, mi difesi.
Ma adesso siete voi due da soli. Tu e lui. Si aspetta corse e scorrazzate. Lui  un cane che ha bisogno di muoversi. Invece lo tratti come fosse un cane anziano. E allora lui se ne va in giro per conto suo e quando passa da Cristina lei gli d da mangiare e lui mangia.
Ma qui non mangia...
Perch dovrebbe? Ha gi mangiato di l.
Eh gi. Pane secco condito con patata lessata. Adesso lo sistemo io: stasera pane secco e acqua, e basta.
Ma sei matto? Non si fanno ripicche agli animali. Al cane, poi. Non si fanno in genere a nessuno. Ma che ti viene in mente?
Giusto. C'era da vergognarsi. Mi sgonfiai subito e rimasi l accasciato e confuso.
Black ha voluto semplicemente dirti che non ti stai occupando di lui. E te l'ha detto smettendo di mangiare
Seduto accanto a me Black mi teneva d'occhio. Stava ascoltando attentamente la conversazione, ci avrei giurato. Scodinzolava amichevole. Con un pezzo di pane stavo ripulendo il piatto che mi aveva dato Teresa per pranzo - pollo alla cacciatora e una montagna di patate - gli offrii quel boccone succulento: Black... dai, e lui, con una delicatezza che mi sorprese, me lo tolse di mano senza sfiorarmi con le zanne e se lo mangi.
Lo vedi come fa?, Pietro si alz, con te  amorevole. Sii meno rigido, Mark. E poi, ti sei mai chiesto chi  Black? Voglio dire chi  l'essere vivente che hai davanti? Vivente, come..., si guard intorno, punt il dito verso l'alto,
...come questi due tigli, te lo sei mai chiesto?, e fu qui che seppi il nome di questi due alberi. Anche di loro ti sei mai chiesto chi sono, come sono fatti?, tir su la birra vuota Secondo me devi imparare a guardarti intorno, Mark. Devi rimuginare di meno e guardare di pi fuori, intorno a te.
Lo seguii con lo sguardo mentre si allontanava, con quel suo passo elastico e baldanzoso. Eccolo l, un'altra guida spirituale, pensai con una certa autocommiserazione: il bisnonno, Nic e ora questo saggio delle Langhe. In tutto fa tre, tre impegnati a indicarmi la luce. E io che stavo facendo?
Dai, Mark..., mi rimproverai subito ad alta voce, sai benissimo che hanno ragione. E fortuna che c' uno come Pietro..., e con altro sguardo, direi uno sguardo riconoscente, osservai Pietro che si stava dirigendo verso l'orto. I suoi due cani, vigili, gli andarono incontro, lo fiancheggiarono, lo accompagnarono con una solennit che, lo ammetto a malincuore, a Black mancava completamente.
Allora?, mi alzai, fai anche tu come loro?
Mi venne vicino scuotendo la testa come a dirmi che ero un mattacchione, che lui non sarebbe mai stato come quei cani sentinella, che lui era ben altro.
Ma s, tu non hai nessun bisogno di essere solenne, e mi sporsi verso di lui, lo fissai negli occhi: Ma tu che tipo di cane sei? Che cosa vuol dire essere un cane? Oh, scusa... un labrador!
Si lecc i baffi. Ecco, ad avere un cane come lui c'era da leccarsi i baffi. Chiaro.
Hai ragione, mi alzai e lui subito zampett verso il fondo del cortile e si volt a guardarmi. Mi precedeva. Sapeva benissimo, non so come, che stavo andando da Teresa per restituirle piatto e bicchiere e bottiglia di birra vuota. Mentre lei e io ci fermammo a parlare sulla porta di casa, rimase seduto vicino a me e mi sembr che rizzasse le orecchie quando mi sent dire: Voglio dargli da mangiare quello che date voi ai vostri cani, non voglio pi dargli scatolette.
Trovai Pietro in magazzino, stava trafficando con la sua moto Guzzi Airone, bella devo dire. Gli chiesi il furgoncino per andare ad Alba. Un'oretta, vado e torno, devo prendere un po' di roba, tua moglie mi ha fatto l'elenco di che cosa comperare; quello che mi serve per cavarmela qui, insomma, e anche per il cane, mi ha spiegato tutto.
Pietro non aveva una macchina, aveva il furgoncino e ne era gelosissimo. Perch non ci vai in moto? Metti la roba nel bauletto.
Voglio portare con me Black. Se vado in moto devo lasciarlo qui.
Sicuro che lo vuoi portare? Si mostr dubbioso, ma stacc da un chiodo le chiavi e me le lanci. Dietro casa. Al solito posto.
Appena aprii la portiera Black salt nel furgoncino come se non avesse fatto altro dalla nascita e subito si sistem sul sedile accanto al guidatore con la sicurezza di chi si installa al posto che gli  stato riservato.
Ci manca che ti metta la cintura..., lo guardai stupito e infilai lo sterrato che portava alla provinciale. Fermai nel cortile della casa dove avevo trovato Black al mattino. La casa di Cristina.
Andiamo a mangiare pane secco e patata? Vuoi?, mi rivolsi a Black. Fece finta di non aver sentito, continu a guardare diritto davanti a s. Come fosse sordo. E non si mosse dal suo posto.
Dai, lascia perdere... vengo subito, saltai gi. Cristina usc di casa, questa volta tutta sorridente. Mi accorsi solo in quel momento che era giovane, e aveva un'aria simpatica. Al mattino non ci avevo fatto caso, era come se la vedessi per la prima volta.
Quando ho visto il furgoncino credevo fosse Pietro...
Le ho portato questo, depositai il pacco accanto all'ingresso. Le scatolette di cibo per cani. Black non le mangia. Gli far da mangiare come fa Teresa con i cani di Pietro.
Ah, quelli..., rise e mi accorsi che aveva una fossetta su una guancia. Dall'altra parte, non come Susan. Incredibile che Susan non avesse il monopolio delle fossette sulla guancia.
Ride, perch?, mi limitai a dirle ride, non le dissi carina quella fossetta sulla guancia. Non mi interessava farle sapere che l'avevo notata.
Fa ridere che trattino i cani come fossero di chiss che razza rara, stava dicendo intanto lei. Ma non mi riguarda. Lei piuttosto,  l'inglese vero? Me l'avevano detto che Pietro ospita un inglese. Si sente dalla pronuncia che  inglese.
Davvero?, ma figurati, pensai seccato, ero sicuro di non avere inflessioni. Strano, mia madre  italiana e l'italiano  la prima lingua che ho imparato. Prima dell'inglese, ma guarda che scemo, andavo anche a dare spiegazioni.
Lei quindi  Mark, e senza aspettare risposta, che cosa mi ha portato? Ah gi, ecco, le scatolette per il cane, si chin, controll la marca, approv. Si raddrizz, si volt verso di me. Sorriso e fossetta. Grazie.
Dovere, borbottai e me la filai nel furgoncino.
Faccio fatica, sai?, dissi a Black che osservava con interesse il panorama. Qui bisogna tenere la guida a destra, io sono abituato a sinistra, spero di non fare casini, e mi venne da ridere perch Black appoggi subito una zampa sul parabrezza come se prevedesse un botto e volesse evitare di andare a sbattere. Invece me la cavai al meglio, anche nell'affollata Alba, e anche con il parcheggio.
Per non ho il guinzaglio, porca miseria. Come facciamo adesso?, mi girai a guardare Black. O aspetti in macchina o mi stai appiccicato, aprii la portiera e scesi. E me lo ritrovai gi a terra, di fronte, era sceso come un fulmine insieme a me. Ok, Black. Mi cammin vicino, vicinissimo. Nei negozi che mi servivano per le mie spese era vietato l'ingresso ai cani, ma ogni volta attese fuori educatamente seduto e tenendomi d'occhio. Cos scelsi solo negozi piccoli, in cui lui potesse vedermi, evitando il supermercato. Comperavo quello che mi serviva e mi giravo ogni momento a guardarlo e lui era l a fissarmi.
Che tenerezza il suo cane, mi disse incantata una signora quando uscii dalla panetteria, non le stacca gli occhi di dosso e aspetta buono buono. Deve essere una compagnia meravigliosa, vero? Beato lei che ha un cane cos, mio marito ha uno di quei cani da combattimento, che abbaia in continuazione...
S, questo cane  proprio..., lo guardai e non riuscivo a definirlo, era sempre a un millimetro da me. Ci infilammo rapidi nel furgoncino. Intanto pensavo che per una cosa la signora del cane da combattimento aveva ragione: Black sapeva di tenerezza. Che parola: tenerezza! La uso poco, e mi viene da usarla per lui, incredibile.
Salii in casa con tutta la spesa e quando entrai in cucina, con Black alle calcagna, mi fermai sulla porta. Non sapevo dove appoggiare la roba.
Com' che me ne accorgo solo adesso che qui dentro  un disastro? Il tavolo era invaso dai piatti sporchi e dalla tazza della colazione, il lavandino era sommerso di altre cose da lavare, c'erano in giro cartocci, lattine di birra e non so che altro. In due giorni ho ridotto la casa a un cesso. Depositai sul pavimento tutto quello che avevo comperato e: Dai, Black, ora mettiamo a posto... e per fortuna domani viene la donna di cui mi ha parlato Teresa a pulire e a prendere le mie cose da lavare... ma qui sistemo tutto io adesso.
No, non ci stava per niente. Era sulla soglia. Mi guardava scodinzolando. Appena feci un passo schizz verso le scale. Poi torn per vedere se lo seguivo. Poi di nuovo punt alle scale. Anche un idiota si sarebbe reso conto che Black aveva voglia di uscire.
Va bene, qui pulisco dopo..., avevo deciso di essere condiscendente. Scesi in cortile. Stiamo qui fuori. Ora devo telefonare a Susan. Incredibile che non le avessi ancora telefonato per dirle che avevo deciso di rimanere nelle Langhe. Le telefono e tu intanto corri qui in giro, senza aver ancora imparato che una frase come intanto corri qui in giro non ha senso con un cane come Black!
Posai il cellulare sul tavolo e quando vidi sulla panca il gattone bianco e nero addormentato nel mio casco, con un improvviso bisogno di far ordine, glielo tolsi di sotto il muso e andai a metterlo al suo posto, nel bauletto della motocicletta. Quando tornai al tavolo per prendere il cellulare e telefonare a Susan... beh, il cellulare non c'era pi.
Ma..., mi guardai intorno.
Era tra le fauci di Black. Sporgeva quel tanto che bastava a capire che quello era il mio cellulare. Anzi il cellulare del bisnonno! L'aveva arraffato lui e mi fissava scodinzolando, felice per quel divertentissimo gioco.
Che cosa ti  venuto in mente? Me lo sbavi tutto, che schifo. Dammelo subito.
Scodinzol pi forte e si allontan.
Ehi, molla..., mi avvicinai per toglierglielo, Questo non  per te.
Un attimo prima che riuscissi a toccarlo, scapp via. Di qualche metro ma scapp proprio, non mi riusc di acchiapparlo. Si ferm subito. Mi avvicinai di nuovo, di nuovo tesi la mano per riprendermi il cellulare e lui scapp di nuovo, un po' pi in l questa volta.
Black, piantala!
Imbocc il sentiero che scendeva verso i prati. E io dietro, imprecando, chiamandolo, cercando di dare autorevolezza al mio tono. Non mi ascoltava, anzi, ancora con il mio cellulare in bocca inizi a correre.
Io lo seguii, non andava veloce, con uno scatto sarei riuscito a raggiungerlo ma all'ultimo momento accelerava e mi distanziava di nuovo. Lui correva e io correvo con lui e pensavo che forse non correvo in quel modo da anni, forse da quella volta nella radura in Cornovaglia, con il nonno che mi dava il via, io che correvo come se volassi e lui che teneva i tempi. E quando a un certo punto mi buttai nell'erba vicino a lui con il fiatone, mi disse che l'uomo preistorico era abituato a correre per raggiungere le prede: Se non correvi non mangiavi. Correre  un rito, gli di ti corrono al fianco attraverso le foreste, da un albero all'altro, per raggiungere la vita... Continua a correre anche quando non ci sar pi io a tenerti i tempi, corri anche se non hai nessuno che te li tiene... ma corri, Mark. E invece da quando era morto non avevo pi corso. Avevo undici anni.
Questo ricordo mi pass per la mente, in un lampo, mentre correvo nella luce del tramonto che tagliava obliqua attraverso gli alberi; con le poiane, i merli e altri uccelli che facevano un chiasso pazzesco tra le fronde. E poi il silenzio che inseguiva il rumore dei miei passi. Mi piegai di colpo in avanti appoggiandomi con le mani sulle ginocchia, a braccia tese, fermo immobile ad ansimare dalla fatica, i polmoni che mi scoppiavano, il cuore che mi batteva nella gola o mi stava forse schizzando fuori dal petto.
Ora muoio..., annaspavo, cercavo disperatamente aria, ...muoio..., e Black, quel furfante, torn vicino a me, si sedette, il cellulare ancora tra le fauci, e mi osserv per qualche istante. Poi con un gesto cerimonioso deposit il cellulare ai miei piedi, tutto sbavato. Se mi avesse detto dai che te lo sei guadagnato non mi sarei stupito.
Raccolsi il cellulare e mi raddrizzai. Lui lasci penzolare la lingua, sembrava divertito. Asciugai il cellulare sui pantaloni. Gli uccelli continuavano a cantare. Pietro mi aveva detto che quelli sono i canti del tramonto, prima di andare a dormire. Il respiro mi stava tornando normale. Il cuore si stava placando. La maglia mi si era incollata addosso. Sudore. E anche stordimento.
Dai, torniamo a casa, mi incamminai. Lento. Stupito di quello che era successo, di quello che avevo fatto. Con una strana euforia addosso.
Arrivati sotto i tigli, mi lasciai andare sulla panca, appoggiando i gomiti al tavolo e restai l, stanco morto, con il mento sulle mani. Black beveva rumorosamente dalla ciotola d'acqua che gli avevo messo accanto alla porta di casa. Dal fondo del cortile, dove viveva Pietro con tutti gli altri, mi arrivava una musica, flauto traverso, Bach, Pietro stava suonando. Poi voci, qualche risata. Voci di gente che chiacchiera, che sta insieme, che si conosce. Tra un po' sarei andato l a cena e mi sarei seduto anch'io alla grande tavola, tra tutti gli altri.
Avevo sete ma l'idea di farmi le scale per salire in cucina mi uccideva. Quella corsa mi aveva steso. Cos controllai che il cellulare funzionasse. Funzionava. Feci il numero di Susan con una certa emozione. Rispose con tono distaccato e immediatamente chiese che cosa fosse il fracasso che si sentiva.
Sono i passeri, che vanno e vengono qui nell'albero. Sono seduto proprio sotto.
Ma dove sei, scusa? Non ho capito...
Non sono partito. Sono nel cortile della casa dove abito adesso e ci sono gli alberi. Sono rimasto qui nelle Langhe. Rimango qui.
Cio, fammi capire, il tuo amico Levin  partito e tu sei rimasto l?
S.
Da solo?
Ma certo, da solo.
A fare cosa?
Beh, a starci.
No, sorry. A starci non  una risposta, honey. Non eravamo d'accordo che saresti partito?
In effetti s, e mi massaggiavo il polpaccio sinistro, avevo qualcosa, un crampo.
E perch sei rimasto, allora?
Non lo so, Susan, so solo che avevo bisogno di stare qui ancora un po'.
Eravamo d'accordo che saresti tornato, il suo tono era irritato ma io ci lessi anche delusione e pensai che forse avevo sbagliato a restare. Non sapevo proprio che altro dirle, mi sentivo in colpa, mi stavo facendo i fatti miei invece di preoccuparmi di lei, proprio come era accaduto quando avevo mandato all'aria il mio lavoro senza dirglielo prima.
Susan..., mi alzai e subito sentii una fitta a una caviglia, scusa Susan, ma nella tua pausa di riflessione...
No, eh! Adesso non buttarmi tutto sulle spalle. Per hai ragione,  vero. Ci sto pensando. Devo decidere. Decidere di te e di me. Tu intanto fai pure come ti pare e scusa ma adesso devo scappare, ho una cena aziendale.
Solo quando fui sotto la doccia riuscii a non pensare pi a Susan e all'amaro che mi aveva lasciato in bocca. Pensavo all'esperienza del pomeriggio. Ripensai alla lunga corsa, Black davanti e io dietro. Sotto il getto caldo mi accorgevo in qualche modo che la corsa mi era rimasta in ogni fibra dei muscoli; nel cuore, nei polmoni, sentivo ancora il battito dei miei piedi sul terreno: Black davanti che mi faceva correre, che mi faceva rendere conto del mio corpo, che era strano da dire, ma era cos. E io dietro a lui con una tenacia nel fare quella faticaccia di cui non mi sarei creduto capace. Eppure era stata solo una breve corsa.
Sotto la doccia mi stiracchiai, congratulandomi con me stesso. La sensazione fisica che stavo provando era nuova, diversa.
Una sensazione piacevole, dissi a Black quando entrai in cucina mentre mi asciugavo, lui era disteso come al solito sotto la finestra.
Mark..., qualcuno mi chiam da fuori, ...a cena. Oggi si mangia prima. La nonna dice di sbrigarti, era una delle nipoti di Teresa, non so quale.
Arrivo, gridai senza affacciarmi, ero nudo. E subito: Black, ma tu che cosa mangi adesso? Avevo regalato tutte le scatolette a Cristina e non avevo ancora fatto quel pastone per cani che mi aveva suggerito Teresa. Avevo solo gli ingredienti, carne e quell'altra roba. Come facciamo? Non faccio in tempo a prepararti da mangiare.
Poi mi accorsi che i pacchi della spesa che avevo lasciato sul pavimento erano tutti scombinati, sottosopra, gli involti aperti, il pane sparso in giro, la carta sbranata. E del grosso pacco del macellaio con la carne di scarto che avevo comperato per Black e che andava suddivisa e mescolata giorno per giorno a non so che cosa, di cui per avevo comperato un sacco da cinque chili, non ne era rimasta neanche una briciola.
Bravo Black.
Scodinzol.
Sazio, eh?
Si alz e mi venne vicino, dondolando il testone come faceva lui che sembrava mi dicesse: ma dai, che ridere!
Non aveva senso sgridarlo, mi pare, e poi non avevo idea di come si sgridi un cane. Mi vestii in fretta e mentre attraversavo il cortile e stava gi scendendo l'oscurit, ripensai a Susan e mi convinsi sempre di pi che con quel tono aveva voluto farmi capire che le dispiaceva che non fossi tornato. Lei era fatta anche cos, le aspettative deluse la mandavano fuori dai gangheri. Anche a me dispiaceva di non essere a Londra, stare con lei, ma poi mi ritrovai a osservare la striscia color fuoco che a occidente bordeggiava le colline, ultimi rimasugli della giornata di sole. E mi immaginai Susan, a migliaia di chilometri da me, nel suo abito color sirena, sorriso, fossetta, e intorno a lei tanta gente che conta. E il suo CEO.
Ti muovi Mark?
Mi affrettai ben contento verso la grande casa dove mi attendevano.
Quando raccontai del furto di Black non furono poche le donne presenti che mi chiesero perch avessi lasciato la spesa sul pavimento invece di mettere subito la carne nel frigo, come andava fatto, e il resto sul tavolo dove, si presume, Black non sarebbe salito. Insistettero nel rimprovero.
Prenditi il furgoncino domani e torna a comperare altra carne, Pietro mi riemp il bicchiere, rosso granato, un ottimo barolo anche quello che si beveva in casa. Black ha finalmente mangiato, si  preso quello di cui aveva bisogno.
Per i nostri cani non rubano, rimbecc Teresa.
E tra i presenti, figli, figlie e figli dei figli, cognati, generi, nuore, padri e madri, zie e zii - quanto a legami di parentela l dentro c'era di tutto - si scaten una discussione sulla tendenza o no dei cani a rubacchiare cibo in casa e su come andassero educati e su come si poteva educare Black.
La prossima volta che ruba prendi un giornale, lo arrotoli e glielo dai sul groppone. Vedrai che lui capisce.
Non sarei mai capace di picchiare Black, assicurai e mi voltai a guardarlo, lo vedevo dalla porta di casa aperta, vedevo la sua sagoma scura, disteso quasi sulla soglia. In attesa.
Ma quello non  picchiare, disse una delle nuore di Pietro e per la precisione la madre di Enea.  come dare qualche schiaffetto come si fa con un figlio, vero?, e si rivolse a Enea che se ne stava a testa bassa con un muso lungo perch gli avevano tolto il cellulare.
Enea perde un sacco di tempo con i giochini invece di studiare, mi inform una delle due ragazze che mi sedevano davanti e che ogni tanto mi lanciavano occhiatine e ridevano parlottando fitto fitto tra loro.
Le guardai sorridendo e con un'espressione interrogativa.
Lo sai che assomigli a qualcuno?, mi chiese all'improvviso una delle nipoti di Pietro.
Temo di sapere che cosa mi stai per dire.
Allora lo sai gi che sei preciso identico a Matthew McConaughey, quello di The Wolf of Wall Street, continu.
Secondo me sei anche meglio, l'altra le diede una gomitata per zittirla e io sorrisi alla loro ingenuit.
Ragazze..., Teresa le richiam, ...smettete di spettegolare, aiutate a sparecchiare e portate la torta di mele. Aiuta anche tu Enea.
The Wolf, era tanto che nessuno mi chiamava cos, sentii un brivido lungo la schiena e mi alzai per dare una mano anch'io. Portai di l una pila di piatti e poi per mangiare la torta di mele presi la mia sedia e andai a mettermi accanto a Enea che stava in fondo alla tavolata e non cedeva di un millimetro il suo muso lungo.
Se vuoi domani ti leggo Annibale.
Sai che spasso.
Oppure facciamo una gara con la fionda.
Ho un sacco di compiti.
Ti do una mano.
Se vuoi darmi una mano vai dalla nonna e dille di rendermi il cellulare. Lo fai?
Ciao Enea, fu la mia risposta. Mi alzai e salutai tutti.
Mi accolse un cielo luminoso, le stelle sembravano vicinissime, immense, pi splendenti che mai. Si sentiva un richiamo arrivare da qualche parte del bosco, gli uccelli notturni, civette o che ne so. Black mi zampettava vicino. Mi accorgevo anche del rumore del vento tra i rami dei tigli, un fruscio speciale, invitava a fermarti e a tendere l'orecchio. Ad ascoltare, insomma. Mi accorgevo anche che mi facevano male le gambe e pure i piedi. E ricordai la corsa.
Abbiamo fatto una bella corsetta, eh Black? Lui scodinzol con energia. Sembrava approvasse.
A casa mi lasciai cadere sul letto nella stanza buia e con la finestra aperta sul cielo.
Sentivo il respiro di Black, ai piedi del letto.
Bravo Black, gli dissi e ogni briciola delle mie membra ancora frizzava per la corsa. Sei stato in gamba oggi a farti inseguire.
Come non vedessi l'ora di riprovarci.
...
.
...
Capitolo Undici.
...
.
...
Sei sveglio?
Sono sveglio. Ma che ore sono? Quando avevo sentito squillare il cellulare ero uscito dal sonno faticosamente, io che una volta alle quattro e mezzo saltavo su come un grillo. Era ancora buio. Scendendo dal letto avevo sentito i muscoli delle gambe rigidi e doloranti. A tentoni ero arrivato al tavolo in cucina, dove lasciavo il cellulare.
Individuai una sedia. Black mi aveva seguito, lo sentivo zampettare intorno.
 prestissimo. Sto per partire, ho un convegno a Oxford. Scusami per ieri, sono stata poco gradevole.
Non ti preoccupare, e intanto stendevo una gamba davanti a me e sentivo il muscolo guizzare.
Mi  dispiaciuto che tu abbia deciso di rimanere in Italia. Non penso che sia una grande idea continuare a rimanere laggi. Ormai la tua vacanza l'hai fatta.
Volevo sapere..., provai a stendere anche l'altra gamba, stesso indolenzimento, e intanto vedevo schiarirsi il cielo oltre la finestra aperta, tu come stai?
Pensa un po', ho incontrato quelli della tua agenzia. Ex agenzia. Lui, quello grasso, non ricordo mai come si chiama, ed Ermione che mi  proprio simpatica con la sua aggressivenes da extraterrestre. E sai che cosa mi hanno detto? Hanno capito che non ti sei messo a fare loro concorrenza. Ormai lo sanno tutti che hai piantato in asso tutto e te ne sei andato in Italia a far niente. Mi hanno incaricato di dirti che se vuoi, in qualsiasi momento, puoi tornare a lavorare in agenzia. Ti aspettano a braccia aperte. Ermione mi ha detto che ti ha telefonato tante volte ma che non hai mai risposto.
Non credo che tu abbia dimenticato che hai mandato in pezzi sia il mio cellulare che il mio computer.
A Ermione non ho dato il tuo nuovo numero. Ho fatto bene, ritengo, la sentii soffiare, stava fumando, ti saluto, honey, sono pronta. Vedo che sono venuti a prendermi, e con un ci sentiamo interruppe la comunicazione. Me la vidi davanti agli occhi nel suo impeccabile trench color amaranto - l'eletto per gli incontri di spessore - salire sulla macchina dell'esimio CEO.
Oh, goodness...
Incontrai lo sguardo di Black che si era disteso sotto la finestra al suo abituale posto. Nella luce dell'alba i suoi grandi occhi bruni mi osservavano amorevoli, per usare un'espressione di Pietro. Eh s, gli dissi mentalmente, Susan e io parliamo cos: ognuno dei due dice la sua ma non risponde all'altro.
Mi alzai, ero tutto indolenzito: la corsa a perdifiato del giorno prima mi aveva ridotto a un pupazzo rigido.
O forse..., dissi a Black mentre arrancavo verso la finestra, ...forse lo ero prima un pupazzo rigido e adesso  accaduto qualche cosa. Di certo una cosa era accaduta: mi stavo accorgendo di avere un corpo fatto di membra, muscoli, ossa, nervi, tendini. Me ne accorgo perch mi fanno male, gemetti appoggiandomi al davanzale. Adesso il buio se ne andava ed ecco apparire i tigli, i prati e i filari di viti che risalivano lungo le colline, l'ondulato orizzonte e il cielo che si schiariva sempre di pi. L'aria era fresca. Black si rizz sulle zampe posteriori e si agganci al davanzale. Si affacciava anche lui a guardar fuori, al mio fianco.
Ascoltammo il pigolio degli uccelli diventare ben presto un cinguettio da sinfonia, svolazzavano fuori dai loro rifugi notturni, sorvolavano il cortile, venivano a posarsi sul tetto sopra di noi, per poi tornare a schiere tra le fronde dei tigli. Ma guarda, dissi a Black, chi l'avrebbe detto che all'alba c'era un simile via vai. Rimasi un po' al davanzale e poi andai a vestirmi, mi interessava troppo il mondo in cui mi trovavo a vivere per tornare a dormire.
Poi, in cucina: No..., dissi a Black che mi seguiva passo passo, tutta questa montagna di stoviglie da lavare la sistemiamo dopo, ora andiamocene in paese a berci un caff, e mentre scendevo le scale sentivo i muscoli delle gambe stridere a ogni passo. Non ci fossi tu prenderei la moto, ma spero di arrivarci anche a piedi.
Ci arrivai. Non era vicino il paese, camminando sentivo i muscoli sciogliersi poco per volta e mi sembr di muovermi meglio, magari il mio passo, pensai, sarebbe diventato agile e baldanzoso come quello di Pietro.
Ah, sei quello che vive da Pietro, mi disse il barista che non avevo mai visto prima ma che mi sorrideva come fosse entusiasta di avermi finalmente al suo banco. Mi fece uno di quei caff straordinari che trovi in Italia, stai nella cascina qui dietro, sei comodo per venire qui da me. Lui diceva qui dietro, invece secondo me la cascina era piuttosto lontana: mi accorgevo di avere una valutazione del tutto diversa delle distanze. Di questo mi ero gi accorto, dicevano qui vicino, qui dietro, a cinque minuti, mentre per me erano chiss quanti chilometri, un sacco di tempo, lontanissimo.
E che cosa fai? Lavori nell'orto con Pietro? Guarda che lui  un mago,  capace di far spuntare rapanelli nel deserto, con lui impari, vero?
Per il momento non ho ancora incominciato a lavorare nell'orto.
Ah, gi..., e teneva d'occhio Black che puntava al vassoio delle brioches, mio nipote ti ha visto correre ieri pomeriggio, eri tu, e correvi col tuo cane, vero? Ha detto che secondo lui correvi sbagliato, e infatti ha visto che ti sei fermato senza fiato. Dice che correvi come uno che non  abituato a correre. Succede quando corri sbagliato che rimani senza respiro, e intanto faceva altri caff perch c'era gente.
Dove diavolo ieri pomeriggio si trovasse suo nipote non so, a me pareva di essere solo, nel bosco, mi pareva di essere un corridore solitario dietro a un cane solitario. Invece no. E che corressi sbagliato, come diceva lui, era senz'altro un fatto. Mentre bevevo lo squisito caff mi chiedevo come si fa a correre giusto.
Non sono uno che corre, addentai una brioches ma ne diedi met a Black, correvo dietro al cane... per gioco, mi seccava dirgli che quel bastardo di Black mi aveva fregato il cellulare. E che questa era l'unica e sola ragione per cui mi ero massacrato i muscoli delle gambe e i miei poveri polmoni - e per fortuna che non fumo e non ho mai fumato.
Torna presto visto che stai qui vicino, il barista stava facendo un altro caff in tazza grande, e che sei amico di Pietro.
S,  lui. Mi girai. Riconobbi Cristina, aveva un cappellino di paglia e la treccia che scendeva sulla schiena. Sorrideva sfoderando la sua fossetta a me e al barista che le stava mettendo davanti la tazza grande di caff. Ti abbiamo visto che correvi, ieri.
Scusa mi hai visto anche tu? Non mi pareva che ci dessimo del tu, ma mi adeguai. E mi chiedevo quanta gente ci fosse nel bosco, nascosta dietro a un albero, ad assistere al penoso spettacolo della mia corsa.
Non c'ero io, me l'ha detto Giulio.
Mio nipote, spieg il barista.
Cristina bevve il suo caff a piccoli sorsi cauti. Pos la tazza e mi rivolse uno sguardo divertito. Aveva due occhi vivaci e luminosi.
Ma come mai non ti ho mai visto?, mi domand il barista.
Lei non mi lasci il tempo di rispondere. Perch lui  uno che non si muove mai, mica come Pietro, o come te..., accenn al barista. Si vede che stai sempre fermo, che non ti muovi mai. Si vede che stai sempre seduto. Non porti mai nemmeno il cane a spasso!, aggiunse, guardandomi.
Istintivamente tirai indentro la pancia ma forse lei l'aveva gi notata ed era per quello che si era permessa quell'osservazione che a me risultava antipatica.
Va beh, vi saluto, misi il danaro per il caff sul banco.
Ti sei offeso?, rise lei.
Era la classica domanda da non fare a uno permaloso come me, dopo che gli hai rifilato una stoccata. Scossi la testa con un sorriso che speravo fosse disinvolto e me ne andai.
Capito, Black?, camminavamo veloci, vicini, vorrei dire spalla a spalla non fosse che un labrador  basso, ma spalla a spalla, dico, spiritualmente... difficile da spiegare. Ieri ci hanno visti tutti. Qui uno crede di essere solitario invece ha mille occhi che lo sorvegliano.
Black scodinzol vigorosamente, indignato quanto me.
Qualcosa si impara, eh? Black era gi lontano, aveva cominciato a correre avanti e indietro facendo il triplo, il quadruplo del percorso. Ma lui  un cane, pu permetterselo.
Quando arrivai in cortile, una voce allegra: Ehi, signor Meo..., chiam dal tavolone sotto i tigli. Era Enea, ovviamente.
Passato il muso?, andai a sedermi di fronte a lui. Ti hanno ridato il cellulare?
No, ma non m'importa.
E perch sei a casa invece che a scuola?
Perch oggi  domenica e domenica non si va a scuola, rideva. Ma tu stai sulla luna che non sai che giorno ?
Il signor Meo sta spesso sulla luna. Gli piace, e feci per alzarmi. E intanto pensai all'improvviso: ma scusa, se  domenica, Susan va ai convegni anche di domenica?
No dai, stai qui. Aiutami. Devo fare matematica. Ha detto la nonna che tu ci capisci.
La nonna sa troppe cose su di me che io non so, mi alzai decisamente e mi diressi verso casa. Non avevo nessuna voglia di fare i compiti di matematica. E pensavo intanto che Susan poteva fare tutto quello che voleva, e che io dovevo smettere di torturarmi. Mi sembrava che le cose stessero migliorando, o mi sbagliavo? Devo andare in cucina a fare ordine.
S, per poi vieni gi, ti aspetto, e dopo un momento: Guarda che mentre non c'eri  salita in casa tua la Pia, disse come fosse un avvertimento.
Lo era, in effetti, un avvertimento.
Appena misi il naso in cucina, la vidi mentre raccoglieva una cartaccia da sotto il tavolo, ne aveva gi raccattate altre sul divano. Aveva raccolto tutti gli indumenti che avevo lasciato in giro e stava preparando il carico di una lavatrice.
Mi avevano detto che dovevo occuparmi del bucato, ma qui dentro  un disastro, disse continuando a raccogliere oggetti. Il lavello era pieno di stoviglie sporche e sul tavolo c'erano due tazze e dei resti di cibo. Vidi tutto con i suoi occhi e pensai che forse mi stava considerando un incivile. E me ne vergognai.
Avrei voluto aiutarla ma ero impacciato. Lei mi guard con aria rassegnata.
Son dovuto uscire a portare fuori il cane, sentii il bisogno di giustificarmi. Senta, che ne dice di tornare tra mezz'ora e io nel frattempo metto un po' in ordine?
Rimase, invece, e cominciammo a rassettare insieme.
Quando due ore pi tardi sedetti di nuovo davanti a Enea, sapevo qualcosa in pi su me stesso: che avevo sempre vissuto da privilegiato, come mi aveva fatto notare Pia, e non da comune mortale che sgobba sul serio per campare; che la vita non  stare davanti a un computer - era stata sicuramente informata da Teresa - senza mai preoccuparsi delle cose intorno. Era una gran chiacchierona e venne fuori che secondo lei un uomo deve sapersi organizzare la vita da solo, che solo cos si  veri uomini, e quando scopr che non sapevo nemmeno cucinare disse che secondo lei avrei dovuto imparare.
Io, che credevo di essere pignolo, in realt scoprii che ero un vero casinista, che non sapevo disporre la spesa nel frigo, negli armadietti, in bagno. Lei, invece, era di una precisione che avrebbe fatto le pulci anche al mio fedele Syrik. Molte delle cose che mi aveva detto Pia mi pungevano la coscienza, con parole sue mi aveva detto che ero viziato: ed  un gran peccato, aveva aggiunto, perch un uomo viziato non piace alle donne, anche se  un bell'uomo.
Enea spinse verso di me il quaderno. Spiegami per favore, io non ci capisco niente.
Sentii guaire. Era Black. Ero stupefatto. Black che guaisce! Non lo avevo mai sentito guaire. Mi fissava dal sentiero che porta ai boschi. Era l e mi guardava e guaiva.
Ma che cosa fa Black?, e gettai un'occhiata inquieta a Enea. Che cos'ha?
Cos'ha? Enea richiuse il libro. Non lo capisci? Ti sta chiamando, vuole che lo segui. Vuole portarti da qualche parte.
Come sempre, trotterellava in avanti per poi tornare. Era impossibile non capire cosa intendesse dirmi: alzati, vieni, andiamo!
Beh, mi emozionai.
Era la prima volta che mi lanciava quel richiamo. O forse era la prima volta che me ne accorgevo.
Enea, allora non posso star qui a fare matematica, mi alzai subito. Devo proprio andare, credimi.
Ti aspetto signor Meo!, mi grid dietro lui.
Io ero gi con Black sul sentiero, poi tra gli alberi, con lui che trotterellava davanti a me. S, per non si corre. Non voglio mica morire. Camminiamo, e lui smise di trotterellare e si mise al passo.
Per un po' camminammo. Ma c'era tensione nell'aria, la sentivo, c'era tensione tra noi due, io camminavo ma Black si girava in continuazione come a dirmi: dai, corriamo. No, Black, le gambe mi facevano ancora male, non se ne parlava di massacrarmi con un'altra corsa, no Black, facciamo solo una passeggiata. Tranquilli. Camminavo e intanto pensavo a quanto mi aveva detto Pia e a Susan, che con il suo trench amaranto andava ai convegni anche la domenica. I pensieri si accavallavano, Black invece correva, e se aveva dei pensieri dovevano essere allegri.
Faceva una corsetta in avanti, poi si fermava e si voltava per vedere se mi ero messo a correre anch'io. Io continuavo a camminare. Non voglio stancarmi come ieri, mi ripetevo. Lui riprese a correre. Poi si ferm e mi guard. Riprese ancora una volta, si ferm di nuovo e mi guard. Il giochino and avanti, lui che scattava, io che lo frenavo. Lui che voleva galoppare via, io che gli imponevo di stare nello schema di una placida passeggiata. Come se il mio camminare volesse dire comportarsi da persone perbene, e il suo correre fosse invece selvaggia e scalmanata ribellione. Io il camminatore benpensante, lui il corridore anarchico. Io bloccato in un mondo programmato e lui libero di scorrazzare nella natura. E mentre lo guardavo e sentivo stridere questa differenza tra il correre di Black e il mio camminare, mi rividi mentre con rapido gesto deciso infilavo in un cestino dei rifiuti il mio futuro tutto stabilito e mi resi conto che era proprio quel mondo che avevo voluto buttare via.
Black..., chiamai, ma lui questa volta non si ferm, non si gir, continu a correre.
Guardandolo mi prese un'inquietudine, un'agitazione, una smodata voglia di correre anch'io. Di non lasciare le cose a met, come mi diceva sempre il bisnonno, di passare del tutto dalla parte di Black. La volevo anche io quella leggerezza che vedevo in lui. Volevo scorrazzare nella natura, scrollarmi di dosso la lentezza e il mio muovermi con fatica. Cos, senza rendermene conto, cercai di stare al suo passo, accelerai sempre di pi e infine spiccai la corsa. Le gambe mi dolevano, ma non mi importava. Quel dolore mi ricordava che avevo le ginocchia e le gambe, che avevo dei piedi che si posavano ormai con un ritmo cadenzato sul terreno, e mi accorsi di sorridere.
Stavo riscoprendo il mio corpo vivo in ogni fibra, un corpo che avevo vissuto come morto e adesso, attraverso la fatica di respirare correndo, e di correre respirando, proprio adesso il mio corpo stava finalmente tirando il fiato per dirmi: sono qui!
Che esperienza inimmaginabile: correvo e correvo, ora con Black poco davanti a me, ora al mio fianco, noi due insieme, correvo con tutto il corpo, il respiro mi martellava disordinatamente i polmoni e il cuore mi saltava in gola, correvo con l'aria sulla faccia e il sudore gi per la schiena, i profumi del verde nel naso e in bocca. Il bosco si muoveva intorno a me, i prati mi balzavano incontro fitti, lo sterrato saliva e scendeva e, quando saliva, la fatica era ancora pi avventurosa, pi cruda, pi vera. Avanti e avanti. E mentre correvo la mente mi si sgomber di ogni pensiero, tutto divenne lieve, aereo, trasparente. Avanti e avanti. Questo corpo non l'avevo mai sentito cos gioioso, neppure quando facevo l'amore, che dovrebbe essere il massimo. Correvo e correvo come se fossi diventato vento, terra, alberi, colline ondulate. Correvo.
Fino a quando crollai.
Crollai nell'erba folta lungo e disteso, ridendo e ansimando. Forse non sarei riuscito ad alzarmi mai pi, a far entrare aria nei polmoni: la tiravo dentro a bocca spalancata, ma sembrava non bastare. Respiravo con una specie di rantolo, forse stavo per morire, ma Black era con me, eravamo vicini, affannati, giravo la testa e vedevo i suoi occhi miti, la sua lingua penzoloni, scodinzolava e pareva dire: Caspita, che corsa!
Disteso nell'erba sentivo il respiro e il battito dei cuori, il mio e quello di Black, un cane che mi era capitato e del quale forse ora non sarei pi riuscito a fare a meno. Non era mio, ma era il mio compagno, in quella che aveva tutta l'aria di essere l'inizio della mia nuova vita.
Allungai la mano e gliela posai sulla schiena. Pelo corto, fitto e ruvido, e caldo. Sentii il suo respiro farsi calmo e profondo sotto la mia mano aperta. Era rassicurante. Rimanemmo cos, a riposarci insieme. Intanto ascoltavamo gli uccelli cantare e poi arriv il rumore di un trattore lontano, avevo imparato a riconoscere quel rumore. Un trattore che lavorava nei campi, e ricordai che era domenica. Sorrisi tra me e pensai che se quello con il trattore stava lavorando la domenica, se la Pia aveva ripulito la mia casa di domenica, anche Susan la domenica poteva andare a uno dei suoi convegni con mia buona pace, ma mi chiedevo con chi e su questo mi arrovellavo. Avrei voluto liberarmi di quel pensiero, ma non ci riuscivo.
Black, ci sar senz'altro qualcuno che ha ammirato la nostra corsa nascosto dietro qualche albero... che dici? Sentivo il battito lento della sua coda nell'erba. Sentendo la mia voce scodinzol pi forte.
Mi alzai a fatica. Mi faceva male un fianco. Una punta dolorosa. Avrei saputo pi tardi che quello era il dolore di milza, che viene quando corri senza coordinare il respiro con il ritmo dei tuoi passi. Un segreto che non conoscevo ancora, come ancora non ne conoscevo tanti altri.
Riuscii a ripercorrere tutto il sentiero per tornare a casa. Ero in condizioni deplorevoli Mi sentivo come se mi avessero picchiato. Mi sfilai la camicia fradicia scollandomela di dosso e me la buttai su una spalla. Procedevo a passi ineguali e sgangherati, ma procedevo.
Per - e tirai un respiro di quelli che ti arrivano fino in fondo all'anima - che esperienza riuscire a correre!
Quando arrivai in cortile Enea non c'era pi. Aveva lasciato sul tavolo il suo libro di matematica. Un odore di cibo si allargava nel cortile, dannatamente appetitoso, un profumo che mi diceva che era il momento del pranzo, ma io a pranzo adesso dovevo farmi da mangiare da solo. Black si bevve tutta la ciotola d'acqua e ne chiese ancora. Prima di riempirla di nuovo, alla canna del cortile mi attaccai io e bevvi tutto il bevibile di questa terra. Quando passai davanti a Dolly mi scusai perch la stavo trascurando. Incredibile, pensai, che da quando sono qui ho fatto solo un paio di giri. Sul sellino era steso il gattone bianco e nero a ronfare al sole, giustamente convinto che la mia moto fosse a sua sola disposizione.
Salii con fatica le scale. La casa era stata tirata a lucido, Pia aveva fatto un gran lavoro. Il bagno risplendeva. Sotto la doccia sentii a poco a poco ritornare le forze. Avevo addosso una bizzarra sensazione, mi sentivo debilitato e forte nello stesso momento. Come un guerriero dopo la battaglia. Consapevole del mio corpo, pancia compresa. Dopo la doccia, nudo come un verme, me ne andai in cucina, con passo rigido, affamato da non vederci. Anche Black era affamato e stava in piedi con aria interrogativa davanti alla sua ciotola vuota.
Sul tavolo Pia aveva messo alcuni fiori di campo nel vasetto di marmellata che avevo svuotato a colazione e che avevo lavato mentre rigovernavo. Gentile Pia. Forse era il suo modo per dirmi che aveva apprezzato il mio impegno.
Feci una carezza a Black che mi era venuto vicino e mi osservava con apprensione. Fai bene a preoccuparti, gli dissi consolatorio, ieri ti sei fatto fuori tutta la tua carne, non credo che il pastone senza carne ti piaccia e poi non ho idea di come si cuoce..., guardai nel frigorifero. Uova, bacon, latte, burro, una bottiglia di bianco secco, olive, formaggio di capra o di pecora non ricordo, Teresa l'ha chiamato tuma mi sembra, comunque qui dentro c' tutta la roba della lista che mi aveva scritto Teresa..., mi voltai verso Black, e sai che io davvero non ho la pi pallida idea di come ci si fa una pasta? Dico un piatto di spaghetti?
Chiusi il frigorifero: Black, come accidenti facciamo a mangiare qualcosa, noi due?
Per avevo comperato del pane. Una misera forma di pane integrale. Non potevo prenderne dieci, invece di una? Andai a rivestirmi alla svelta, indossai panni puliti ed ebbi cura di buttare gli altri nella cesta di vimini, poi uscii, con Black alle calcagna. Avevo con me il pane, ne diedi un pezzo a Black e un pezzo lo mangiai io e intanto, per quanto mi permettevano le gambe e i piedi indolenziti, arrancai lungo la strada che portava in paese.
Di nuovo qui? Il barista stava finendo di preparare un caff, se lo bevve lui mentre io mi appoggiavo al banco, Black guardava con insistenza il vassoio con le brioches. Il bar era vuoto, ma sentivo delle voci arrivare da qualche parte.
C' un posto dove posso mangiare qualcosa? Cio voglio dire, un pranzo come si deve, non un panino. Per me ma anche per il mio cane..., dicevo sempre pi spesso mio e invece il padrone era Nic. Beh, il cane del mio amico violinista.
Nella saletta di l. Facciamo da mangiare anche noi. Non ho un posto per te da solo, ti metto con qualcuno che conosci, se ti va bene. Di domenica sono pieno, ma se vieni a mezzogiorno gli altri giorni hai un tavolo tutto tuo.
Cos mi ritrovai al tavolo con Cristina, che mi disse subito che la domenica spesso veniva a pranzo qui, per far festa. Il barista, Beppe, che poi era anche il proprietario, mi port subito un bicchiere di rosso, un piatto di spaghetti al pomodoro, una fetta di pane. Dopo un momento torn e mise davanti a Black una ciotola piena di qualche cosa.
No, scusa, il cane mangia fuori, mi alzai, non qui che c' gente, porto fuori io la ciotola.
Stai comodo e pensa ai tuoi spaghetti, con una manata sulla spalla Beppe mi obblig a risedermi, non gliene frega a nessuno che il cane mangi qui con noi cristiani, e intanto Black si stava gi dando da fare, rumorosamente come faceva lui.
 vero, Cristina mi si rivolse con un bel sorriso,  vero sai, non ci fa effetto che il cane mangi insieme a noi, e riaffond la forchetta nel piatto. Si era rigirata la treccia intorno alla testa e quella pettinatura le dava un'aria da principessa medioevale.
Com' che sei qui?
Una cosa complicata, risposi.
Che vuol dire complicata?, Cristina mangiava piano, assaporando ogni boccone.
Non so fare da mangiare, tanto valeva essere sincero, e pazienza se qui i viziati, come aveva pronosticato Pia, non hanno successo con le donne. So solo spaccare in due un uovo, metterlo in una tazza, aggiungere zucchero e sbattere vigorosamente. Lo faceva il mio bisnonno. Ah, e poi so preparare il caff con la macchinetta, questo me l'ha insegnato il mio amico Nic, sai il violinista, non so se lo conosci.
Tutti qui conoscono Nic. Sono anni che viene a fare concerti.  parecchio simpatico e anche molto bravo. Un uomo interessante. Anche se non  una bellezza. Ma non bisogna mica essere belli per essere interessanti, anzi!
Anzi, certo. Figurati! Io mi stavo dedicando, in silenzio, ai miei spaghetti.
Finii piuttosto in fretta, ero a disagio. Grazie dell'ospitalit al tuo tavolo, svuotai il rosso e mi alzai, scusa se non aspetto che tu finisca, ma devo proprio andare.
Solo un attimo, mi sorrise posando la forchetta. Siediti. Ho da farti una proposta.
La mia incertezza dur mezzo secondo. Sedetti di nuovo e la fissai: S?
Non fare quella faccia, sorrise scherzosa, la proposta riguarda il cucinare. Se vuoi ti insegno io. Lavoro a Bosia nel caseificio, ma torno a casa presto. Possiamo fare qualche lezione... non so, due volte a settimana alle sei. Ti insegno i fondamenti, che ne dici?
Non saprei..., risposi, formale. Sei gentile, grazie, aggiunsi.
Guarda che non  gentilezza. Io cucino benissimo. Sono lezioni. Pagate, mi spiego?
Ah, beh, certo, ovvio..., mi affrettai a dire.
Quaranta euro all'ora, che ne dici? Naturalmente il cibo che tratteremo  a carico tuo.
Naturalmente.
Lo compero io, poi ti do lo scontrino. Oppure ti dico quello che devi prendere. Vediamo di volta in volta.
Ma certo... e un po' sar per Black.
Il marted e il venerd. D'accordo?
S, vedremo.
Me la filai alla svelta con Black alle calcagna. Entrambi sazi, ma io anche confuso. Nella calura del primo pomeriggio camminavo penosamente sentendomi le gambe rigide, due pezzi di legno, mentre Black correva a destra e a manca come se non avesse fatto altro che dormire da ieri. Beato lui. E poi, mi chiedevo: sono proprio sicuro di voler prendere lezioni di cucina? Sapevo di dover imparare, ma sentivo anche che al momento avevo altre priorit.
Andai a sedermi di schianto su uno sgabello vicino a Pietro, diavolo come mi facevano male le gambe!
Ti pare possibile che alla mia et correre sia una fatica bestiale?
Se non sei allenato...
Non ho mai corso prima. Da bambino, poi basta. Ma domani ci riprovo. ..., e scostai io questa volta il gattone nero e bianco che era venuto a rifilare a me le sue testate sulle gambe facendo le fusa,  una cosa fantastica quello che provo correndo.
Passione?, sorrise lui.
Beh, fino adesso, a parte la moto, non ho mai avuto un hobby.
Passione  diverso, credimi.
Oggi no, sono ancora ammaccato dalla corsa di stamattina. Ma domani mattina non vedo l'ora di riprovarci e tastandomi un piede, ce l'hai mica un cerotto? Eppure le mie sono scarpe comode, ma ho come una bolla.
Vedrai quante. Correre non  camminare, Pietro and a frugare in un armadietto. Tieni, mi diede una scatola di cerotti. Tienila. Secondo me se vai avanti a correre ti serviranno. Poi stacc le chiavi del furgone e me le tir: Dai, torna ad Alba a comperare la carne per Black. Se no che cosa mangia?
Ma oggi  domenica, sar chiuso..., mi alzai raddrizzandomi sulla schiena. Diavolo, sentivo ogni muscolo.
Vai tranquillo. Lo conosco il macellaio.  aperto. O vuoi andare ogni giorno a pranzo dal Beppe?, sorrise Pietro.
Possibile che sappiate tutto nel giro di un attimo? Qui nessuno pu mai farsi i fatti propri.
E perch mai?
Eh gi, perch mai, mi dissi mentre guidavo il furgone attento a stare sulla destra, con Black sul sedile accanto. Mi trattava come uno di casa, come se ci conoscessimo da sempre. Mi faceva piacere, ma il fatto che tutti sapessero tutto di me era una cosa nuova e mi dava fastidio.
Avevo gi nostalgia di quella fatica. Di quella sudatissima gioia che avevo provato quando avevo corso con Black.
Senti un po', Black..., volt il muso verso di me, era fantastico quando faceva cos, che si girava a guardarmi come se mi dicesse: dai che ti ascolto, ...senti un po', tu corri da sempre, da quando sei nato, come fossi in continuo allenamento, io invece zero. Devo allenarmi se no non ce la faccio. Perch ci ho pensato, sai?, Black appoggi la testa alla mia spalla, un gesto da cane affettuoso, per farmi capire che stava ascoltando.
Mi sottrassi solo quando prov a leccarmi la faccia. Questo no, Black, dai, tu il muso lo cacci ovunque, lascia perdere, lo scostai ma con gentilezza, e: Mi  anche venuto in mente a chi chiedere per allenarmi.
Cos andai subito ad Alba a comperare la carne, il macellaio era effettivamente aperto e al ritorno mi infilai nel solito paese e fermai il furgoncino. Dopo un momento ero nel bar appoggiato al banco: Scusa Beppe, ma quel tizio che dice che corro sbagliato, come fa a sapere che non corro giusto?
Fattelo dire da lui, e mi spieg dove potevo trovarlo e quando. Qualche volta era comodo che si sapessero i fatti di tutti, ci voleva niente a trovare una persona.
Quella sera, prima del tramonto, andai da Cristina.
Ciao, che ci fai qui? Hai di nuovo perso il tuo cane?, mi domand con un sorriso mentre apriva la porta.
No, Black  qui. Vorrei parlare con Giulio.
Eccomi!, la porta si spalanc. Sono io. Serve qualcosa? Giulio era a torso nudo, alto come me, spalle larghe e niente pancia.
Mi bastarono poche parole per spiegarmi.
Il mattino dopo, all'alba, Giulio, puntualissimo, era gi in cortile in pantaloncini e maglia mezza stracciata. Era uno che la sapeva lunga. Era un corridore. Aveva partecipato a molte maratone e ad averlo per maestro c'era poco da scherzare, ma appena mi aveva detto ti alleno io, avevo accettato subito.
Quando uscii di casa si mise a ridere: Non vorrai correre in pantaloni lunghi. Vai a cambiarti. Devi mettere dei pantaloni corti, tipo i miei. Tornai in casa. Beh, non avevo pantaloni corti, non li usavo, sembra strano ma non li indossavo neanche d'estate. Allora tirai fuori un paio di pantaloni di una tuta e li tagliai al ginocchio, li infilai e scesi di fretta.
Cos va bene? Troppo lunghi?
Perfetto. E che te ne fai di quel maglione?
Va bene, niente maglione, e lo buttai sul sellino della moto, alla merc del gattone bianco e nero in arrivo.  che avevo freddo.
Stiamo andando a sudare.
Trotterellando infilammo il sentiero che porta ai prati, Black davanti nel suo ruolo di apripista. Noi due dietro, affiancati.
Devo dirti una cosa stramba, e gi mi rendevo conto che trottare e respirare parlando era complicato, mi sono fatto due corse fino adesso. Proprio corse, non camminata veloce come facciamo adesso. Entusiasmanti. Quello che mi piace di pi  correre in salita, pensa un po'... in salita.
Mi lanci un'occhiata e fece un sorriso. Un sorriso sghembo come a dire: adesso ci divertiamo.
...
.
...
Capitolo Dodici.
...
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...
Il mio primo allenamento con Giulio fu memorabile.
Corri tutto sbagliato, diagnostic con ferma gentilezza dopo una ventina di minuti di corsa, lui come se non avesse mosso un passo, io con i polmoni in debito di ossigeno:  tutto sbagliato... il ritmo, la postura, il respiro, tutto sbagliato... poi ti vedo come vai, sei tutto contratto, tutto teso, come se dovessi sgretolare l'aria invece di respirarla, poi appoggi male il piede...
C' altro? Ero una frana.
Per un attimo temetti che mi dicesse lascia perdere tanto tu non riuscirai mai a correre, e mi passarono come un lampo nel cervello tutti gli anni passati seduto al computer. E quei fine settimana con Susan, o dai suoi genitori o da zia Daphne, ci muovevamo sempre in macchina, lei detestava andare a piedi e non aveva fatto altro che lamentarsi quando eravamo andati in Cornovaglia nei boschi in cui ero stato con il bisnonno. Le uniche gite le facevo in moto, cio sempre seduto.
Che tipo di vita hai fatto fino adesso, Mark?
Non mi muovevo mai a piedi, sbuffai, ci eravamo messi a camminare lungo il sentiero nel bosco, sai poi la moto, non facevo sport, la palestra non mi  mai piaciuta, non avevo tempo, poi vivendo a Londra, qualche volta facevo una passeggiata al parco...
Come potevi non avere voglia di uscire, di stare in mezzo alla natura? Guarda qui che meraviglia di verde, che profumo di clorofilla, lo senti?
Io mi sarei disteso volentieri sul bordo della strada per riposarmi a occhi chiusi, mi sentivo in colpa: come avevo potuto passare tanti anni senza muovermi? Black zampettava al mio fianco, mi guardava. Tra lui e lo sguardo del bisnonno sulla nuca cercavo di non perdermi d'animo.
Quando tornammo, prima di farmi la doccia decisi di fare il bagno a Black. Mi feci prestare una tinozza da Pietro. Pensavo sarebbe stato complicato, invece Black si lasci strofinare come se non aspettasse altro. Sapevo che ai labrador piace l'acqua e Black si divertiva con la schiuma come un bambino e come un bambino mi sentii io mentre giocavo con lui. Quando usc dalla tinozza si scroll, fece una corsetta e poi, ancora tutto bagnato, mi venne incontro e io mi ritrovai ad accoglierlo a braccia aperte.
Quella notte sognai Susan. Non importa raccontare il sogno, importa che appena aprii gli occhi avrei voluto correre in cucina, fare il caff e portarlo a Susan appena sveglia, ovviamente nel nostro letto, guardare i suoi capelli sciolti sulle spalle e la sua pelle cos bianca. Invece niente. Perch diavolo non le avessi mai portato il caff a letto quando vivevamo insieme rimaneva un mistero e continuavo a ruminarci sopra mentre me ne andavo in cucina con Black alle calcagna. Era ancora buio. Aggiunsi al mio caff due cucchiaini di zucchero per consolarmi della feroce nostalgia che mi era piombata addosso. Ma pensa, mi dissi di pessimo umore, era un po' che pensare a Susan non mi faceva questo effetto. Mentre sorseggiavo il caff, osservando il sorgere dell'alba tra i tigli, ricordai ancora Susan e il suo sorriso in un mattino di anni prima, quando, appena sveglia, aveva mormorato honey appoggiandomi una mano sulla guancia in un modo da farmi sciogliere ai suoi piedi. Era accaduto lo stesso, lo ricordo benissimo, quando era venuta a vivere con me, nella mia casa di Kensington Church Street. Erano i primi tempi. Il bisnonno diceva che i primi tempi marciscono nell'abitudine, non so a proposito di quale coppia di suoi amici.
Hai capito?, dissi a Black che mi osservava in attesa della sua colazione, hai capito com' stato? Lei e io siamo marciti, proprio cos. Marciti nell'abitudine e sa il cielo quanta colpa ho avuto io in questa faccenda dell'abitudine.
C'era il cellulare sul tavolo. Beh, ci misi pi di dieci minuti e un altro paio di caff per farmi passare la voglia di telefonarle. Anche solo per sentire la sua voce, ma mi avrebbe subito chiesto: che cosa  successo che mi telefoni alle cinque e mezzo del mattino? E io? Avrei potuto dirle vorrei che fossi qui. E poi? Non  che non ci sentissimo mai, Susan e io, anzi, ci telefonavamo ogni tanto, lei sempre a bordo della sua pausa di riflessione, io del tutto opaco, facevamo chiacchiere superflue come due che hanno poco da dirsi. O forse era la lontananza, non so.
Invece ci stavo di nuovo male, porca miseria. Un bel po' male. Cos invece che a Susan, telefonai a Nic.
Ma che ore sono?, la voce di chi  stato strappato al sonno, e dopo un momento: Sono le cinque e qualcosa, Mark, che c'?
Volevo sentirti, e gi mi ero pentito di averlo chiamato, mica avevo quindici anni da non riuscire a tollerare da solo un momento di malinconia!
Aspetta che vado di l, lo sentii sussurrare. Poi un tramestio, un'attesa, e infine, con tono pi alto: Adesso possiamo parlare. Sono venuto in cucina... dimmi, che diamine ti succede? Stai bene? Oppure si tratta di Black?
No, scusami, niente di grave, non volevo romperti le scatole, avevo capito che non era da solo. Davvero, scusami.
Ma no, c' qui Minni,  arrivata una settimana fa da Lisbona, ora dorme, ieri sera abbiamo fatto tardi, ce la siamo spassata parecchio...
Minni, certo. Lui la chiamava cos la famosa flautista, una delle donne che frequentava.
Allora, Mark? Che ti succede?
 che pensavo a Susan... sono un idiota ma... sai, ho fatto un sogno, una specie di incubo.
Ma va l, Susan sta bene, benissimo, l'ho incontrata qualche giorno fa dopo le prove, io ero con Minni e lei con un gruppo di amici.
Evitai di chiedere se c'era anche il CEO. Nic lo conosceva per via di una festa che aveva dato Susan.
C'era anche quel tipo, il suo CEO, sai quel coglione con il cravattino..., lo sentii trafficare. Scusa mi sto facendo un t. Susan era in gran forma, mi ha chiesto come stai, dice che non capisce perch continui a vivere tra le capre. Tra le capre, capito? Tipico di Susan. A Minni non sta per niente simpatica, quando ce ne siamo tornati a casa mi ha detto che hai fatto bene a tagliare la corda, che Susan non fa per te... e lo penso anch'io.
Si ferma qui non so quanto, almeno un mesetto o due, sono contento, e poi studiamo insieme, lei ha un paio di concerti come solista su in Scozia...  allegra, la conosci, sempre con il sorriso, proprio come Viola, dovresti trovarti anche tu persone cos. Susan  troppo formale, troppo... snooty, arrogante, te l'ho sempre detto. Lasciala perdere! Gli incubi sono bestiacce, non badarci... oggi con Minni andiamo in un paesino del Kent dove ha degli amici, ci fermiamo a dormire l... torno a letto, Mark, ti saluto, chiama quando vuoi.
Posai il cellulare sul tavolo. Non avrei dovuto chiamarlo. Mi ero aspettato che riuscisse a far sparire questa nostalgia dolorosa, invece adesso avevo in mente solo Susan insieme al suo CEO e la sua immagine, nella mia mente, diventava sempre pi potente. Cosa stavo facendo l? Ogni giorno che passava lei si allontanava sempre di pi. Cosa mi ero messo in testa? Che cosa stavo facendo? Stavo imparando a correre? Volevo davvero imparare a cucinare? Erano diventati quelli gli obiettivi della mia vita?
Ho il cuore stretto oggi..., dissi a Black e intanto decisi due cose: la prima che gli avrei preparato qualcosa di buono da mangiare, la seconda gliela dissi inginocchiandomi e prendendo il suo muso tra le mani, come non avevo mai fatto. Ma volevo essere sicuro che mi ascoltasse: Devo andare Black, devo andarle a chiederle se vuole venire qui con me, con noi. Lo devo fare, lo capisci, vero?
Era incredibile, ma sembrava non solo mi stesse ascoltando, ma che capisse quello che stavo dicendo.
Il cielo era ancora scuro e io stavo gi preparando la valigia.
Controllai per bene Dolly e chiesi perdono al gattone bianco e nero per privarlo del suo abituale giaciglio. Non cerc di dissuadermi, forse a modo suo cap anche lui che era una cosa che dovevo fare.
Ne parlai con Pietro. Gli spiegai la situazione: Se pensi sia la cosa giusta da fare, falla. Ma guarda che a Londra non puoi mica correre come nelle Langhe, e mi diede una manata sulla spalla come a spingermi ad andare ma facendomi anche capire che mi aspettava e che voleva che tornassi.
In realt non avevo un programma ben preciso. Sapevo solo che dovevo andare e la sensazione di non avere qualcosa di stabilito da compiere, a parte convincere Susan a venire qui con me, ecco, era completamente nuova.
Cercai di assaporare il viaggio di ritorno su Dolly. Feci delle soste per sgranchirmi e per dormire perch volevo arrivare a Londra con la mente e il corpo riposati. Susan non avrebbe dovuto avere davanti a s un uomo sfinito e implorante ma un compagno desiderabile.
Nelle aree di sosta incrociavo altri viaggiatori. Alcuni avevano con loro il proprio cane. Mi pareva di non aver mai visto tanti cani in vita mia o forse, pensai, la mia mente non li aveva mai presi in considerazione. Ogni volta che ne vedevo uno pensavo a Black, a quel cane che non era il mio cane, e scacciavo quella sensazione di nostalgia che provavo, dicendomi che era un sentimento assurdo, dovuto alla solitudine che avevo sentito pesante negli ultimi giorni e che presto, quando fossi stato con Susan, avrei visto tutto nella giusta prospettiva.
Arrivai presto, comprai dei fiori e mi presentai a casa con il folle desiderio di farle una sorpresa. Suonai il campanello e nessuno rispose. Riprovai e poi entrai con le mie chiavi. Lei non c'era. La casa era vuota. Era gi uscita, o forse non era ancora rientrata e questo pensiero mi riecheggi nella mente per un po' di tempo. Pensai al paese, al fatto che l ognuno sa tutto di tutti e immaginai di andare dai miei vicini a chiedere di lei e risi di me a questo pensiero perch con i miei vicini londinesi, in tutti quegli anni, avevo scambiato solo un saluto di tanto in tanto, non ne conoscevo i nomi e non sapevo niente delle loro vite.
Entrai in ogni stanza e non trovai grossi cambiamenti, eppure mi resi conto che c'era un'atmosfera diversa, anche se non riuscivo a capire in che cosa consistesse. Lo capii quando entrai nella stanza al piano di sopra, quella stanza che lei stessa aveva detto che avrei dovuto occupare se fossi tornato a Londra. Quando aprii la porta vi trovai sul letto il mio computer divelto e il cellulare rotto. Nell'armadio vi erano stipati tutti i miei vestiti, le mie scarpe e nei cassetti la biancheria e gran parte delle cose che mi appartenevano.
Feci una doccia senza sentirmi a casa ma decisi che il fatto di non averla incontrata subito mi dava la possibilit di organizzare con calma il nostro incontro e la serata che avremmo trascorso finalmente insieme.
Chiamai Syrik e lo pregai di venire.
Sono felice di rivederla, signore.
Anch'io sono contento di essere qui, Syrik. Ho bisogno del tuo aiuto. Voglio fare una sorpresa a Susan.
Mi permetto di ricordarle che la signora non ama le sorprese.
Lo so, ma questa volta sar diverso. Vedrai.  mercoled, la serata che dedicavamo alle nostre cene etniche. Voglio prepararle una cena italiana, una mia amica, Teresa, mi ha dato dei prodotti prima che io partissi.
Come desidera, signore.
Gli feci alcune richieste e gli parlai dei prodotti che avevo portato, soprattutto della toma, del tartufo e del vino. Syrik mi ascolt con accondiscendenza e mentre insistevo su alcune raccomandazioni di Teresa su come trattare quelle che secondo me erano delle leccornie, rimase in silenzio.
Chiamai Pietro con la scusa di dirgli che ero arrivato e che il viaggio era andato bene ma quando sentii un abbaiare allegro in sottofondo gli chiesi di Black e mi disse che stava sotto i tigli con Enea, che stava bene, che aveva mangiato.
Devo ammettere che mi manca, lo dissi con sincerit e dentro di me vedevo lo sguardo soddisfatto di Pietro.
Mentre mi chiedevo che cosa avrei potuto fare durante quel soggiorno a Londra mi venne voglia di correre, e pensai che Hyde Park era proprio dietro casa e che avrei potuto mettere in pratica qualche consiglio di Giulio.
Quando entrai nel parco, per, la voglia di correre se ne and. Camminai sulle solite strade larghe che lo attraversano e tra tutte quelle persone, tantissime, a dire il vero, che perlopi facevano jogging. Non era quello che avevo fatto con Black nelle Langhe, l avevo corso con lui e solo con lui mentre mi girava intorno, mi precedeva, mi sfidava, se ne andava e poi correva verso di me, ma soprattutto, l, avevo corso e provato la fatica di andare in salita.
Avevo passeggiato in quel parco molte volte ma per la prima volta mi chiesi il nome degli alberi, come non li avessi mai notati, e mi sorpresi a cercarne il profumo.
Tornai a casa e mi preparai per accogliere Susan.
Quando finalmente lei rientr e la rividi dopo tanto tempo pensai che era bellissima, pi di quanto ricordassi. Avrei voluto abbracciarla, stringerla, baciarla, ma lei rimase fredda. Aveva ragione Syrik. Susan non amava le sorprese.
Hai deciso di tornare. Perch non me l'hai detto?
Volevo farti una sorpresa. Mi sono sistemato di sopra.
Perch sei tornato adesso? Dovevi tornare settimane fa.
Lo so, ma quello non era il momento giusto, Susan. Volevo vedere che vita posso fare l.
Tra le capre? Il suo tono era arrabbiato, in fondo la capivo. Eravamo d'accordo che saresti tornato.
Beh, sono tornato adesso.
Syrik ci vers da bere e ci disse che la cena era quasi pronta.
Ci eravamo sentiti qualche volta negli ultimi tempi e quindi le domandai del suo ruolo di direttore, della rivista, di alcuni progetti che la riguardavano. Parlando del suo lavoro cambi espressione, le si accese una specie di luce negli occhi che quasi le invidiai. Mi accorsi che ne parlava con coinvolgimento e con la convinzione di fare qualcosa di importante. Tuttavia diceva che era stanca, che gli impegni erano sempre tantissimi e che ero stato fortunato ad arrivare un giorno in cui lei non aveva nessun meeting serale o cena o quant'altro.
Quando Syrik port in tavola il risotto alla toma con tartufo Susan disse che non ne sopportava l'odore, la incoraggiai ad assaggiarlo ma dopo la prima forchettata disse che non aveva fame. Era evidentemente molto nervosa e mi resi conto che guardava spesso il suo cellulare, come aspettasse una chiamata, ma allo stesso tempo sperasse di non sentirlo squillare.
Ci sedemmo sul divano dove avevamo trascorso tante serate insieme. Parlammo di amici comuni e di Nic, delle sue avventure amorose e poi le parlai di Black.
Un cane? Non vorrai mica portarlo qui!
Purtroppo non  mio,  di Nic.
Tir un sospiro di sollievo e me ne risentii. Continuai a parlare del mio nuovo amico a quattro zampe ma lei all'improvviso si sedette pi rigida e cambi argomento:
Che cosa hai intenzione di fare, Mark?
La sua domanda mi spiazz. Ci pensavo di continuo ma non avevo ancora le idee chiare, anzi, non avevo proprio idee. Le dissi che per la prima volta dopo tanto tempo mi sentivo bene, provai a dirle che finalmente avevo ripreso contatto col mio corpo, che avevo cominciato a correre.
Correre?  questo che farai? Correre? La domanda risult sprezzante. Forse ancor pi di quanto lei stessa avrebbe voluto. Ma, dal suo punto di vista, aveva ragione a essere indispettita: Avevamo un progetto io e te.
Ma i progetti si possono cambiare, no?
Anche un progetto per il quale hai lavorato una vita?
Non sapevo che cosa dire, sapevo che avremmo parlato di tutto questo ma mi sentivo comunque impreparato. Mi resi conto che era ancora arrabbiata e che qualsiasi cosa le avessi detto non le avrei fatto cambiare idea. Almeno per il momento.
Sono stanca, vado a dormire.
La serata fin cos. Lei si ritir in quella che per nove anni era stata la nostra stanza e io mi sentii ancora una volta a disagio in casa mia, un ospite indesiderato.
Mi versai un po' di whisky, ma lo assaggiai appena e poi andai di sopra anch'io. Nella stanza che mi era stata assegnata. Mi buttai sul letto sperando di addormentarmi subito e invece non riuscivo a dormire, cos mi avvicinai alla finestra. Sopra le Langhe il cielo era intenso e pulito, pieno di stelle, quello di Londra, invece, era troppo illuminato dalle luci della citt e di stelle se ne vedevano poche. Non si sentivano n i grilli, n il frusciare degli alberi, si sentivano solo i rumori del traffico e qualche clacson. Richiusi la finestra.
La mattina dopo Susan usc molto presto, me lo disse Syrik, quando scesi in cucina. Aveva gi preparato il caff e stava per versare le uova sul bacon fritto come aveva fatto per me tante volte, ma lo fermai e gli dissi che avrei preso soltanto il caff.
Pensai di chiamare Nic ma poi cambiai idea, telefonai a mia zia Daphne e le chiesi se potevo passare a salutarla. Mi rimprover perch era passato tanto tempo da quando l'avevo chiamata l'ultima volta e mi disse che era gioved e che era impegnata e che ci saremmo visti la domenica, come avevamo sempre fatto. Le dissi di s, che andava bene anche per me, anche se mi sentivo respinto da tanta rigidit, come quando ero bambino e avrei voluto non dico un abbraccio ma almeno una tenerezza, uno sguardo complice e invece lei rimaneva come avvolta in un manto respingente, che ai miei occhi le serviva per tenermi a distanza.
Susan torn presto dall'ufficio. Disse che era di passaggio, che doveva prepararsi e uscire per una serata organizzata da una casa di moda. Che era piuttosto di fretta.
Non ti devi preparare, sei gi bellissima.
Il complimento mi usc spontaneo e notai che lei tenne il suo sguardo su di me un momento pi del necessario. Mi sorrise e mi sembr di tornare indietro nel tempo. Mi avvicinai e lei non disse niente, mi guard con dolcezza. La mia Susan. Le sfiorai il viso con una mano e poi con le labbra. Le diedi un bacio lieve e lei chiuse gli occhi.
Ho un po' di tempo, honey, sussurr. La presi per mano e andammo in camera.
Avevo desiderato far l'amore con lei tante volte, e pensai che quella sarebbe stata di nuovo una svolta nella nostra storia. Pensavo a questo mentre stavo steso sul letto accanto a lei che guardava l'ora:
Devo andare.
Vuoi che venga con te?
No! Perch dovresti venire?
Forse non era pronta a farmi rientrare del tutto nella sua vita e in fondo era vero, c'erano ancora molti aspetti da considerare.
Io ero entusiasta della piega che aveva preso il mio viaggio e cercai di farglielo capire: Vorrei che venissi con me nelle Langhe. Perch non ti prendi qualche giorno?
E che cosa ci vengo a fare?
Vieni a conoscere un mondo diverso, a vederlo con i miei occhi.
No, Mark. Io non voglio andare via da qui. Io il mio progetto non l'ho cambiato.
Ma pensavo...
Solo perch abbiamo fatto sesso pensavi che tutto fosse sistemato?
No, ma credevo che stessimo provando a rimediare.
No, Mark. Io credo sia stato un errore, mi dispiace se ti ho illuso.
Indoss un abito che non le avevo mai visto. Celeste e dorato che metteva in risalto la sua figura e si abbinava ai suoi occhi. La guardavo muoversi sicura mentre si pettinava e si truccava.
Mi alzai e tornai in soggiorno. Avevo perso una serie di chiamate. Era Pietro che mi stava cercando. Richiamai immediatamente. Mi rispose Enea, e piangeva.
Perch non rispondevi? Perch non ti porti mai il cellulare?
Che c' Enea, sono qui, dimmi.  Black, vero? Cosa...
Stavo giocando con lui nel boschetto e a un tratto non l'ho pi visto. Ho iniziato a cercarlo ma non lo trovavo. Sono andato a chiamare il nonno...
E cosa  successo, Enea, dimmi...
Siamo tornati nel boschetto e l'abbiamo sentito lamentarsi, sanguinava. Deve averlo aggredito un cinghiale, ha una ferita a una zampa.
E adesso dov'?
L'abbiamo portato a casa e steso su un telo. Non si muoveva pi...
Avrei potuto mettermi a piangere come Enea. Camminavo intorno alla stanza, dovevo partire subito.
Il veterinario..., balbettai.
L'abbiamo chiamato e ora Pietro lo sta portando.
Devo venire subito.
Sembrava morto... Enea continuava a piangere.
Non riuscivo a dire niente.
Ce ne sono cos tanti di cinghiali... Ma non sapevo che ce ne fossero in quel bosco..., continu Enea.
Mi manc il fiato all'idea del dolore che doveva provare Black. E se la zampa non fosse guarita?
Susan usc dalla camera pronta, mi pass accanto e sentii il suo profumo.
Riparto subito. Black, il cane..., le dissi con un nodo in gola. Ma non riuscivo ad aggiungere nulla.
S,  meglio che tu riparta.
Presi alla svelta le mie cose e calcolai che erano quasi le 19,00 e che se avessi guidato per tutta la notte sarei arrivato a met mattina. Era una follia, ma non avevo altra scelta. Volevo arrivare prima possibile e allo stesso tempo non volevo lasciare Dolly a Londra.
Partii subito. Qualche ora dopo feci una sosta e chiamai Pietro. Mi disse che il veterinario l'avrebbe tenuto per tutta la notte, che l'avevano visitato e che gli stavano facendo le radiografie e tutto il resto.
Non preoccuparti, Mark,  in buone mani.
Quando arrivai ad Alba, la mattina dopo, andai subito nello studio del veterinario. Mi accolse una donna in camice piuttosto arcigna, una specie di zia Daphne delle Langhe.
Ha portato i documenti?
Quali documenti? Io non so niente, il cane non  mio,  di un mio amico. Ma  come se fosse mio. Posso vederlo?
Come non  suo? Lei non  Mark Thomas James?
S, sono io.
Allora il cane  suo. Cos c' scritto nel microchip.  incredibile che lei non sapesse che il cane  suo!, sbuff la donna.
Incredibile! Non solo mi sentivo il proprietario, ma lo ero davvero. Era meraviglioso! L'emozione di quel momento fu indescrivibile. Mancava poco che mi sciogliessi in lacrime. Black era mio e nessuno avrebbe mai potuto portarmelo via. Non lo avevo mai ammesso, neanche a me stesso, ma avevo temuto il momento in cui Nic sarebbe tornato e avrebbe detto: Ora me lo riprendo. Grazie tante! Ma non sarebbe successo. Adesso eravamo Black e io. E basta!
Quindi  mio..., balbettai.
Ma pensa un po', comment ironica la donna.
Arrivarono Pietro ed Enea, mentre io supplicavo di poter andare a vedere Black, il mio cane! Lei mi cacci fuori, in strada. Vada fuori e si dia una calmata, poi torni qui, chiaro? Calmo. Capito?
E se Black muore? Non che ci credessi davvero, ma avrei fatto di tutto per commuoverla.
Non  morto e non morir. Sta ancora riposando, mi rimbecc lei,  solo ferito a una zampa. Speriamo solo che non resti zoppo. Tutto qui.
Tutto qui se rimane zoppo?, le sarei saltato alla gola.
Esca e si calmi.
Dalla porta interna si affacci una ragazza in camice: Ma che cosa gli dici? Il cane non rester affatto zoppo... la zampa non  rotta.
Quello  il veterinario, spieg la donna indicando la ragazza con l'indice. Sa quello che fa e che dice.
Una dottoressa bravissima. Fidati!, aggiunse Pietro.
Appena uscito dal veterinario avevo telefonato a Nic. Gli avevo raccontato tutto quello che era accaduto. E del microchip!
Ma certo, Mark..., disse con un tono sorridente, quasi divertito, ...prima o poi l'avresti scoperto che Black  tuo, ma a quel punto ero sicuro che gli saresti stato affezionato, non si pu non amare un cane come Black... sei felice che sia tuo, no?
Non so quali e quante parole trovai per dirgli come ero emozionato e felice, e non per un senso di possesso ma perch cos Black mi sarebbe stato ancora pi vicino e compagno di avventure. Ora per lui valevano le due magiche parole sempre insieme, pensa te! Non le avevo dette nemmeno a proposito di Susan, ora le dicevo a proposito di un cane, ma Black  molto pi di un cane: Black  Black! Adesso ero autorizzato a pensare a tutte le corse che avremmo fatto, giorni e notti, mesi e anni, vento sole pioggia neve e tutto quanto avremmo trovato vagabondando lui e io per queste Langhe. E poi il fatto che adesso Black fosse mio - il pensiero mi folgor - dava senso al mio ritorno e a quella che forse stava per diventare una scelta di vita: mica potevo portarlo a Londra nel cemento e nello smog, questo  il suo luogo e qui quindi sar il mio luogo, qui saremmo rimasti io e Black. Per, dissi anche a Nic:
Spero che non rimanga zoppo, il veterinario, una donna giovane, mi ha detto che non succeder...
Adesso stai tranquillo, e sii felice, Black  tuo, riprese Nic. Quando l'abbiamo scelto dalla sorella di Viola, quel bel labrador nero, l'abbiamo, come dire, intestato a te, Mark, e rideva della mia commozione, rideva e parlava sottovoce con qualcuno, Minni immagino, e poi disse: Con tutta l'antipatia che avevi per i cani non potevo mica dirti: siccome ti lascio solo e torno a Londra ti regalo un cane,  tuo! Ti pare? Avresti detto no grazie! Ma io dovevo tornare a Londra e volevo avessi vicino un amico a quattro zampe, un compagno, perch avrei scommesso anche le palle che tu saresti rimasto l. E cos  stato! Cos ti ho detto che il cane era mio e che te lo affidavo perch ti conosco, ero sicuro che te ne saresti preso cura, che ti saresti sentito responsabile... insomma, che te lo saresti tenuto vicino. Ero sicuro che poco per volta ti saresti affezionato a lui, e vedi?  successo proprio come avevo immaginato e sperato. Adesso non dirmi che non ti conosco come le mie tasche! Quando mi hai telefonato e mi hai detto che avevi fatto una corsa con lui, che era lui a trascinarti... guarda, non sai come mi ha fatto piacere e mi dicevo quando scoprir che  suo sar ben contento. E infatti...
Poi mi disse che tutti i documenti riguardanti Black li aveva Viola. Cos le telefonai subito, sarebbe tornata il giorno dopo, e aggiunse: Guarda che il veterinario, cio la veterinaria, si chiama Giulia.  davvero bravissima, la conosco,  anche molto simpatica,  una in gamba.
Ci demmo appuntamento per il giorno dopo e rientrai di volata nello studio veterinario.
Adesso posso vedere il mio cane?, e pensai al piacere folle che mi dava dire il mio cane, non per senso di possesso, non per questo, ma per amore!  una parola complicatissima, amore, ma Black se la merita!
Prima mi deve dire quando mi porta i...
Domani sera, la interruppi, non ne potevo pi di star lontano da Black, anzi, no, dopodomani perch tutto quello che riguarda Black ce l'ha Viola, che torna ad Alba domani sera... guardi non so il cognome...
Viola la libraia?
S, proprio lei.
Oh, allora vada di l, ma piano, mi disse, improvvisamente bonaria. Viola  una persona ordinata e avr sicuramente tutto. Vada dal suo cane. Pietro ed Enea sono gi dentro. Anzi, vai, qui ci diamo tutti del tu e ci chiamiamo per nome, ci conosciamo da sempre, e ora sorrideva amichevole.
Non mi vergogno a dire che mi si strinse la gola appena vidi Black.
Va tutto bene..., mi avvert subito la veterinaria, ...
solo che  ancora un po' intontito.
Era l disteso, e mi vide anche lui. Guaiva debolmente, scodinzolava appena appena, si agitava, come se avesse una voglia pazza di saltarmi addosso per la felicit. Ma non ce la faceva. Adesso scoppio a piangere, pensai, e non mi importava che fossero in tre a guardarmi, anzi in quattro con Black. Mi chinai su di lui. Incontrai lo sguardo mite e misterioso dei suoi occhi affettuosi, come se mi dicesse ciao sei qui. Balbettai qualcosa e lui cap, erano due parole: sei mio, sei il mio cane, anzi quattro. Le cap, sono sicuro. Black..., lo abbracciai, mi tremava la voce, ...adesso va tutto bene, vedrai. Scodinzolava. Appoggiai la fronte sul suo pelo ruvido e fitto, pungente. Il mio Black!  stato un momento incredibile, dopo la morte del bisnonno non avevo mai pi provato una simile emozione. Dov'era finito il Mark che si trasformava in iceberg? In ghiaccio puro? Sciolto, scomparso! Ora avrei potuto singhiozzare, libero di farlo, come fosse venuto finalmente il momento di buttare fuori quello che da non so quanti anni avevo conservato nel profondo. Ora tutto era possibile, abbracciato al mio cane. Sono diventato umano, pensai tentando l'ironia. Fossi stato solo con Black lo avrei inzuppato di lacrime e sarebbe stato un sollievo. Un sollievo abbastanza simile a quello che avevo provato la prima volta che avevo corso in salita con lui, quando avevo buttato la cartelletta azzurra o quando la sera prima avevo lasciato, questa volta definitivamente, il mio appartamento a Londra.
Rimasi con la fronte appoggiata al mio cane, nel silenzio.
Ehi..., infine la voce di Pietro, ...tutto bene?
Dopo un momento tirai su la testa, mi girai verso la veterinaria.
Sta soffrendo?
No, non particolarmente. Ho fatto quello che andava fatto. Non si preoccupi, anche io amo il mio cane e capisco quello che si prova.
Dai, signor Meo, non farla tanto drammatica..., Enea mi venne vicino, mi rifil una pacca. Mica muore Black... si tratta solo di una zampa, capito? Ora che aveva capito che il cane non era in pericolo, Enea aveva ritrovato il suo tono abituale.
Non  rotta, riprese la veterinaria, Black si  ferito, anche se non  chiaro come, sembra il morso di qualche animale..., e intanto carezzava Black, notai la sua mano delicata sul suo pelo nero, ma anche se se l' vista brutta, l'importante  che non ha niente di rotto, niente di slogato. Dobbiamo stare attenti all'infezione, questo s. Propongo di lasciarmelo qui ancora un po'. Torna a prenderlo domani nel pomeriggio, cos siamo sicuri che va tutto bene.
Domani pomeriggio?, guardai Black. Ma come sarebbe a dire domani pomeriggio? Non avevo nessuna intenzione di rimanere ancora separato da lui. Mi sentivo in colpa, ero andato a Londra e l'avevo lasciato da solo.
Non posso restare qui anch'io, con lui?
Mark, fammi il favore!, era Pietro, autorevole. Adesso andiamo, qui hanno da fare, Black  in ottime mani. Torniamo a prenderlo domani pomeriggio.
S, ma non pu camminare, allora..., e di nuovo mi rivolsi alla veterinaria.
Per un po' non potr camminare normalmente. Si arranger su tre zampe. Ma non sar per molto. Sarebbe stato diverso se si fosse slogato la caviglia, per esempio. Ma non  successo..., sorrise e mi rivolse uno sguardo fermo e gentile, ...coraggio, saluta il tuo Black. Ci vediamo domani.
Beh, allora grazie.
Loro tornarono col furgoncino, io con Dolly. Nel tragitto mi rivedevo davanti agli occhi Black, lo sguardo con cui mi aveva seguito quando ero uscito dallo studio, dalla porta mi ero girato a guardarlo, e giuro che ho dovuto far leva su tutti i muscoli del mio corpo per andarmene e lasciarlo solo.
Quando arrivammo a casa domandai: Davvero non potevo fermarmi con Black?
Ma piantala di rompere, esclam Enea e con ferreo realismo: Se ti fossi portato via subito Black non avresti saputo capire come va con l'infezione, se c' o non c', non avresti nemmeno saputo capire se ha la febbre; invece lo lasci a Giulia che  veramente un mago con gli animali, lei te lo fa come nuovo e domani torni... che problema c'?
Guarda che cielo nero, Pietro stava guardando in alto, devo assolutamente finire di sistemare l'orto prima di cena ed  gi tardi. Mi dai una mano?
Poco dopo eravamo lui e io nell'orto a fare non so che cosa, e il fatto di non avere vicino Black come al solito mi faceva un effetto che non sto a descrivere. Eseguivo piattamente le indicazioni di Pietro, continuavo a pensare al mio cane e anche alla decisione che avevo preso e cio di rimanere nelle Langhe. Porca miseria, pensai, non  mica una decisione da poco!
Non posso certo tornare a Londra ora che Black  mio!
E comunque a Londra non  andata, vero?
Non  andata come speravo. Ma non  per questo che sono tornato e non  per questo che ho deciso di rimanere.
Capisco..., comment Pietro placido come se gli avessi detto una cosa ovvia, una cosa di cui non stupirsi... Per lui era una scelta ovvia, per me era una scelta strepitosa! Ma ero contento che non mi facesse altre domande.
Senti, tra poco piove. Ci muoviamo?
Ok, lavorammo veloci, il pomeriggio passava e l'afa era pesante. Eravamo tutti e due sudati fradici.
Anche quando salii in casa mi sentivo dannatamente strano senza Black che mi gironzolava intorno, senza preparargli la sua ciotola, senza vederlo steso al suo solito posto sotto la finestra in cucina. Ci stavo proprio male! Mi infilai nella doccia e rividi Black e la sua zampa con la grossa fasciatura. Dai che domani vengo a prenderti, gli dissi mentalmente e mi chiesi se mai esistesse sul serio la telepatia con gli animali, come mi aveva raccontato una sera Viola. Mi venne in mente anche la veterinaria, rividi l'espressione che aveva mentre mi diceva che anche lei aveva un cane e che mi capiva. Ripensai al suo sorriso, breve, appena accennato. Aveva qualcosa di particolare quella ragazza, non ricordavo bene che cosa per qualcosa mi aveva colpito. Mi aveva lasciato addosso una sensazione. Il bisnonno diceva che ci sono sensazioni come quando prendi una farfalla, poi lei vola via ma ti lascia sulle dita una polverina del colore delle ali. Mi venne in mente Susan mentre stavo l sotto il getto dell'acqua tiepida, mi domandai che tipo di polverina mi avesse lasciato lei tra le dita. E pensai che la polverina che per un po' mi era rimasta tra le dita ora non c'era pi.
Mi stavo asciugando quando telefon Viola. Mi disse che aveva cambiato programma, che era tornata ad Alba e di andare subito a prendere i documenti di Black perch l'indomani mattina presto sarebbe ripartita.
Adesso?
Adesso. Puoi fermarti a cena se vuoi. Forza che ti aspetto.
Stavo per dire devo prendere il furgone per portare anche Black ma mi venne in mente che Black non c'era.
E va bene... vengo in moto.
Ehi, ti secca venir qua?, domand sorpresa del mio scatto.
Ma no, scusami, penso a Black che  rimasto nello studio veterinario. Sono troppo abituato ad averlo con me.
Andai ad avvertire Teresa che non ci sarei stato a cena, lei naturalmente volle sapere perch, le dissi che andavo da Viola a prendere i documenti di Black per la veterinaria. Vai piano con la moto, tra l'altro ti becchi l'acqua, borbott.
Infatti inizi subito a piovere. Per fortuna avevo con me la tuta impermeabile, ma quando arrivai da Viola, ero comunque fradicio.
Sgusciai fuori da quella corazza antipioggia, la mollai sul pianerottolo ed entrai in una casa ordinata in modo cos meticoloso da ricordarmi zia Daphne.
Ho fatto due cosine tanto per non morir di fame..., e mi precedette in cucina, da dove proveniva un profumo da svenire.
Le due cosine erano: agnolotti con ripieno al tartufo nero, la baggianata alla piemontese che sarebbe stufato di pomodori, fagiolini, prezzemolo e tanto aglio, poi arrosto in dolceforte, ovvero carne farcita di aglio e scottata in padella con cipolla vino e panna e poi i dolci e il vino, un nebbiolo. Insomma, Viola si era lanciata in una cena da re.
Ho anche una grappa notevole... anzi, notevolissima. Alla fine della cena tir fuori da un armadietto due bicchierini e li riemp fino all'orlo.
Se incontro la polizia al ritorno e mi fanno la prova del palloncino potrebbero arrestarmi...
Ma chi vuoi che vada in giro con quest'acqua?
In compagnia della grappa le raccontai di Black, di come stava, di come mi mancava, di come ero felice che fosse mio, e le dissi anche che mi sembrava giusto restare nelle Langhe, e che questa scelta in realt mi impressionava parecchio.
Ma quanto parli!, rise lei senza far commenti sulla mia incredibile decisione. Come fosse roba da niente. Si alz e mi venne vicino, con la sua generosa scollatura e un atteggiamento piuttosto provocante.
Mi alzai di scatto e le dissi con gentilezza che dovevo proprio andare, che il giorno prima avevo viaggiato tutta la notte e che ero molto stanco. Non le lasciai nemmeno il tempo di ribattere.
Mi accertai di avere i documenti di Black e me ne andai. Aveva anche smesso di piovere.
Me ne tornai a casa, lemme lemme, sotto un cielo umido e grigio, le colline erano velate da una nebbiolina, alzai la visiera del casco quando fui sullo sterrato che passava a lato dei filari e sentii sul viso l'aria che sapeva di verde, muschi, erba e di non so che cosa, quell'aria delle Langhe di cui non potevo pi fare a meno.
Davvero avevo deciso di rimanere l adesso che Black era mio?
Beh, mi pare giusto, dissi ad alta voce come se mi rivolgessi al mondo intero e intanto tiravo Dolly sul cavalletto accanto al portone di casa. Il cortile era deserto. Il gattone bianco e nero era seduto sul primo gradino e mi osservava offeso. Coraggio, adesso puoi accomodarti e scusa se ti ho portato via la cuccia per qualche notte. Poi tirando un respiro che mi arriv fino in fondo ai polmoni: Domani torna Black... non  fantastico? Quanto alla sua zampa ferita, la veterinaria mi aveva tranquillizzato. Mentre salivo in casa mi ripass per la mente l'espressione con cui mi aveva detto che Black non correva alcun pericolo. Rividi il suo sguardo, azzurro e fermo. S, aveva gli occhi chiari e pensai che sul suo viso c'era qualcosa di particolare. Ma non riuscii a ricordare che cosa.
Prima di addormentarmi mi dissi che la mattina dopo sarei andato a correre.
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Capitolo Tredici.
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Voglio riprovarci, voglio imparare a correre, dissi a Giulio il giorno dopo. Per c' una cosa..., ci tenevo a metterlo in chiaro.
Che ti piace correre in salita?
A parte quello... io voglio correre solo per il piacere di correre. Non mi interessa allenarmi per fare un tragitto nel minor tempo possibile. Non mi interessa la velocit. Non mi interessano i record. Non voglio partecipare a gare e...
Vuoi correre e basta?, mi interruppe lui.
Correre e basta. Niente maratone. Non sono competitivo, insomma.
Non ti interessa percorrere un chilometro in sempre meno tempo, non ti interessa essere il pi bravo, essere il primo, superare tutti e tagliare il traguardo?
Sai una cosa?, mi veniva da ridere. So gi che cosa significa essere il primo, il pi bravo, superare tutti. Lo so gi. L'ho gi vissuta questa sensazione, anche se in un altro contesto.
Di solito con i miei allievi l'approccio  diverso. Mi stai davvero dicendo che non ti interessa gareggiare?
Esatto. Non mi interessa per niente. Voglio poter correre quanto voglio, per tutto il tempo che voglio, ogni volta che mi salta il ticchio di farlo, sempre insomma... ma senza uccidermi, senza morire di fatica, andar su per le salite come..., stavo per dire come un angelo ma mi imbarazzava usare un termine simile che lui avrebbe trovato stantio.
Come se avessi le ali?, concluse lui. Beh, c'era andato vicino al concetto di angelo!
Esatto.
Sai che c'?, mi sorrise camminando sciolto, armonioso, elegante, mentre io arrancavo, inciampavo, non tenevo il passo, mi sentivo goffo, sai che c'?, continu lui e si ferm, mi fiss negli occhi, mi fa proprio piacere che mi capiti per la prima volta di allenare qualcuno che vuole correre per il piacere di correre e basta.
Dici sul serio?, per un momento pensai che mi stesse sfottendo.
Certo che dico sul serio, riprese a camminare ma continuava a sorridere e mi sembr che avesse perso la sua aria un po' formale. Me lo sentii pi vicino. Mi piace molto che il tuo obiettivo non sia il rapporto velocit-spazio. Mi piace che tu voglia imparare a correre per goderti la corsa. Mi piace proprio molto. Correre ti d tanto, credimi. Soprattutto qui. Il pi delle volte mi chiedono di allenarsi per vincere la maratona di New York, o per andare alle Olimpiadi. Di solito lavoro con gente in lotta con l'orologio per farsi in zero secondi non so quanti chilometri. Sai che stress. No, mi piace l'idea di allenare uno che chiede quello che chiedi tu. Il piacere di correre. Bello. Mi rilassa.
Tornato a casa dissi a Pietro che avrei iniziato ad allenarmi per correre, anche se, gli dissi, la cosa pi importante, al momento, era Black. Volevo che il mio cane venisse con me.
Ti accompagno io oggi, andiamo a riprenderlo insieme. Vedrai che si arrangia a camminare su tre zampe. Guarir in fretta, Giulia ha detto che la ferita  profonda ma che non ha leso niente di grave. Lei  davvero in gamba, giovane com', anche a me ha salvato un cane da caccia che si era scontrato con un cinghiale... una roba difficile.
E finalmente alle cinque in punto fummo davanti allo studio della veterinaria.
Fu indescrivibile la mia gioia nell'abbracciare Black e indescrivibile l'eccitazione tumultuosa con cui mi si butt addosso lui. Realmente indescrivibile. Sembrava trasfigurato. La veterinaria e Pietro stavano assistendo alla scena, anche loro apparentemente commossi, e Giulia disse: Se le persone ci accogliessero come fanno gli animali che ci amano, credo che il mondo andrebbe diversamente.
Eccome!, esclam Pietro. Pensa se Teresa tutte le volte che torno a casa dopo esser stato via un paio di giorni mi saltasse addosso cos... avremmo tutti e due ancora vent'anni!
Ma dai..., sorrise Giulia, ...non credi di avere addosso ancora qualcosa di quei vent'anni?
Forse qualcosa s!, rise Pietro.
Abbracciavo Black che si agitava come impazzito e guaiva ogni volta che metteva a terra la zampa ferita, protetta da un'accurata fasciatura. Cercavo di calmarlo. Non ci vedevamo da qualche giorno, ma dalle sue feste sembravano passati secoli. Alla fine tir un gran sospiro e si calm. Per mi stava appiccicato come se avesse paura che potessi di nuovo lasciarlo solo.
Ora si va a casa, gli presi la testa tra le mani, lo guardai negli occhi, mi capisci?
Scodinzol che non la finiva pi.
Secondo te mi capisce?
Certo che capisce, disse Giulia, ci leggono nel pensiero, intuiscono, vedono anche se non vedono... sono meravigliosi, e apr la porta dell'ambulatorio, andiamo alla scrivania, cos ti do tutto quello che serve.
Dai a me, lui non capisce niente in questo momento, disse Pietro e raccolse le indicazioni sui medicinali e i documenti. Io ero troppo impegnato a occuparmi di Black che saltellava faticosamente su tre zampe, ero chino su di lui, per aiutarlo, anche se forse non ne aveva bisogno.
Se c' qualcosa che ti preoccupa telefonami immediatamente, Giulia mi venne vicino, trovi il mio numero di cellulare tra le carte che ho dato a Pietro.
D'accordo, ma il conto? Quanto devo pagare?, ero sempre chino a sostenere Black.
Ho tutto qui io, disse Pietro. Ti muovi?
Devo riportare qui Black per la medicazione?, finalmente mi raddrizzai. Eravamo vicini, lei e io. Mi accorsi che non era alta come mi era sembrata. Era spettinata, ciocche di capelli ricacciate dietro le orecchie. Occhi azzurri e sguardo fermo. Sguardo di chi se la sa cavare attraverso gli alti e bassi della vita. La sua non era una bellezza che saltava agli occhi, ma si faceva scoprire poco alla volta.
Verr tra due giorni, disse e ci guardavamo. Per controllare la ferita e cambiare la fasciatura. D'accordo? E improvvisamente arross. Arross proprio. E tanto. Mi stup e anche lei mi sembr confusa dal proprio rossore. Si gir subito dall'altra parte, con un movimento secco. Raggiunse la scrivania e mostrandoci le spalle butt l un ci vediamo.
E noi uscimmo.
Nel furgone sedetti accanto a Pietro che guidava, Black era con me, lo avevo accomodato ai miei piedi, il muso appoggiato sul mio ginocchio mentre gli accarezzavo la testa.
Non  fantastico che sia mio?
 diverso, eh? Accudire il cane di un amico o il proprio compagno di vita.
Chiss se lui lo capisce.
Lo sapeva fin dall'inizio, lui..., sorrise Pietro.
Continuavo ad accarezzargli la testa, troppo felice di sentirmelo di nuovo vicino. Ripensavo alla veterinaria. Accidenti com'era arrossita! Ero stato io? Il modo in cui l'avevo guardata? Non mi ero accorto di averla guardata cos intensamente da farla arrossire
Poi andammo a sederci al tavolone sotto i tigli, c'era quella pioggia fine fine ma le fronde ci proteggevano, Pietro fumava la pipa e io coccolavo Black, steso sulla panca vicino a me.
E quindi vuoi allenarti a correre, disse Pietro. E come se la parola correre avesse risvegliato non so che cosa, Black si lasci scivolare a terra. Zoppicando si diresse verso l'imboccatura del sentiero che porta verso i boschi e i prati. Si volt verso di me e gua.
Ma che cosa vuole..., mi alzai per raggiungerlo.
Vorrebbe andare a correre.
Ma Black..., mi inginocchiai vicino a lui e lo abbracciai. Mi lecc la faccia. Affettuoso e bavoso. Dai, Black, adesso non si pu correre, come ti muovi? Su tre zampe?, mi asciugai alla meglio la faccia. Adesso non si pu.
Mi segu zoppicando mentre tornavo a sedermi accanto a Pietro. Si accucci ai miei piedi. Alz il muso. Mi fiss. Immobile.
Che cosa vuole?, mi sentivo a disagio sotto quel profondo sguardo incomprensibile. Come faccio a capire che cosa vuole da me?
Devi ancora esercitarti per capire il suo linguaggio. Io ci ho messo un bel po' con i miei cani.
Mi alzai e presi Black in braccio. Come pesi..., sorridevo mentre lui mi appoggiava le zampe sulle spalle. Dai che ti porto a mangiare, una super pappa, me lo stringevo addosso, pesava trenta chili, aveva detto Giulia, un peso che potevo reggere. Mi diressi verso casa ma prima di rientrare mi girai verso Pietro, come colto da un pensiero improvviso: Di', ma che cos'ha di particolare Giulia? Il suo viso, cio, ha qualcosa di particolare che non riesco a comprendere, sono stato talmente preso da Black...
Qualcosa tipo che ne so... un porro, una cicatrice, un neo... no, guarda non ha niente di tutto questo. Ha una bella pelle liscia..., Pietro mi aveva raggiunto e sorrideva. Ha un suo fascino, con quegli occhi azzurri. Sua nonna, quella materna, era di Praga, per quello lei ha i lineamenti nordici... non si trucca mai, non l'ho mai vista con un filo di rossetto. Ha avuto per un po' un fidanzato, uno di Genova, non se ne sapeva molto, poi non so, magari c' ancora. Succhi la pipa, e dopo un momento: Sai che cos'ha di particolare?  che se io avessi cinquant'anni di meno e fossi libero le starei dietro, questo s. Giulia ha qualcosa di... di talmente intenso!
Hai capito? Talmente intenso.
Un viso indimenticabile,  in quella categoria l lei, la categoria di quelle indimenticabili. Lo so che non  una bellezza ma secondo me  pi di una bellezza.
Se ne and svelto, si volt: Ha smesso di piovere, stasera ceniamo sotto i tigli, vieni a dare una mano, molti oggi hanno il turno in fabbrica, anche le donne.
Salendo le scale con Black in braccio ripensavo a quello che aveva detto di Giulia. Occhi azzurri e quei capelli disordinati. E quel qualcosa che aveva notato anche Pietro, un non so cosa.
Preparai per Black una cena fastosa e poi gli diedi la medicina secondo il promemoria che Pietro mi aveva messo sul tavolo. Lo spazzolai e mentre ero l che lo lisciavo suon il cellulare, chiss perch pensai a lei e mi sorpresi a vedere che era proprio Susan.
Scusa, Mark, volevo salutarti, essere sicura che andava tutto bene, aveva la voce impaziente, la solita che usava sempre quando aveva fretta, che cosa stai facendo?
Sto spazzolando il cane.
Uh che bravo! Allora sta meglio, il cane dico... contento Nic che te ne sei occupato?.
 mio, il cane. Non  di Nic, non ci crederai..., e stavo continuando ma lei mi ferm.
Scusa ma adesso non ho tempo, tra poco devo andare a una sfilata di moda maschile, una noia mortale. Devo parlarti ma ti richiamer... fa niente quando, tanto non mi pare che tu abbia chiss che cosa da fare. Aveva anche i nervi. Fretta e nervi. Un bacio, honey, e chiuse.
Tutto qui.
Cercai di immaginarmela seduta qui nella mia cucina, ci provai davvero, magari con addosso quella sua tuta di seta color mandarino che mi piaceva. E con i capelli sciolti.
Sai una cosa, Black?, ripresi a spazzolarlo. Non so come ho fatto a pensare che lei potesse venire qui... Susan, intendo, la tuta di seta non c'entra.
Poi non ci pensai pi e mi misi a parlare con Black, sarebbe guarito al pi presto, avremmo cominciato ad allenarci per correre, e gli dissi anche che mi sarei stabilito nelle Langhe: Mica posso portarti via di qui, che ne dici? Questa era una cosa dannatamente impegnativa da dire e da fare. E da comunicare. A Susan, per esempio. Che ne dici?, ripetei. E non ero ancora sicurissimo di averlo deciso; o s?
Beh, Black scodinzol tutto contento.
Lo ripresi in braccio e scesi ad accomodarlo sotto i tigli. Poi andai a prendere ordini in cucina, apparecchiai, accesi le lanterne per illuminare la tavola, le candele contro le zanzare, era saltata fuori una serena sera di fine giugno umida da matti. Infine ci sedemmo a tavola, non eravamo in molti, Enea e io servivamo seguendo gli ordini di Teresa seduta a capotavola.
Come d'accordo Giulia arriv dopo un paio di giorni, un pomeriggio, mentre con Enea stavamo studiando matematica e leggendo il libro su Annibale.
Scesa dalla sua auto, si avvicin a Black che cominci a guaire. Lei lo accarezz e lui si calm.
Adesso saliamo in casa che ti do un'occhiata..., anche lei parlava ai cani. Probabilmente a tutti gli animali, visto il mestiere che faceva.
Subito dissi: Io per fargli salire le scale lo prendo in braccio... adesso si arrangia un po' da solo, ma di solito lo prendo in braccio, e a sentire il suo nome Black si alz e mi venne vicino.
Vengo anch'io a vedere la medicazione, Enea chiuse i libri tutto eccitato. Posso vero?
Certo che puoi, disse lei, io provai un fastidio improvviso, ma non dissi niente.
Quando arrivammo alla scala, aggiunse: Vai avanti tu con il cane, lascialo camminare, e pensai che non volesse sentirsi il mio sguardo addosso. Invece disse: Voglio vedere come se la cava Black con quella zampa a salire i gradini.
Siccome sapevo che sarebbe arrivata, nel pomeriggio avevo messo tutto perfettamente in ordine, come se dovesse arrivare la Pia che non me ne faceva passare una. Era tutto lavato e tirato a lucido. Avevo anche pulito il pavimento della cucina.
Lo medico qui, appoggi la borsa da veterinario sul tavolo, Black le si mise accanto.
Non stare cos vicino a me, Enea, lo ammon Giulia. Spostati un pochino pi in l.
Volevo vedere bene la ferita.
Uh..., protest lei, sorrideva ma non scherzava,
...devi fare come dico io, e Enea ubbid subito.
Io me ne rimasi appoggiato di schiena alla finestra aperta, guardando Giulia china su Black che gli sfasciava la zampa, esaminava la ferita, gli parlava, dicendogli che la ferita si stava rimarginando benissimo, che ci voleva un'altra fasciatura ma che scommetteva che sarebbe stata l'ultima, e Black scodinzolava e la guardava in un modo tale che non mi sarei stupito se, a un tratto, avesse acquistato l'uso della parola per dirle: ma sai che sei proprio in gamba! E non solo... pensai io.
Allora io vado, Black  quasi guarito, esclam Enea.
Ecco, bravo che te ne vai, avrei voluto dirgli. Invece lo salutai e basta. Rimanemmo io e Giulia, e Black. Con la sua fasciatura nuova Black si mise a girellare per la stanza zoppicando di meno, come se quello che gli aveva detto e fatto Giulia lo avesse convinto ad appoggiare la zampa senza timore di farsi male.
Quando potremo ricominciare a correre insieme, io e Black?
Diciamo tra una settimana, e intanto stava richiudendo la borsa da veterinario. La vedevo di profilo, aveva qualcosa che non riuscivo a descrivere. Le girai le spalle. Lasciai scorrere lo sguardo sul cielo tra i tigli, color tramonto.
Avrei voluto dirle qualcosa, trattenerla, invece la ringraziai e la salutai. Ci guardammo negli occhi, forse nemmeno lei aveva voglia di andare via. Invece fece una carezza a Black e si avvi.
Dopo un paio di giorni iniziai gli allenamenti e da quel momento Giulio cominci a pestare duro. Anzi, durissimo.
Certe volte, a pensarci, mi stupisco di non esserci rimasto secco.
Evidentemente l'essere umano ha pi risorse di quanto crede. Forza, energia, capacit di resistere alla fatica, che vuol dire resistere anche al dolore perch correre ti fa soffrire, ci vuole tenacia: tutte cose che non sapevo di avere e se non fosse stato per Black e per la corsa non avrei mai saputo. Insomma se non hai l'occasione di capire chi sei, e quali sono le tue qualit, finisce che vivi al disotto delle tue possibilit e questo lo trovo orribile. Cos mi sarebbe accaduto se non avessi mai incontrato Black. Non fosse stato per lui non avrei mosso un passo. Non fosse stato per lui non avrei mai scoperto quella che divenne la passione della vita mia: correre.
Non avrei mai scoperto la gioia di correre. In salita poi.
Con un allenatore cos coscienzioso come Giulio, imparare a correre  stata per me un'esperienza che, ne ero certo, avrebbe senz'altro entusiasmato il bisnonno. Quando stringevo i denti per non buttare la spugna, quando continuavo invece di crollare nell'erba, quando non mi lasciavo intimorire dai crampi. Allora ero sostenuto dallo sguardo del bisnonno, me lo sentivo sulla nuca, uno sguardo di approvazione, mi piaceva da matti quel furore anarchico che la corsa solitaria nella natura ti mette addosso e quella gioia selvaggia che provavo su per le salite con il cuore tra i denti.
Se scrivessi step by step le settimane del mio allenamento con Giulio ne salterebbe fuori un manuale sulle pignolissime tecniche da usare nella corsa, su come allenarsi per correre, su come correre per allenarsi.
La schiena diritta ma morbida, capito?
Ok, va bene, le prime volte pensavo a Black e non vedevo l'ora che riuscisse a venire con me.
S, perch il problema sono i tuoi addominali, mi rifil una scherzosa pacca sulla pancia. Pancia. Lo senti anche tu che sono mosci e non sostengono. Se penso che hai solo trentasei anni..., riprese lui crollando la testa, ...guardati! Hai la pancia e il sedere piatto, va mica bene.
Non avevo mai riflettuto sul mio corpo in quel modo.
I glutei sono muscoli che vanno rispettati. A forza di starci seduto sopra diventano frittelle... capito? Ma a quelli ci pensa la corsa. Noi concentriamoci sugli addominali.
Cos succedeva che Black stesse comodamente disteso e rilassato sotto i tigli a osservarmi comprensivo mentre anche io ero disteso ma sull'apposito tappetino e sudato fradicio, incalzato da Giulio che mi infliggeva una quantit di esercizi inimmaginabili per risvegliare i miei addominali dal loro lungo sonno.
Dai, cerca di arrivare a trenta, su uno... su due..., cerca di arrivare a quaranta, poi a cinquanta, non si fermava mai. Io a toccare con la fronte un ginocchio poi l'altro e lui accanto a me steso per terra - anche senza tappetino - che faceva gli stessi identici esercizi come nulla fosse, poi: Coraggio che ricominciamo da capo, e ammiccava incoraggiante.
Quindi per imparare il piacere di correre e correre con piacere - Giulio diceva sempre cos - non c'erano solo le camminate e le corse a schiantarmi, c'erano anche gli esercizi a rendermi gli allenamenti un inferno ma io non mi arrendevo.
Mi ero innamorato della corsa, costi quel che costi. Questa  la verit.
Black, non sai come mi sento i muscoli..., mugolavo la sera, schiantato sul letto, e la sola parola muscoli mi faceva rizzare i capelli tanto ero indolenzito. Black, ancora una giornata cos e forse muoio.
Ma no che non muori, mi disse bonaria Teresa una sera a cena. Lo sappiamo tutti che Giulio  molto molto accurato, ma far di te un corridore eccezionale, vedrai... e poi a stare all'aria aperta, a correre, a muoverti, non lo vedi che bella faccia che ti sta venendo?
Veramente quella ce l'aveva gi prima, ridacchi la giovane moglie del secondogenito di Pietro e si becc un'occhiataccia dalla suocera, ma ci fu una sgomitata anche tra le due ragazzine. Anche Enea mi confortava: Bravo signor Meo, ma lo sai che ogni giorno vai meglio?
Black, non trovo parole per descrivere che cosa significasse Black per me. Quando finivo gli esercizi mi saltellava intorno, mi stava festeggiando, ne sono sicuro.
Un'altra delle cose che faceva parte degli allenamenti con Giulio era il respirare col naso. Cio correre respirando non con la bocca. Altrimenti ti viene la bocca secca e non respiri pi. Si deve respirare con il naso quando si corre, ma mi era molto difficile. Giulio mi consolava raccontandomi che c'era gente che mollava il colpo dopo dieci minuti, di non preoccuparmi se mi accorgevo di non riuscirci, era sicuro che poco per volta ce l'avrei fatta.
Ma il cane... cio Black..., ci eravamo fermati Giulio e io vicino a un ruscelletto e mi sarei buttato in acqua tanto ero accaldato, ...il cane, scusa, quando corre respira con il naso?
Tu pensi sempre al cane!, sbott Giulio. Sei tu che devi respirare con il naso e pi che mai quando corri. Non con la bocca, capito? La bocca serve per parlare e per mangiare. Il naso serve per respirare. L'aria che entra dal naso permette una corretta ossigenazione dei tessuti e quando corri questo ti  indispensabile. Se non impari a respirare con il naso non impari a correre perch il rapporto respirazione corsa..., e prosegu a spiegarmi tutta la faccenda. Ma io non ci riuscivo, men che meno sotto la pioggia.
Un giorno pioveva, Black ormai era guarito ed era felice di venire con me a correre, ma quella mattina continuava a dormire, io dal letto sentivo il frusciare dell'acqua che qui nelle Langhe  musica. Cos mi dissi: oggi non si corre. Un po' mi dispiaceva ma un giorno di riposo perch no! Invece mi sentii chiamare da sotto: era Giulio! Sole, pioggia, neve, vento, con Giulio si corre lo stesso. E la pioggia quel giorno veniva gi lieve e fitta, uno spolverio incessante. Neanche dieci minuti dopo con Black davanti che fiutava ovunque, chiss, forse lepri o fagiani, trotterellavo a fianco di Giulio, con l'acqua addosso. Poi scattai in corsa cercando di respirare con il naso e Giulio accanto che si lamentava per la mia respirazione. Insistevo. Mi concentravo. Non pensavo a nulla se non a tirar dentro l'aria dalle narici riuscendo a percepire anche lodore dei prati bagnati, del muschio, cos intenso che pensai di diventare anche io verde come quello da cui ero circondato. E intanto correvo, schiena diritta ma morbida, rivedendo in continuazione la mia postura, attento a come mettevo gi i piedi, e Black davanti a me se ne andava avanti e indietro al galoppo senza alcun altro pensiero per la testa se non godersi la corsa.
Eppure fu proprio quel giorno che d'un tratto scoprii, non so per quale magia, che respirare con il naso mentre corri - e fa niente se piove, anzi - ti porta un sollievo infinito, come immagazzinare energia invece di perderla, e mentre respiravo in questo modo che mi stava diventando naturale, sentii di avere le ali ai piedi. Una sensazione inebriante. Con la pioggia che mi scivolava gi per la schiena e mi grondava per la faccia riuscii a correre su per la salita senza fermarmi a met come mi accadeva di solito. Arrivai sparato fino in cima con la leggerezza di un angelo. S, proprio di un angelo, e quando mi fermai non avevo quel tremendo fiatone, da non crederci!
Guardai Giulio e ridevo.
Bravo!, detto da Giulio e con quel piglio era un dieci pi. Proprio bravo! Eravamo su un'altura e c'erano intorno alcuni alberi tra cui uno gigantesco. Giulio mi disse che era un rovere, della famiglia delle querce, aggiunse. E mi disse di andare ad abbracciarlo.
Scusa, ho capito bene? Abbracciarlo?, stavo saltellando per non raffreddarmi. Abbracciarlo? Chi? L'albero?
Esatto. Se non sai che cosa sia un albero fattelo dire da Pietro. Lui ti spiegher. Intanto vai l e abbraccialo. Dobbiamo festeggiare quello che sei riuscito a ottenere oggi. Da oggi, vedrai, la salita avr un altro sapore, Mark. Festeggiamo con un rito. Il mio rito, quando raggiungo un obiettivo  abbracciare un albero. Lo ringrazio. Ringrazio questa natura che mi sta intorno e mi  vicina nel mio correre. Ti passo questo rito, seguilo anche tu. Oggi in un certo senso sei stato come una pianta, un animale, in armonia ed equilibrio con te stesso, il tuo dentro e il fuori si compenetravano, saltellava anche lui mentre mi diceva tutto questo. Ti sei finalmente fatto questa salita venendo su come fa il tuo cane..., e Black si mise subito a scodinzolare tutto contento, ...come fa il tuo cane che misura le forze e centellina le sue energie, ed  totalmente parte della natura, capito? Vai dall'albero, vedrai,  un po' come entrare in chiesa.
Quando fui sotto le fronde del rovere, o quercia, che mi proteggevano dalla pioggia, in effetti mi sembr di essere entrato in un santuario. Quello che stavo provando mi riport in un istante alla memoria quando con il bisnonno entrammo nella chiesa di Rye, deserta, con l'immenso pendolo simbolo del Tempo. Dentro c'era buio e silenzio, pioveva anche quel giorno, e il bisnonno mi disse che il silenzio era profondo perch gli di stavano parlando tra di loro e non bisognava disturbarli. Diceva gli di, anche se si era gi convertito al cattolicesimo.
Abbracciai il tronco. Era umido. Cercai di pensare alla linfa che lo percorreva, alle foglie che stavano macinando clorofilla per trasformare la luce in zucchero, grossomodo, mi ricordavo ancora qualcosa delle lezioni di botanica. Sentivo il crepitio della pioggia nel silenzio. Probabilmente, pensai, anche qui il silenzio circonda gli di che stanno chiacchierando. Black mi aveva seguito e si era accovacciato con la schiena contro il rovere. Fermo. In attesa anche lui di non so che cosa. Abbracciai pi forte il rovere. In fondo tra te e me c' solo una differenza, dissi, che tu peschi sotto terra i tuoi nutrimenti e nel cielo le tue relazioni, io no. Ma entrambi abbiamo dentro quella cosa per cui nasciamo, viviamo e moriamo, uguale precisa identica. Questo  il cuore della faccenda. Il resto sono dettagli.
Non mi sarebbe mai venuto in mente di dire una cosa del genere a un albero se fossi rimasto a Londra.
Parli con il rovere?, Giulio si avvicin saltellando sotto la pioggia.
Ci provo.
Se ascolterai bene sentirai la risposta.
Appoggiai l'orecchio alla corteccia ruvida e quasi pungente. Anche Giulio venne ad abbracciare il rovere, anche lui appoggi l'orecchio alla corteccia.
Hai sentito qualcosa?
Io, niente, e tu?
Neanch'io.
Dobbiamo esercitarci, siamo ancora troppo umani, rise lui, ma adesso via di corsa prima che ci si ghiaccino i muscoli, e incominciammo a scendere sotto la pioggia, attenti a non scivolare, oppure il rovere non aveva voglia di raccontarci niente, disse ancora. Pietro dice che anche le piante hanno i loro umori, i loro stati d'animo, come noi, come gli animali.
Black  sempre di ottimo umore.
Vuol dire che con il suo padrone  del tutto felice.
Non dissi niente, chiedendomi se anche io fossi davvero felice.
Sono io il suo padrone, ma  come se a volte fosse lui quello che comanda, e intanto mi chiedevo da dove arrivasse la sua felicit, visto che io, ancora, la stavo cercando.
Avevo ragione nel dire che nella coppia formata da Black e me, era lui a fare da guida. C'erano i giorni in cui non mi allenavo con Giulio. In quei giorni mi allenavo per conto mio. Uscivo al mattino presto, alla solita ora, sole o pioggia o vento fa niente, e trotterellavo verso il sentiero. Black subito mi si metteva davanti e io lo seguivo. Conduceva lui. Non mi preoccupavo di dove mi stesse portando, e neanche di riconoscere i luoghi, di memorizzarli per controllare la mia posizione e tornare sicuro a casa. Lo seguivo, lungo gli itinerari che gli saltavano in testa e sembrava che conoscesse anche le esigenze del mio allenamento perch ogni volta incontravo rettilinei pianeggianti, poi salite, poi discese e di nuovo rettilinei, insomma il percorso variato che sceglieva anche Giulio, tra filari di viti, nei boschi, costeggiando i prati, lungo le coltivazioni. Certe volte Black infilava anche le strade asfaltate dove correre  davvero niente male, l'asfalto rimanda il piede in modo diverso, pi leggero, e mi piace correre lungo il bordo strada, lungo la riga bianca. Quando vado cos penso che potrei anche non fermarmi pi, che potrei anche arrivare al Polo Nord.
 lui la mia guida, tu non immagini, mi fido totalmente di lui. Mi porta lontano, anche vari chilometri, ormai con tutti gli allenamenti fatti con Giulio vado forte e lontano, Black lo sa ed  come se calcolasse i tempi restando entro l'orario massimo di un allenamento intenso. A un certo punto si ferma, mi guarda, torna indietro, magari senza neanche fare la stessa strada e dopo un po' sono di nuovo a casa, e questo lo stavo raccontando a Cristina da cui andavo regolarmente il marted e il venerd alle sei del pomeriggio per imparare a far da mangiare. Non trovi che sia un cane fantastico?, eravamo nella sua cucina e io ero ai fornelli.
Dopo che ero tornato da Londra l'avevo cercata e le avevo detto che s, imparare a cucinare con lei era proprio una buona idea.
Attento che stai bruciando le cipolle, mi avvert. Non era la prima volta che pazientemente si sorbiva l'entusiastico elenco delle qualit di Black.
Giusto..., e subito, come mi aveva insegnato, aggiunsi un pelo di acqua calda alle cipolle che avevo tagliato sottilissime e che stavo imbiondendo e continuavo a rimestare.
Comunque  incredibile come capisca che sto parlando di lui, lanciai uno sguardo al mio cane, che scodinzolava disteso comodo in un angolo. Ci avevo messo un bel po' a convincere Cristina ad accoglierlo in casa: Non faccio entrare il mio, figurati se faccio entrare il tuo, il suo argomento era stato questo. Cos le prime volte Black aveva dovuto rimanere fuori dalla porta ma ogni due minuti andavo ad affacciarmi per assicurarmi che fosse tranquillo. Ho bruciato non so quante volte le cipolle e anche il resto. Alla fine Cristina aveva ceduto e Black era entrato trionfalmente in casa seguito dallo sguardo incupito del cane di Cristina, dal fondo del cortile dove era alla catena. Ma quando avevo chiesto a Cristina di liberarlo perch quella catena mi sembrava una crudelt, lei aveva dichiarato: Se vuoi lo libero ma ti salter addosso e forse ti morder perch  un cane da guardia e non tollera gli estranei.
E allora lasciamo perdere, ma sai... ora che ho conosciuto Black vorrei fare amicizia con i cani in generale. Una volta mi terrorizzavano, avevo una specie di fobia, come quelli che hanno paura dei ragni..., e intanto aggiungevo i pomodori che avevo pelato e tagliato accuratamente in pezzetti identici. Cristina diceva che ero troppo pignolo per essere davvero un bravo cuoco. S, ora i cani mi incuriosiscono, e Black....
Smettila di chiacchierare quando cucini, tagli corto lei, non ne poteva pi di sentir parlare di Black, credo. Che cosa hai ancora nel tuo menu oggi? Mi aveva insegnato le basi, i fondamenti, poi era passata a ricette pi o meno semplici, alcune mi riuscivano, altre no. Avevo per imparato la carne all'albese cio carpaccio di vitello lasciato a cuocere nel limone e poi condito con sale, pepe nero, olio e tartufo bianco, se c', senn pazienza. Comunque eravamo arrivati al punto in cui ero in grado di proporre ed eseguire da solo il men. Il venerd ormai toccava a me e mi fermavo a cena con Cristina e Giulio.
Stasera spaghetti all'arrabbiata. Questa sera con i pomodorini dell'orto di Pietro, spesso ci lavoro anche io, te l'ho detto, no? Oggi l'ho aiutato a raccoglierli e... sentirai!
E per secondo? Dopo gli spaghetti?
Beh, un piatto di spaghetti all'arrabbiata come cena mi sembra pi che sufficiente.
Comodo!, protest lei.  perch i secondi ti riescono ancora male, vero?.
Di spaghetti comunque ne faccio dei bei piattoni..., io con tutto quel correre avevo una fame da lupo.
Apparecchiai fuori, ero incaricato anche di questo. Fuori cio al tavolo sotto la pergola, davanti alla cucina: piatti, forchette, coltelli, bicchieri, vino, acqua che tanto non la beveva nessuno ma la mettevo lo stesso, pane, non dimenticavo niente. Era un tramonto straordinario come lo sono qui nelle Langhe e le strisce di rosso che bordavano le colline mi incantavano. Preparai anche il cibo per i cani, a Black porsi io la ciotola, Cristina pens al suo.
Gli spaghetti erano squisiti, lo disse anche Giulio che era un buongustaio, che con una donna come Cristina, cuoca eccellente, si era abituato a mangiare come un re. Accendemmo le candele quando scese l'oscurit, si sentivano i grilli, e anche l'usignolo. Ormai avevo imparato a riconoscere il canto degli uccelli, sembra incredibile ma riuscivo a distinguere l'usignolo dal merlo.
Sapete dove mi ha portato oggi Black?, e versai nei tre bicchieri un altro rabbocco di rosso.
Nooo, ancora il cane..., sospir Cristina.
Racconta invece, Giulio alz il bicchiere per brindare l'ennesima volta, lo sai che come allenatore voglio sapere quello che fai e dove arrivi quando sei solo.
Vado dove mi porta Black, bevvi anch'io qualche sorso, e oggi mi ha fatto scoprire una cosa davvero straordinaria.  stata lunga perch ho dovuto macinarmi non pochi chilometri, lui andava e io dietro, sali e scendi, ma ci siamo fatti anche dei percorsi lungo il crinale delle colline, poi siamo passati per paesi di cui posso farvi l'elenco dei nomi...
Lascia perdere, protest Cristina.
Continua, disse Giulio.
Io andavo tra i filari, poi di nuovo su in salita e vai e vai, mi stavo preoccupando, Black non si fermava pi, andava e andava, aveva in testa una meta e io lo seguivo...
Stringi!, sbuff Cristina ma rideva. Si volt verso Giulio: Ma questo qui da quando si  messo a correre si  messo anche a parlare. Non sta mai zitto. Me lo ha detto anche Teresa... prima non parlava mai, e adesso...
Posso continuare?, ma non ero seccato, mi sentivo troppo bene. Poi adoravo tutti quei grilli, nelle sere estive, che mi facevano da sottofondo. A un certo punto arrivo a un paese, Diano d'Alba, giusto?
Fammi indovinare..., Giulio si sporse verso di me,
Black ti ha fatto scoprire le panchine giganti!
Panchine? Vuoi dire che ce ne sono altre? Che non c' solo quella?
Mi aveva lasciato di stucco! Mai avrei immaginato che a qualcuno potesse venire in mente una cosa del genere, e mai avrei potuto immaginare che quella sarebbe stata la prima che avrei incontrato, che ce n'erano altre, tante altre! Accadde quindi che durante la salita verso Diano d'Alba mi si par davanti a un certo punto il cartello con la scritta Big Bench, esattamente cos, e gi mi stupii di quella scritta che in inglese significa Grande Panchina. Che strano, mi dissi, in inglese? Poi la vidi e rimasi stupefatto: proprio una panchina ma immensa. Dipinta di rosso, su un poggio, al culmine dei filari di viti che percorrono questo territorio a destra e sinistra e dall'alto in basso. Mi dissi che avevo un'allucinazione, che correre mi stava facendo qualche scherzo alla vista, che non esistono panchine di quelle dimensioni. Black and a buttarsi per terra proprio ai piedi della panchina con i sostegni dipinti di bianco. Lui, lingua penzoloni, mi guardava soddisfatto, mi stava dicendo probabilmente: visto dove ti ho portato? Toccai la panchina, era vera, alta, molto alta e non era un'allucinazione. Allora mi ci arrampicai e mi sedetti. No, incredibile, su quella panchina da gigante, fiabesca, mi sentii diventare piccolo. Un bambino con tutta la meraviglia e il senso della scoperta che si riesce ad avere dei bambini. Chiudendo gli occhi mi sentivo come me stesso a nove anni con il bisnonno seduto vicino a me. Fantastico! Ma mi accadde un'altra cosa davvero notevole ed  che provai un'emozione profonda mentre lasciavo scorrere lo sguardo lungo il paesaggio che da questa panchina magica mi si apriva sotto gli occhi. S, proprio cos, mi emozionai e mi venne in mente quella prima volta quando mi fermai con Pietro vicino alla Cappella del Barolo, lui incantato dal paesaggio che pure conosceva a memoria, io che non riuscivo ancora a vedere niente del mondo che mi circondava e sbuffavo per la fatica di andare a piedi. Del tutto indifferente, da non credersi, a panorama e paesaggio! Ora non  pi cos, per mia fortuna, e mentre sulla panchina da giganti ero l incantato a bermi, letteralmente, tutto quello che il limpido paesaggio mi stava offrendo con le sue colline ondulate, si avvicin qualcuno, un uomo anziano. Si arrampic anche lui. Per un po' rimanemmo vicini e in silenzio, incantati a guardare il mondo. Arrivava un suono di campane, gi dalla valle. Il sole era caldo. Gettai un'occhiata a Black, sotto di me. Si era addormentato. Poi l'uomo mi indic una montagna stretta dalla cima innevata nella cerchia dell'orizzonte: Lo vede quello? Quello  il Monviso, il Po nasce proprio da l. Ha presente il Po?, mi scrutava non convinto: Lei  straniero, vero? Annuii: S, ma conosco l'italiano e so qualcosa sul Po. Non comment il mio accento, bont sua, ma prosegu: Dal Monviso dicono che sia passato Annibale con le sue truppe e i suoi elefanti per andare a prendersi Roma... Si volt a guardarmi, serio, aveva i baffi e un piglio autorevole: Lei ha presente Annibale? Annuii, s l'avevo presente, eccome. Conoscevo anche Annibale oltre al Po. Sembr soddisfatto e si mise a parlarmi di vino.
Vino, capite?, e continuai a riversare nelle orecchie di Giulio e Cristina il mio racconto sulla scoperta della panchina di Diano d'Alba e sull'incontro con il signore anziano, produttore di dolcetto come mi disse poi. Mi spieg per filo e per segno i segreti della coltivazione delle vigne, su cui adesso non mi dilungo...
Ecco, bravo, sbadigli Cristina.
S, per mi spieg che la panchina gigante di Diano d'Alba era stata dipinta in rosso rubino perch questa  la zona del dolcetto che ha proprio quel colore, mi raccont come si fa la vendemmia e anche del torchio da uva... mi raccont anche che Gutenberg, cio quello che invent la stampa, la invent usando proprio un torchio da uva, lo sapevate?
No..., sospir Cristina, questa non la sapevo, pensa un po'..., e si appoggi alla spalla di Giulio. Le candele stavano guizzando. La serata stava per finire. Giulio inizi a parlarmi delle panchine giganti, e mi raccont un sacco di cose, quante sono e dove sono e chi le ha inventate e perch sono state messe nei punti in cui si trovano, scelti con ingegno: ognuna di esse offre una sosta indimenticabile nel magico territorio delle Langhe. Disse proprio cos: magico territorio delle Langhe.
Prima di andarmene sparecchiai, rigovernai, misi tutto in ordine e salutai Giulio con cui l'indomani sarei andato ad Alba a comperare delle nuove scarpette da corsa. Poi mi avviai, con Black al fianco, attraversando i prati per tornare a casa, sotto un gran cielo stellato.
Beh, ero felice. Continuava a rigirarmi per la testa quello che mi aveva raccontato Giulio. Panchine giganti sparse per il territorio. E ogni big bench si affaccia su un panorama sorprendente. Panchine quindi situate in alto. Ognuna in cima a una salita. Pi ci pensavo e pi la faccenda mi sembrava affascinante. Intuii che dalla mia passione per la corsa stava fiorendo un'idea. S, proprio un'idea che avrebbe potuto essere molto pi di una sfida.
Anzi, a pensarci, non aveva niente a che fare con una sfida.
...
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Capitolo Quattordici.
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C'era ancora ombra tra i cespugli e nel folto degli alberi. Odore di erba umida e foglie. Gli uccelli cominciavano a svolazzare chiamandosi. Infilammo il solito sentiero, poi Black si mise in testa e io gli andai dietro.
Ormai sapevo che correre non significa solo correre, ma un sacco di altre cose. Giulio dice che quando corri non devi star l a ruminare, ma devi guardare. E io avevo imparato a guardare. Ormai numi tutelari del mio correre erano prati e boschi, filari di viti e crinali di colline, erbe ai bordi di salite e discese, fiori di campo e noccioli, tanti noccioli e alberi da frutta e anche il volo dei falchi in alto, riconoscevo le loro strida. Insomma vedevo finalmente il mondo intorno a me, lo vedevo, lo annusavo, ne ascoltavo i suoni e anche il tatto aveva la sua parte, le ruvide cortecce quando mi fermavo ad abbracciare un albero, il rito di Giulio. Rimuginare meno, o anche niente, e guardare di pi, ma riflettere, meditare, sgomberare la mente, osservare la propria vita da angolazioni diverse. Giulio diceva che questo lo puoi fare mentre corri le tue belle falcate nella natura. Era vero. Cos tutto quello che succedeva nella mia mente mentre correvo matur il suo significato. A forza di correre e correre avvenne una trasformazione, di cui mi accorsi: poco per volta stavo cambiando, ma tanto. Dentro e fuori. Non ero solo io a dirmelo, me lo dicevano anche gli altri.
Correvo e sentivo cambiare il mio corpo. Sentivo nuove braccia, gambe, schiena, glutei, piedi - incluse le bolle che mi venivano correndo - sentivo che la pancia stava sparendo. Dimagrivo. Cambiava il mio modo di pensare, di guardare il mondo e la gente, perch stavo imparando non solo a correre ma a far da mangiare, a fare amicizia con gli altri e soprattutto - soprattutto! - a diventare compagno di strada, corsa e vita di Black. E questa di aver un cane per amico dell'anima rimane un'esperienza e un'emozione straordinaria. Ho imparato a essere umile, perch quando corri sai che non puoi ottenere tutto e subito, quella bastardissima salita la affronti non so quante volte prima di arrivare in cima in una volata sola, i tuoi progressi li fai poco per volta e devi essere costante, come mi consigliava Giulio.
Un giorno ero al bar di Beppe, reparto pranzo, non avevo voglia di far da mangiare e avevo invitato Pietro, gli raccontai la nostalgia che mi aveva tormentato appena sveglio.
Ma che sogno era?
Rifilai un pezzetto di pane a Black che se ne stava accucciato vicino a me, bevvi un altro sorso di vino.
Un sogno di quelli che ti svegli e stai male anche se pensi che di quella persona ormai non ti importa un granch. Invece non  vero, sotto sotto ti importa, perch altrimenti non proveresti all'improvviso una nostalgia bestiale, mi spiego?
S, ma che sogno era?
Cos gli raccontai il sogno, che riguardava in parte Susan, in parte Londra, il mio passato, ma era un sogno confuso e abbassai il tono di voce: mi ero accorto che i due vicini di tavolo rizzavano le orecchie per seguire quello che dicevamo. E io parlavo piano, mentre Pietro ascoltava sporgendosi verso di me, e alla fine disse: Ma s, certi sogni, perch cazzo ti diano emozioni cos forti non l'ho mai capito!
Annuii. Avevo vuotato il sacco. Non avevo pi niente da dire...
Mica ti metti a piangere adesso, fece Pietro sottovoce.
Rimanemmo zitti, anche perch nel frattempo avevano portato il vitello tonnato che esigeva un ossequioso silenzio. Squisito!
Vedi, ripresi dopo un po', a me correre ha insegnato a guardare le cose da un altro punto di vista. Mentre sei l che vai, hai tutto il tempo per riflettere su te stesso e sulla tua vita... e ho capito che il rapporto che avevamo Susan e io era veramente un disastro. Io ti guardo, con Teresa, vi vedo che avete sempre tanto da dirvi, vi sento che siete complici, vicini e che... ma s, Pietro, anche se non siete pi due ragazzi vi piacete, si sente, sai... Susan e io eravamo due mummie. Ecco la verit. E allora mi dico, perch diavolo ogni tanto mi becca questa furiosa nostalgia?
Sei stato con lei degli anni. Mica un paio di mesi. Qualcosa conta, no?
Eppure non so se ci tornerei, proprio non lo so, anche se oggi ci sto male.
Te la vedi Susan qui? A vivere come stai facendo tu?
No. Per niente
Hai voglia di averla qui?
Mah, non lo so, sono sincero.
Hai voglia di tornare a Londra?
Questo no. Assolutamente no.
E come pensi al tuo futuro qui?
Non penso al futuro. Penso al presente. Il mio presente mi sembra fantastico.
Non mi pare che Susan c'entri con il tuo presente.
No, infatti.
Quindi ti fermi qui. Questo mi fa molto piacere. Ma come vivrai?
Guadagnavo molto bene. Ho via dei soldi, per un po' me la cavo anche se pago cifre davvero forti per la casa e il resto. E poi do dei soldi ai miei.
Hai dei genitori a cui mandi soldi?, si stup.
Lasciamo perdere, mi pentii dell'accenno.
Scusa, non volevo cacciare il naso, non lo faccio in genere, per se vuoi un consiglio, visto che pensi di fermarti, prima o poi devi cercarti un lavoro. Un uomo deve lavorare. D'accordo, mi aiuti nell'orto. Ma non  un lavoro. Per adesso pensa a correre, poi per...
Andammo al bar a berci una grappa, per una volta mi concessi uno strappo. Black spar in cucina e quando torn si leccava i baffi. Non stetti a indagare.
Poi dissi a Pietro che riguardo la corsa mi stava venendo in mente un progetto e cio che volevo darmi degli obiettivi invece di andare ogni giorno a percorso aperto, diciamo cos. L'idea era ancora in germoglio.
Sarebbe?
Non so, un'idea che mi sta frullando... le panchine, per esempio, quelle giganti. Un obiettivo, capisci? Ora che ho una buona resistenza, ora che sono ben allenato...  chiaro che ormai della corsa non posso fare a meno.
Tra l'altro le panchine le hanno tutte messe in punti panoramici, da cartolina.  che molte sono parecchio lontane da qui.
Va beh, vediamo... poi un altro progetto  che vorrei invitarti a pranzo da me. Voglio incominciare a cucinare per altre persone.
Guarda che sono abituato bene, avvert lui.
Vedr di cavarmela. Sai perch? Voglio esercitarmi perch prima o poi voglio cucinare io alla sera da voi, a casa vostra, e fare io un gran pranzo per tutta la famiglia. Mi piacerebbe. Da Cristina cucino spesso io e Giulio non si  mai lamentato.
Giulio si lament mezz'ora dopo invece, quando arriv in bicicletta, eravamo d'accordo di andare a Alba a comperare le scarpe e io volevo andarci in furgoncino per portare anche Black.
Ma come sarebbe a dire in furgoncino..., ed ecco la lamentela di Giulio. C' la moto, non la usi pi, va bene che hai da correre, ma io calcolavo di farci una volata, insieme,  un bel po' che mi avevi detto che saremmo andati in moto...
Cos Giulio si fece prestare il casco da Pietro, io andai a prendere le chiavi, scomodai il gatto dal sellino e quando avviai Dolly mi voltai verso Black che sedeva davanti alla porta di casa, sbalordito che osassi mollarlo.
Ehi, guarda che torno presto.
Niente scodinzolata. Rimase immobile. Di pietra.
Black, dai... per una volta aspetti qui.
Ti muovi o stai a parlare con il cane?, mi incit Giulio dietro di me.
Arriv Enea tutto allegro: Vai che al cane ci penso io... ci faccio un giro, me lo porto e ci gioco a palla... tu vai, sedette accanto a Black, lo abbracci, cos io ingranai la marcia e via! Enea ormai stravedeva per me nonostante la famosa faccenda della fionda. Alla fine gliel'avevo ridata e basta facendomi promettere che non l'avrebbe usata per spaventare gli uccellini. In cambio gli facevo anche lezioni di matematica, e ripassavamo insieme anche la storia e la geografia, l'unica cosa che avevo rifiutato, almeno per il momento, era di insegnargli come diventare un mago con il computer, come diceva lui. Per consolarlo ogni tanto gli regalavo dei libri, andavo a prenderli nella libreria di Viola.
Dopo le scarpe devo comperare un libro, avvertii Giulio sollevandomi la visiera del casco.
Ferma l in fondo. Ci siamo, il negozio di scarpe lo aveva deciso lui, perch io non conoscevo i segreti delle scarpe per runner. Quando scendemmo dalla moto mi disse: Non ti ho mai spiegato che cosa significhino le scarpe da corsa..., e mentre sistemavo Dolly, mettevamo i caschi nel bauletto e ci incamminavamo verso il negozio, inizi a spiegarmi: Non devi star l a vedere se a occhio ti piacciano o no, come fai di solito con le scarpe di ogni giorno, in questo caso ci sono altre cose che contano.
Per andare a comperare delle scarpe con Giulio bisogna aver fatto un corso di pazienza. Inarrestabili entrambi, lui e l'espertissimo proprietario del negozio, un tipo aggressivo che per prima cosa mi disse: Non credere di venir qui a comperare delle scarpe che ti fanno andare pi veloce, mi spiego?, io mi ero stretto nelle spalle, assicurando che non avevo nessuna pretesa e aggiunsi: A me non importa di andare veloce, a me importa di andare. E lui, ridacchiando come uno che la sa lunga: Sentitelo, ma chi ci crede... ma lo sai che scarpe che ti fanno andare pi veloce non esistono? Esistono l'impegno e la costanza, ricordiamocelo.
Parole degne di zia Daphne. Intanto avevo gi adocchiato su uno scaffale un paio di scarpe rosse che mi piacevano.
Tra Giulio e il proprietario, di nome Max, fu un sermone su cosa dovevo privilegiare e cosa evitare riguardo una scarpa, termini incomprensibili come drop, mesh, foam, disquisizioni sulla larghezza (il piede deve muoversi), lunghezza (occhio alle unghie nere per la discesa) eccetera eccetera e quando indicai le scarpe rosse e dissi che avrei voluto quelle: Ma figurati! Non vedi che hanno il toe spring elevato?, Giulio se le rigirava in mano, la punta  troppo alta, non vedi? Questo significa che il tuo alluce...
S, ho capito, ma le vorrei provare. Magari me le sento comode. Regola numero uno  che le scarpe te le devi sentire tue, no?
E va bene, provale, sbuff Giulio.
Vai a testarle sul tapis roulant, ordin Max puntando l'indice. Coraggio.
Camminai e camminai, poi mi misi anche a correre, poi di nuovo camminai, quelle scarpe rosse mi sembravano perfette.
E invece penso che il tuo alluce non appoggi bene a terra, protest Giulio, e se non fai lavorare l'alluce ti giochi una corretta biodinamica, credimi, e intanto informava Max del mio livello di preparazione, del tipo di allenamento che seguivo, della mia salute, del mio peso, altezza, capacit di concentrazione, attenzione... Tutto indispensabile per la corretta scelta della scarpa. E alla fine Max disse: Guarda queste..., mi mise sotto il naso un paio di scarpe nere come il carbone. Queste hanno tutte le doti di cui hai bisogno secondo quanto dice Giulio, e penso che di lui ti fidi ciecamente, parlava tutto d'un fiato.
Malvolentieri mi cavai le scarpe rosse. Giulio ne afferr una: Non vedi che non sono sufficientemente flessibili? La flessibilit  indispensabile per non forzare il piede... e via cos per non so quanti minuti.
Infilai le scarpe nere e andai a testarle sul tapis roulant, con quei due che mi osservavano mani sui fianchi. Giudici implacabili. Non ne potevo pi.
Non vanno, scesi dal tapis roulant. Non le sento mie, sedetti e le tolsi. E poi hanno un'aria... torva.
Una che cosa?, Max mi si par davanti.
Torva. Lugubre. Sono scarpe lugubri.
E questo che cosa c'entra?, fece Giulio indignato.
C'entra. Correre  una gioia. Le voglio rosse color gioia o vado avanti con le mie vecchie e fa niente se sono un po' sfasciate.
Quando uscimmo dal negozio Giulio aveva il muso lungo, ma io avevo sottobraccio le mie scarpe rosse e tanto bastava! E fa niente se avevano la suola sottile, e cio quando corri senti ogni grinza del terreno, a me andava bene cos, Giulio invece non riusc a trattenersi: Vedrai che tornerai a prenderti quelle nere!
Intanto andai a prendere un libro per Enea nella libreria di Viola. Lei c'era, aveva cambiato pettinatura, con i riccioli sulle spalle. Aveva una delle sue solite ampie scollature e il sorriso fino alle orecchie: Guarda chi si vede... il nostro Mark..., mi abbracci ridendo.
Sorrisi liberandomi dalla sua stretta un po' eccessiva.
Scelsi un libro di avventura mentre Viola parlava con Giulio, poi mise sulla porta il cartellino sono al bar di fronte e andammo a farci un bicchiere.
Domani ci do un taglio, assicurai brindando, oggi ho esagerato, vino a pranzo con Pietro, poi la grappa, adesso qui...
Domani con le tue scarpe nuove rosso fuoco avrai il tuo bel daffare, pronostic Giulio, poi finalmente benevolo: comunque se te le sentivi bene addosso hai fatto bene a prenderle.
Al ritorno tagliai per certi viottoli, me la godevo in moto, era dal viaggio a Londra che non ci andavo, ma allora me l'ero goduta poco. Ci eravamo alzati la visiera del casco e passavamo tra i filari di viti, era un tardo pomeriggio sereno, il caldo si era smorzato e nell'aria c'era quell'odore di erbe e di verde di cui non posso pi fare a meno. Lasciai Giulio da Cristina, poi me ne andai in giro fino a imboccare una strada secondaria per Neive, avrei voluto andarmi a guardare la panchina gigante e il percorso per arrivarci correndo. Ci provo domani con Black, pensai. E subito girai la moto e tornai verso casa.
Quella sera ci mettemmo a parlare delle panchine giganti. Pietro mi raccont dell'artista americano che aveva realizzato il suo grande progetto: qui nelle Langhe, c'erano pi di centocinquanta panchine sparse nel territorio, identiche come materiale e dimensioni, immense ma di colori diversi e dai diversi significati. E nel Monferrato ce n'erano altre.
Sono come dei punti fermi, custodi del territorio, della nostra fatica ad aver tirato fuori da queste colline i terrazzamenti su cui far scorrere i filari, e il nostro vino. Le panchine le vedo cos, io. Come ti ho detto sono tutte in punti panoramici, per arrivarci ti fai delle gran belle salite.
Non  un caso che per me sia una gran soddisfazione correre in salita... qual  il punto pi alto delle Langhe?
Mombarcaro, proprio su un cocuzzolo. Non  lontano da qui.  circa a novecento metri di altitudine, non c' una panchina. In compenso da l si pu vedere il mare.
Il mare..., e mi vedevo con Black scendere verso il mare e correre lungo la spiaggia, poi buttarci tra le onde... me la vedevo, la scena, la sognavo a occhi aperti. I labrador adorano l'acqua e mi sarebbe piaciuto molto vedere Black nuotare.
Ehi, ti sei incantato?, tese il bicchierino vuoto per un rabbocco. Me lo sai dire quale sarebbe il tuo obiettivo, quello che riguarda le panchine giganti? Che cosa hai in testa?
Non so, un percorso... una specie di maratona, qualcosa di epico, capisci? Qualcosa di importante, di memorabile, che annunci qualcosa...
Qualcosa cosa?
Non so. Qualcosa come la sensazione di pagare un debito, come un ringraziamento... o forse un pellegrinaggio ma con un senso cos... non so, devo pensarci.
In quel periodo aiutavo Pietro in vari lavori. Quando ero arrivato qui, non ero neanche capace di piantare un chiodo e Pietro mi aveva insegnato tutto, stupito della mia totale incapacit di usare le mani. L'unica cosa che sapevo fare era arrangiarmi con qualche problema di Dolly. Per il resto, zero. Poco per volta stavo imparando: sapevo tirar su un muretto, sapevo riparare una porta e una finestra, anche le persiane, sapevo imbiancare e stuccare, riparare un'anta che non si chiudeva, riverniciare un mobile, costruire una conigliera, sapevo tagliare l'erba e lavorare nell'orto. Stavo imparando davvero molto. Io che non mi ero mosso dalla mia supersedia ergonomica per molti anni se non per sedermi sul sellino di Dolly! Adesso ero realmente in grado di affiancare Pietro nel tirar su lo steccato che gli serviva per proteggere i pollai e le conigliere. Sgobbai forte e in silenzio, quel pomeriggio. Continuammo anche quando scese una pioggerellina di traverso.
E intanto parlavamo, Pietro e io, del mio ipotetico itinerario tra le panchine giganti e il progetto diventava sempre pi concreto.
Ma come te lo immagini il tuo percorso magico? Raggiungi una panchina gigante, poi torni indietro qui a casa a dormire e il giorno dopo punti su un'altra?
Non lo so. Non mi pare che debba andare cos... dovrebbe essere un solo percorso da una all'altra...
Comunque non farai che correre a quanto ho capito. Correre.
Guardate che cosa ho portato, alla fine della cena, qualche giorno dopo, Enea si alz. Undici anni raggianti. L'orgoglio di uno che in fatto di sorprese, porca miseria, la sa lunga! Sventol in aria quello che teneva in mano. Un libretto, mi sembr, o un fascicolo. Indovinate per chi ...
Per me!, prov una delle cugine di Enea.
Nossignora,  per lui, Enea si volse verso di me, che sedevo vicino a Teresa e avevo Black accucciato ai piedi. Per il signor Meo, accenn ironico un inchino cerimonioso.
Piantala di chiamarlo cos, lo sgrid Teresa. Il Meo era uno del mio paese che... lasciamo perdere.
Ok  per Mark, Enea spost bicchieri e piatti facendosi spazio sul tavolo. Stese un grande foglio che aveva tutto l'aspetto di una carta geografica. Accost le lanterne. Guardate qui...
Sarebbe?, Pietro si infil gli occhiali.
La carta delle panchine giganti nelle Langhe, annunci. Gli brillavano gli occhi. Esultava. Tutti i posti dove si trovano. Tutti i sentieri per arrivarci. Tutte le salite e le discese. Non sono un genio?
Tutti zitti. Mi guardavano. A un certo punto si sentirono solo i grilli. Un coro.
S, sono un genio, Enea pass una mano sulla carta per spianare le grinze: E adesso, Mark, lo tracciamo il tuo percorso magico?
Subito tutti si sporsero per affacciarsi sulla carta punteggiata dai luoghi delle panchine giganti e incominciarono a dire la loro.
Avevano deciso che mica poteva essere solo affar mio scegliere il percorso di un'impresa del genere! Bisognava farlo insieme.
...
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Capitolo Quindici.
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La gente delle Langhe  particolare, a partire dalla famigliona di Pietro. La gente delle Langhe ti mette un segno addosso e non te lo levi pi. Non desideri neppure levartelo, del resto. Conoscendo tutte queste persone e tutte le loro storie ho imparato un sacco di cose della vita, cose che non impari se stai tutto il giorno seduto davanti a un computer rincorrendo sullo schermo un esercito di numeri.
Comunque eccoli l, uomini e donne, le due ragazzine e Pietro, e anche Nino, il prozio ultranovantenne che parlava solo dialetto e che alle cene si faceva vedere solo ogni tanto perch in genere andava a letto molto presto. Tutti chini sulla carta stesa sul tavolo dal geniale Enea. Per vederci meglio avvicinavano le lanterne, qualcuno aveva acceso la torcia del cellulare sui luoghi delle panchine giganti.
Era come se io non esistessi, me ne stavo zitto ad ascoltarli con Black che dormicchiava accucciato ai miei piedi. Per chi non lo avesse capito, visto che di Langhe si trattava, erano loro a decidere quello che dovevo fare.
Guardala quella, ci sono stato con la Sandra,  altissima e tutta rossa, sai quando Sandra e io... una litigata quel giorno, proprio a Neive.
Ma va l, non deve cominciare il suo percorso da Neive. Deve cominciare da pi vicino. Diano d'Alba  qui dietro...
Invece deve cominciare pi su! A Castagnole Monferrato.
Ma dai..., protest Rosetta, Castagnole! Mandalo al Polo Nord che fai prima.
Ma Castagnole, dai! La panchina la conosco,  color granata... il ruch, il vino della domenica. Castagnole qua dietro...
Mark  uno che corre, va su come una lepre, non ha problemi a macinare chilometri.
Inizi un battibecco, finch Pietro lo interruppe: Ma vogliamo chiederlo anche a Mark? Magari se d anche lui uno sguardo alla carta...
Mark non sa niente..., tuon Nino, autorevole. Era la prima volta che lo sentivo parlare in italiano e non in dialetto. Dobbiamo decidere noi la strada da fare.
Per  lui che corre.
E allora perch non andare subito alla panchina gigante di Niella? Che poi c' a pochi metri anche quella di Braglia, cos si fa due panchine in un colpo solo... forse  meglio andare a nord, quella di Fontanile?
Quando mi alzai e dissi: Vado a dar da mangiare a Black, nessuno si sogn di dirmi ma no rimani qui con noi e dicci la tua. Non mi badarono, ma proprio per niente. Me ne andai trasparente come uno spettro e alle mie spalle sentii Teresa che diceva: S per se va fino a Niella mi dici poi dove dorme? Mica pu tornare a casa.
Tornare a casa: queste due parole mi investirono potenti come uno squillo di tromba. La tromba dell'angelo annunciatore che suona per dirti: guarda che sei arrivato, qui  il tuo posto, qui c' casa.
Casa, capito Black?  qui casa. Tua e mia, e ridevo con lui, a casa...  fatta, Black, dove altrimenti dovremmo stare noi due se non qui? Casa: trovavo fantastico che Teresa avesse usato questa parola riferita a me. Non solo venivo accolto, ero anche approvato! Mi guardavo intorno: casa non erano quei muri, quella finestra e i pochi mobili, casa era di pi, molto di pi: era casa, capito Black? Comunque, sai che c'? Uno di questi giorni imbianco, e vernicio anche quegli affari delle finestre. Black caracollava in giro, scodinzolava in attesa e io mi accorsi che sul tavolo c'era un contenitore e un biglietto: caro Mark, ho preparato una pappa per il cane gli piacer ciao Pia. Ma che brava la Pia. Ringraziamo la Pia, dissi a Black e rovesciai il contenuto nella sua ciotola. Mi sedetti a guardarlo mentre divorava non so che cosa ma doveva essere buono. Sentii il rombo di una moto salire alla finestra aperta. Dal rombo valutai che si trattava di robetta, niente di significativo. Infatti quando scesi con Black vidi parcheggiato un misero 350 accanto alla mia moto. Dolly al confronto  la Fata Morgana!
Black corse verso i tigli e io mi infilai sulla panca tra Enea e Pietro, erano tutti infervorati e con il barolo a portata di mano. E io ero il signor Nessuno nel fuoco incrociato della disputa.
...e poi va a Parodo e poi a Dogliani, poi viene su verso Manforte d'Alba... guarda qui...
S, e poi muore!
Non  mica un pancione come te!
Parla per te, io ero sulla panchina di San Martino domenica! Tutto a piedi.
Io insisto..., era di nuovo Nino e continuava a parlare in italiano non in dialetto, ...lui deve partire da Fontanile, chiaro?, e men un gran pugno sul tavolo. Ci sono le querce antiche l, quelle secolari!
E poi chi ce lo porta a Fontanile che  a casa del diavolo? Tu? In sedia a rotelle?, esclam Rosetta.
Va' che strega!, sghignazz Nino, guarda che io con il mio Apecar lo porto dove voglio il signor Meo.
Ma dai, zio..., Enea rideva, non chiamarlo cos anche tu, si chiama Mark.
E secondo me..., disse una voce che riconobbi subito: si sporse dall'oscurit, era seduta accanto a Teresa, in fondo al tavolo, ora illuminata dalla luce delle lanterne, ...per fare un percorso del genere, io farei una cosa.
Non ti avevo mica vista..., la battuta pi geniale che potesse venirmi in mente! La lanterna la illuminava dal basso ma riuscivo comunque a vedere i suoi occhi azzurri che sembravano viola. O forse erano viola. Sei venuta a trovare Black?, mi sembrava strano.
No,  venuta a trovare me, chiar Teresa e le mise un braccio intorno alle spalle. Giulia  una figlioccia per me... suo nonno  stato mio fidanzato, poi  arrivato Pietro, vero Pietro?, e subito aggiunse: Era un veterinario troppo bravo, e anche il figlio, cio il padre di Giulia... bravissimo anche lui e ora abbiamo lei, la pi brava di tutti.
 arrivata adesso..., puntualizz Enea, mentre eri su a dar da mangiare alla tua belva.
Ma allora quel coso  tuo?, indicai alle spalle.
Quel coso  il mio vecchio e fedele Four 350, per tua norma, ribatt lei e rideva, aveva una risata piccola, da topino, di sorprendente allegria per una che aveva di solito un'espressione seria. Era di mio padre.
Lei va in moto come un uomo..., dichiar pomposo Enea, ...va su per i bricchi con il Four, se no col cavolo che arriva ai cascinali alti, la tua moto mica ce la fa!
Boh, vogliamo provare?, e ridevo. Non so, mi sentivo allegro!
Giulia ora era in piena luce, indossava un golfino nero accollato. Avvert il mio sguardo e controll con un piccolo gesto rapido che il primo bottone fosse agganciato mentre io dicevo: Per ora che ci penso, su agli alpeggi io ci vado a piedi. Correndo, e con Black.
Ricordati per che sei partito da Fontanile!, sbrait Nino, il barolo gli stava dando alla testa.
'Spetta, zio, la Giulia stava dicendo che secondo lei..., si intromise Enea, ...secondo te che cosa, Giulia?
Secondo me... beh, io se facessi una cosa cos, e non la farei mai perch non sono allenata..., parlava schiva, con un certo imbarazzo, tutti si erano girati verso di lei per ascoltarla, il suo imbarazzo mi intener, ...io terrei un diario.
Un diario?, si accigli Enea. Tipo quello dei compiti a scuola?
Ma no..., spieg sbadigliando la cugina, ...un diario vuol dire un quaderno dove scrivi ogni giorno quello che ti capita.
Ecco, s, brava Chicca..., disse Giulia, ...proprio questo, un diario giorno per giorno. E non ci scriverei la descrizione di quello che vedi alle panchine giganti, o il panorama, descriverei quello che provi, le emozioni, i sentimenti, la stanchezza, la gioia, la bellezza, o anche la tristezza, la nostalgia, non so..., si gir verso Teresa: ...vero, Teresa? Ti pare? Teresa annu vigorosamente e Giulia riprese rivolgendosi di nuovo a me: Di guide fredde che descrivono le panchine giganti ce ne sono tante, gira a destra, poi a sinistra, poi guarda la chiesa, poi su e poi gi, non  questo che farei. Dicevo insomma il diario di quello che senti e provi stando sulle panchine giganti.
Venne presto il momento di andare a dormire.
A sparecchiare rimanemmo io ed Enea, Giulia se ne and svelta, quasi senza salutarmi, la vidi salire sul suo Four, mettersi il casco e via, e a guardarla allontanarsi sembrava un ragazzo con quei fianchi stretti. Non feci neanche in tempo a dirle che la sua proposta mi piaceva. S, mi piaceva proprio.
Quella notte sporsi dal letto il braccio per tenere la mano appoggiata alla schiena di Black che dormiva sulla stuoia. In quel caldo contatto, confortante, mi domandavo che cosa trasmigrasse a me dalla sua misteriosa animalit e che cosa a lui dal mio essere un umano, ed ero certo che i vantaggi fossero pi miei che suoi. Sentivo il suo respiro, russava anche, con discrezione ma russava. Ero cos felice di averlo con me. Ascoltavo lui, i grilli, gli usignoli e anche il chiu, come lo chiama Enea, che poi ha un altro nome, l'assiolo. Certo, ascoltavo i rumori della notte, i silenziosi rumori della notte di queste Langhe in cui vivevo, ripensavo a Giulia e alla sua risata da topino e a quando aveva detto seria e senza guardarmi, imbarazzata, che se lei fosse in me scriverebbe sentimenti, emozioni. Mi era proprio piaciuta in quel momento. Pensai anche a Susan, che dovevo sentire in quei giorni.
Negli ultimi barlumi del sonno, al mattino, sognai il bisnonno. E mentre preparavo il caff e abbrustolivo un paio di fette di pane, con Black che mi zampettava intorno impaziente di uscire, mi ricordai di lui quando diceva: Mark, attento a non fare cazzate che poi ti si ritorcono contro. Avevo undici anni ma questa frase - come molte altre - non l'ho mai dimenticata.  stato difficile metterla in pratica e, versandomi il caff fumante, pensai che la sola idea di dovermi mettere davanti a un computer, come avevo fatto per anni e anni, mi faceva rizzare i capelli in testa, eppure allora avevo deciso di farlo, e sa il cielo se quella scelta mi si era ritorta contro!
E, a proposito di capelli, adesso che ero stato capace di fare un'altra scelta di vita sapevo che non mi sarebbe mai successo, tra dieci anni, di ritrovarmi pancia in pi e capelli in meno. Per non parlare di tutto il resto.
Black, vecchio mio, che bello essere qui,  come se avessi finalmente aperto gli occhi!
La verit era che avevo scoperto di stare dannatamente bene con me stesso. O meglio, avevo scoperto me stesso.
Preparai da mangiare a Black, poi andai a vestirmi e mi infilai le amate scarpe rosse, ero contento delle mie gambe allenate, ne ero proprio fiero. E mentre bevevo l'ultimo sorso di caff pensai a quante volte avevo sofferto per le bolle ai piedi, le contratture, i crampi, un fastidio al quadricipite e anche la maledetta fitta al muscolo piriforme che  quella robetta mefistofelica fatta a triangolo, piazzata nei glutei che sa farti vedere le stelle. Non mi va di fare l'elenco pietoso e lagnoso di tutti gli accidenti di cui soffrono quelli che corrono, quello che voglio sottolineare di questa vicenda  la strepitosa bellezza che ti fa scoprire la corsa, la vita dentro e fuori di te e la scoperta, la fatica e la gioia di correre in salita.
Andammo a fare una corsa che era appena l'alba, una corsa breve perch poi mi aspettava Pietro. Quando tornammo tutti erano gi svegli, compreso Nino, che andava con il suo Apecar a controllare le sue quattro pecore su in Alta Langa oltre Levice.
Mi piacevano le nuvole bianche e sfilacciate che veleggiavano quel giorno nel cielo, alte, che filavano via da una parte all'altra dell'orizzonte, ogni tanto alzavo gli occhi a guardarle e provavo una sensazione violenta di libert. Nel vento c'era odore di erbe, filari di viti e menta e l'orizzonte di colline mi sembrava il pi bello del mondo. Eravamo Pietro e io a raccogliere l'uva bianca arrancando su per i terrazzamenti, un lavoraccio. Non era propriet di Pietro: Ci si d la mano tra amici, mi aveva detto quando ero salito con Black sul furgone per andare verso il Roero.
Mentre parlavamo ogni tanto abbassavo lo sguardo per vedere Black, disteso sotto il tavolo che scodinzolava e mi restituiva lo sguardo e intanto Pietro versava nei nostri bicchieri il vino mentre Beppe ci metteva davanti i peperoni in bagna cuda e la battuta di Fassona.
Stasera ho la lezione di cucina con Cristina e cucino io, posso riproporre questi peperoni, non li ho mai fatti, e guarda che domani non vado a correre quindi qualsiasi lavoro ci sia da fare ci sono... e poi volevo costruire un tavolo di legno per sostituire quello della cucina, volevo farlo da me, che ne dici?, la casa dove abitavo non era mia, pagavo un affitto a Pietro, ed era giusto parlarne con lui se volevo cambiare qualcosa del mobilio.
D'accordo sul tavolo, quando vuoi cominciamo. Andiamo a prendere il materiale a Canelli, tra l'altro anche l c' una panchina gigante, cominci a vedere dove si trova, anche se secondo me ad andarci da qui a piedi  bello lontano...
Abbiamo ancora tempo per decidere il percorso, e mi veniva da ridere, volevo dire avete il tempo per decidere il percorso.
Eh ma dai, devi capirci... in un certo senso sei un nostro campione, una specie di nostro rappresentante...
Quindi il senso della corsa ...
Ma s,  che corri tu ma  come se corressimo noi tutti..., rise e mi riemp il bicchiere. Dai, bevi, che tanto oggi non corri...
Cos al bar ci facemmo una grappa e mentre eravamo al banco e la moglie di Beppe, eccelsa cuoca e amorevole con gli animali, stava offrendo a Black qualcosa di sopraffino in cucina, Pietro mi mise all'improvviso una mano sulla spalla: Per visto che ti fermi a vivere qui devi cominciare a fare il serio, Mark, aveva la gravit di un generale prima di una battaglia importante.
Che cosa c' che non va?, ero allarmato.
Va tutto benissimo ma devi metterti a lavorare. Te l'ho gi detto che un uomo deve lavorare. Devi cercarti un lavoro, anche se hai da parte i soldi con cui vivere tutta la vita senza muovere un dito.
Dietro al banco Beppe, zitto, puliva, lustrava e ascoltava.
Anche se hai via un mucchio di soldi, mi spiego?, insisteva Pietro.
In realt con quello che ho da parte posso tirare avanti al massimo per un anno. Non di pi. Ho guadagnato tanto,  vero, ma ho speso quasi tutto per comperare la casa nel centro di Londra.
E adesso?
Beh, ci vive Susan...
Mi hai detto che paghi anche tutte le spese, tipo cameriere e bollette, mi sogguardava fisso.
Eh s, e mi aspettavo che parlasse anche dei soldi che mando ai miei, ma di questo non accenn.
Beh, ho smesso di lavorare di colpo, me ne sono andato, e Susan..., non continuai.
Non so, comment lui e vuot il bicchierino, mi sembri un pollo da spennare, scusa se te lo dico.
Cio?, mi sentivo a disagio.
Mi hai detto che Susan dirige una rivista di moda importante. Io vivo qui in campagna ma non sono proprio un asino, un po' lo conosco il mondo, e se sei direttore di certi giornali so anch'io che si guadagnano tanti soldi.
Certo, Susan guadagna bene. Per, io...
Oh, piantala!, mi interruppe. Ti dico una cosa: c', non lontano da qui una grossa azienda, terra buona e tanti filari,  stata governata coi piedi da gente che se ne infischiava;  tutta per aria, mezza devastata ormai, abbandonata, un'azienda vinicola in cui puoi fare anche agricoltura biologica, quella vera, quella doc!, tese il bicchiere per farsi dare un rabbocco da Beppe che continuava a rizzare le orecchie, curioso. Pietro bevve un sorso e poi prosegu:  molto interessante, a saperla trattare bene, ed  in vendita!
 vero, la conosco, intervenne Beppe che evidentemente non si era perso una virgola, avessi i soldi la compererei all'istante: ho saputo anche quanto vogliono... costa una montagna di soldi, ma proprio una montagna. Riemp anche il mio bicchierino e: Quindi scusa Mark, se ho capito qualche cosa, venditi la tua casa di Londra e usali per comperarti l'azienda... vale la pena, accidenti se vale la pena!, punt il dito verso Pietro: Dico bene?
Giusto.  quello che penso anch'io
S, ma...
So a che cosa stai pensando, dichiar Pietro bonario, come puoi dire a Susan di fare le valigie e andarsene da casa tua... vero che stai pensando questo?
E sai cosa ti dico io, Mark?, intervenne Beppe che evidentemente si era preso a cuore la faccenda, ti dico di intascare i milioni di sterline della vendita della tua super casa, diciamo che ne prendi tre... uno lo dai alla tua ex moglie e con gli altri due... ti compri l'azienda e la avvii. E la tua ex moglie l'hai sistemata.
Non  la sua ex moglie, precis Pietro, pignolo.
Urca, e lasci gratis una reggia a una che non  neanche tua moglie?, disse Beppe pi indignato che derisorio. Ha ragione Pietro che sei un pollo da spennare.
Provai il bisogno potente di piantare tutti in asso e andare a correre. Perch sapevo che correre ti depura, ti fa riflettere, ti schiarisce le idee, ti mette in contatto con te stesso, con i veri desideri. Forse. E lei? Susan non era il tipo da approfittarsi cos degli altri e io avevo avuto indubbiamente delle colpe nei suoi confronti.
Andammo a correre, ma non serv a molto, non riuscivo a capire che cosa fosse giusto fare.
Poi andammo da Cristina, per la solita lezione di cucina. Black sempre vicino a me.
Oggi non chiacchieri, sei muto, Cristina mi osservava a braccia incrociate. Sei pensoso?
Succede.
Veniamo a cena da voi domani, con Giulio, cos partecipiamo anche noi alla traccia del percorso per le panchine giganti, me ne ha parlato Sonia, quella che lavora con me al caseificio. Il percorso delle panchine, che idea...
Non dissi niente.
Che hai per la testa? Guai?
Poi smise di tormentarmi perch arriv anche Giulio e ci bevemmo un bicchiere di vino con certe polpettine minuscole che avevo imparato a fare. La cena non fu male. Giulio era entusiasta del mio progetto, passammo la sera a parlarne, ma a me continuava a frullare in un angolo della mente l'infelice frase pollo da spennare. Susan non  cos, continuavo a pensare.
Adesso ci dici che cos'hai per la testa, sbuff Cristina, non ne posso pi della tua aria di quello che sta pensando ad altro.
 che..., decisi di prenderla alla lontana, Pietro e Beppe, sai il Beppe del bar, mi hanno parlato di quell'azienda che  in vendita, quella vinicola, mi sembra che si chiami La Fagiolina o qualcosa cos...
Macch fagiolina, rise Giulio, si chiama La Barbatella, quella che quei due fratelli disgraziati di Torino hanno mandato in malora: l'avevano ereditata dal nonno che era uno con la testa fina. S, adesso  in vendita, hanno chiesto una cifra alta, molto alta, ma  un posto del tutto allo sfascio.
Cristina mi guardava curiosa. Ti interessa? Mi avevano detto, infatti, che non ti mancano i soldi...
Ma che non ti venga un'idea del genere, Mark!, Giulio agitava l'indice facendo no a mezz'aria. Proprio no. Mica ti improvvisi da un momento all'altro viticultore, o contadino... non sai neanche come scegliere le persone valide per lavorarci... ma no, lascia perdere se ti  venuta questa pensata!
Ma s, bisogna intendersene, Mark, sottoline Cristina, mica vieni qui dal nulla a occuparti delle nostre terre.
Forse avevano ragione, che cosa mi stavo mettendo in testa?
Io invece se fossi in te, sai che cosa farei?, Giulio, che lavorava anche lui come tanti alla fabbrica di Alba, era in vena di consigli, io farei la guida turistica qui nelle Langhe.
Questa s che  un'idea!, Cristina si sporse verso di me, sorridente, s, certo, tu sei inglese ma conosci a meraviglia l'italiano, ti studi tutto di questi luoghi, tutto e poi... ci sono un sacco di stranieri che vengono qui e c' sempre bisogno di brave guide turistiche.
E poi  un lavoro divertente. Vai sempre in giro. Se sapessi farlo io...
A te non piacerebbe, dai Giulio... non ti ci vedo a star l a spiegare che gli infernt che poi usano come cantine li scavano nel tufo con le mani...
Vero... io so insegnare a correre ed  quello che mi piace, rise Giulio, per Mark, dopo il percorso delle panchine giganti potresti definire, non saprei, un percorso di alberi. Per esempio Napoleone quando  passato di qui con le sue armate ha piantato dei cedri del Libano in ogni posto che gli piaceva... e ce ne sono ancora, a Monforte d'Alba per dirne uno. Napoleone, conosci, no?, e mi esaminava incerto, sospettando che non conoscessi la Storia.
Ma certo, Napoleone e la battaglia di Marengo, del 14 luglio del 1800, la seconda campagna d'Italia: lo stavo ripetendo a Enea il giorno dopo, nel tardo pomeriggio sotto i tigli.
E chi se ne frega!, comment Enea.
Beh, senti, in quella battaglia ci sono stati duecentocinquantamila morti. Una carneficina.
S, Mark, ma che noia... ogni volta sono una valanga di morti, ma che razza di storia  la Storia? Cadaveri, gente fatta fuori, che ammazza, grazie tante, faccio a meno...
Non aveva mica tutti i torti, e intanto pensavo che avevo voglia di correre.
E poi tu vuoi che io impari tutto alla precisione, fai le pulci a tutto..., si lagnava Enea, non si pu essere cos precisi, e poi  solo un ripasso, basta, non ne posso pi.
Risposi solenne: La storia con la S maiuscola bisogna saperla bene, bisogna sapere che cosa hanno combinato gli uomini nel passato e chi sono stati, se non studi non saprai mai su quale pianeta sei caduto.
Che c'entrano i pianeti, adesso? E poi oggi sei distratto, si vede...
Giusto, continuavo a pensare alla faccenda dell'azienda agricola, bisogna studiare un sacco per capirci qualcosa, ma bisogna studiare anche per fare la guida turistica e l'idea mi affascinava e pensavo anche che in quei giorni avrebbe dovuto telefonare Susan.
E poi mi sentivo una strana inquietudine addosso, e non riuscivo a capire perch.
Allora? Ricominciamo con questa menata della battaglia, Mark?
Non risposi perch mi era arrivato all'orecchio il rombo di una moto che si avvicinava e un momento dopo il Four entr sputacchiando nel cortile.
Ecco com'era la faccenda, mi accorsi di essere emozionato.
Giulia, in jeans e maglietta, con un maglione girato intorno al collo e in sandali, che  una cosa che secondo me non si deve fare mai quando si va in moto. Se cadi ti massacri i piedi.
Parcheggi il Four accanto a Dolly, sul sellino di Dolly era steso il gattone nero e bianco che alz il muso infastidito dall'invasione. Giulia si tolse il casco, pass una mano tra i capelli, fece una carezza al gattone, che grad, poi si diresse verso di me. Mi ero alzato e le andavo incontro, mi sentivo leggero come non so cosa, svolazzante.
Come va?, domand senza sorridermi.
Io bene. E tu?, ero dannatamente contento che fosse arrivata. Molto.
Chiedevo del cane, non di te, ora sorrideva. Un piccolo sorriso stretto. Luminoso.
 l, sotto la panca, sorrisi anch'io, ma lui l'aveva sentita e le stava correndo incontro. Black sta benissimo, dissi come per mascherare quel mio sguardo.
Si salutarono lei ed Enea con certe battute sulla pesca alla mosca, ci andavano ogni tanto insieme, non ne sapevo niente. Giulia si chin su Black che scodinzolava e che cominci a correre tutt'intorno.
Sono venuta a trovare Teresa...
Senti..., le dissi all'improvviso senza lasciarla continuare e cercando di parlare in modo che Enea non mi sentisse, ...stasera cenano tutti qui, stanno per arrivare anche Giulio e Cristina, si metteranno tutti a parlare delle panchine giganti, ma io volevo dirti, ecco, se ti va, tu e io potremmo andarcene... magari su a Gorzegno, mi sembra che ci sia un concerto jazz, naturalmente se ti piace la musica jazz, e quando finii di dire tutta questa tirata avevo la bocca secca.
Intanto guardavo Black che continuava a correre in cortile, intorno a noi.
Un concerto jazz?, la sentii dire con la voce incerta.
A me piacerebbe, e a questo punto la fissai, e pensavo intanto dimmi di s, dimmi di s...
Continuavo a fissarla, muto, aveva ragione Pietro, non era una classica, ma il suo viso rientrava nella categoria di quelli memorabili, di prodigiosa intensit, come avevo letto io da qualche parte e come di sicuro sapeva anche Pietro. Aveva qualcosa di struggente, ecco.
Mi fissava seria, gli occhi erano viola, non azzurri, mentre si mordeva un labbro. La trovai adorabile.
Mi piacerebbe proprio, ripetei a bassa voce, ero turbato e non so dire quanto. Mi resi conto solo dopo che fu quello il momento in cui mi innamorai di lei. Proprio quello. Non era facile da capire. E non era roba da poco. Stavo l ad aspettare la sua risposta, con il fiato tra i denti, e pensavo goodness, e se dice di no perch non le interesso, o se dice di no perch ha il fidanzato? E aspettavo...
Altro che correre in salita!
Ma s, disse lei dopo quella che mi sembr un'eternit. Come se ci fosse voluta davvero una valanga di tempo per valutare la proposta e decidersi. Certo.
Ti va?, mi auguravo di aver capito bene.
Ma s, volentieri, lo disse a voce bassa, sempre fissandomi. Sorrise e con quel sorriso luminoso si sciolse la tensione.
Ecco..., ero felice, respiravo di nuovo, era come quando guadagni la salita e ce la fai, ...ci facciamo dare il furgone da Pietro cos portiamo anche Black, ci stai?
Ci sto, rideva. E si mordeva il labbro. Rideva forse del mio imbarazzo, del mio sollievo troppo evidente, della mia ansia, ma chi se ne frega. Ero di fronte a lei, avrei voluto baciarla ma non lo feci. Lei mi fissava interrogativa e schiva. Io cercavo di capire che cosa le passasse per la mente in quel momento. Mi stava valutando. No, non potevo baciarla. Sarebbe stato un errore. Era come imparare a correre, se fai un gesto sbagliato rovini tutto. Lei sorrise e si avvi verso il Four, avrei voluto fermarla con un abbraccio e baciarla sulla nuca, i capelli le erano scivolati avanti e vedevo quella sua nuca tenera, cosparsa da lentiggini.
Mentre vai a prendere il furgone faccio un salto a salutare Teresa, come se fosse tutto semplice e ovvio quello che avevamo in testa di fare, e io mi precipitai a cercare Pietro che era ancora in magazzino. Non fece una piega e mi tir le chiavi e disse: Me le ridai domattina.
Mentre guidavo, continuavo a pensare quanto fosse impossibile che lei fosse accanto a me. Era silenziosa ma sorridente, ogni tanto la guardavo, con la coda dell'occhio, s, era sorridente. Aveva Black ai piedi, con il muso sulle sue ginocchia. Lo carezzava. La sua mano bianca e sottile sul manto nero di Black.
A Gorzegno girovagammo tra la gente, Black al guinzaglio, lo teneva lei. A un certo punto la presi per mano: Tutto bene? Rise: S, certo, e affid la sua mano alla mia. Dall'emozione non dissi pi niente. Tenevo nella mia la sua mano fresca, sottile ma anche solida, energica. La mano di qualcuno che c'. Avrei voluto dirle quanto mi piaci e invece le dissi: Hai una mano simpatica, e lei ribatt ridendo: Anche tu.
Mangiammo panini e bevemmo qualcosa e intanto c'era il jazz che volteggiava nell'aria, e io mi sentivo esattamente nel posto giusto al momento giusto. Quando fin il concerto ce ne andammo a Mombarcaro, non era lontano, me lo chiese lei di andarci. Mombarcaro, su in alto. Era la prima volta che arrivavo fin lass, c'era il vento tra gli alberi, un frusciare continuo di fronde smosse, la piazza era deserta e ci sedemmo su una panca. Un profumo di bosco.
Beh, quella notte c'erano un sacco di stelle, poi il cielo si copr di nubi e si mise a piovere.
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Capitolo Sedici.
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Il mattino dopo pioveva ancora e mentre facevo il caff telefon Susan. Mi disse che sarebbe venuta a Genova per il Salone Nautico, doveva occuparsi di una mostra per arredamenti di yacht.
Vieni gi a Genova, honey, disse. Ci vediamo l. Ti dir per tempo la data e dove ci incontriamo. Verso la fine del mese. Devo assolutamente parlarti. Mi hai sentita?
Ma s, ero alla finestra e guardavo gi, accanto a Dolly, il Four di Giulia. Lo avevo coperto con un telo, per proteggerlo dalla pioggia.
Giulia non era venuta a dormire da me. Non gliel'avevo nemmeno proposto. Pioveva gi quando eravamo a Mombarcaro, le dissi che non poteva tornare a casa in moto, a meno che non avesse la tuta antipioggia, e lei: D'accordo, allora, per favore, mi porti a casa tu?, cos la accompagnai a casa sua ad Alba. E quando fui davanti al portone di casa sua non mi chiese di salire, mi disse ciao e un momento dopo mi ritrovai con Black sul furgone. Aveva lasciato dietro di s il suo profumo delicato. Ingranando la marcia avevo pensato neanche un bacio, neanche quello.
Allora vieni a Genova?, Susan me lo chiese due volte, come se temesse che potessi dirle di no. La sua voce piuttosto secca mi punse.
Certo, certo che ci sarei andato. Ma non volli sapere che cosa avesse da dirmi. Niente anticipazioni. Per parlarci aspettavo il face to face.
Ci salutammo, lei butt l un altro honey, che mi fece sentire improvvisamente irritato. Ce l'avevo con lei e non capivo il perch. S, ero rabbioso.
Perch diavolo ce l'ho con lei?, lo chiesi a Black che aspettava la sua colazione scodinzolante. Prova a rispondermi, e intanto gli riempivo la ciotola. Bevvi il mio caff affacciato alla finestra aperta su quel paesaggio che mi era diventato tanto familiare e tanto caro, la pioggia di quel mattino, i tigli, i filari lontani, l'onda delle colline. Poi c'era lei adesso a cui pensare. E la desideravo.
Eravamo rimasti d'accordo che sarei andato a prenderla al suo studio verso sera, per via del suo Four. Verso sera quando? Non aveva detto un'ora precisa.
Black, andiamo a correre, ne ho proprio bisogno. Poco dopo, sotto la pioggia e con le mie scarpe rosse infilavo con sollievo il sentiero, correre ormai mi serviva per ritrovarmi, per immergermi nella natura, per il piacere di affrontare una salita lavorando con tutti i muscoli e con la volont, per sentire me stesso e il mondo fuori. Quando corri ti dissolvi nella corsa, ti trasfiguri.
Al rientro continuavo a chiedermi quanto tempo mancava alla sera, cio al momento di andarla a prendere. Un paio di secoli probabilmente. Decisi che avrei imbiancato la cucina e, mentre in magazzino preparavo tutto l'occorrente, Pietro mi disse che non era un'idea ragionevole con quell'umido e quella pioggia. Fa niente. Dovevo far qualcosa.
O diventavo matto. Black tutto contento se ne stava a osservarmi e la radio trasmetteva What's the Story degli Oasis e altri brani che conoscevo a memoria. A vent'anni ero un fan dei fratelli Gallagher. Lavoravo, ascoltavo musica ma soprattutto pensavo a Giulia, a quando eravamo seduti vicini, la sera prima, e io guardavo le sue ciglia ricurve e fitte, senza trucco, e tenevo per me la segreta voglia di baciargliele appena. E rivedevo la sua espressione mentre mi raccontava di suo padre, di quanto fosse noto e amato per la sua bravura: Era uno che non perdeva la pazienza e non l'ho mai sentito trattare male qualcuno, poi mi spieg che aveva imparato da lui a non sfogare sugli altri la luna storta, sai quando hai i nervi e te la prendi con chi ti capita sottomano e che non c'entra niente. Ecco, l'ho visto rimettere al suo posto uno che aveva perso il portafoglio e per sfogarsi maltrattava il cavallo, e questo racconto mi entr forte nell'animo perch ricordai con disagio le mie lune storte di un tempo, poi fu lei ad ascoltarmi a occhi sgranati quando le raccontai del bisnonno, di quella volta che in Cornovaglia eravamo volati dalla moto scivolando sulla ghiaia e rialzandomi gli avevo detto freddo, orgoglioso e rigido: Non mi sono fatto niente, mentre dalle ginocchia sbucciate mi colava sangue e lui, che non si era davvero fatto nulla, mi aveva scrollato sgridandomi: Se ti fai male devi urlare, non devi escludere gli altri dalla tua pena, dal tuo male, dalle tue cadute, non devi fingere che non sia successo niente... mai fingere che non sia successo niente quando cola sangue, capito?
Giulia aveva annuito, Mai fingere...
Mai fingere, vero?, volli sottolineare io. E lei: No, mai.
Quando finalmente arriv il tardo pomeriggio di quel giorno, quando dopo aver aspettato non so quanto, la vidi uscire dall'ambulatorio, certo non potevo - e non volevo - fingere di essere una specie di stoccafisso surgelato con tutto quello che mi sentivo dentro; e cos saltai gi dal furgone con il cuore in tumulto. Non so come riuscii a intuire che anche lei era emozionata, forse per come alz le sopracciglia su di me, interrogativa. Quasi un po' impaurita. Ma non da me.
E allora: Oh my God, dissi e tirai il fiato, mi sembrava di non respirare dalla sera prima. Sono dannatamente contento di vederti.
Ma guarda..., rise lei.
Successe proprio l per strada, non mi resi neanche conto di averla presa tra le braccia. La baciai, anzi, ci baciammo, eccome se ci baciammo, accadde cos. Ci baciammo come due che non si accorgono pi di niente, che la gente passa e guarda sorridendo o pensa ma insomma questi due...
Quella sera cenammo lei e io, da Pietro, con la famigliona, tutti si comportarono come se fosse ovvia la presenza di Giulia insieme a me. Questa volta fu Pietro a stenderci davanti sul tavolo, appena finimmo la cena, la famosa carta delle panchine giganti. Quando mi azzardai a dire la mia qualcuno mi zitt: Lascia stare che ci pensiamo noi, e fu Giulia a ritrovarsi in mano un quaderno che le diede Teresa per iniziare a metter gi le tappe del percorso cominciando da Diano D'Alba, e su questo furono d'accordo tutti, io per niente perch c'ero gi stato. Ehi, zitto..., mi fulmin Nino quando cercai di protestare.
Giulia rideva. Adorabile.
Pioveva ancora e piovve per tutta la notte e sentivamo la pioggia frusciare contro i vetri, stretti l'uno all'altra nel mio letto. Il suo corpo bianco, di sconvolgente e inattesa bellezza quando emerse dai suoi jeans e maglietta da ragazzo, che le sfilai e buttai per terra. Aveva la pelle di velluto. Doveva alzarsi presto per un lavoro in non so quale cascinale, facemmo la doccia insieme e io l'avvolsi nell'accappatoio, era luminosa, i capelli bagnati sulle guance. Occhi viola e bella bocca.
Ormai correvo tutti i giorni, macinavo chilometri correndo e camminando e andando su per certe salite con una gioia selvaggia che non sto a dirvi, con Black sempre al mio fianco, e a Giulia, quando ci ritrovavamo ogni sera, dicevo:  una specie di anarchia correre in questo modo, sei fuori da qualsiasi schema, da qualsiasi conformismo. Corri non per guadagnare, non per produrre, io non sto correndo nemmeno per arrivare primo, sono contro tutto e tutti e mentre corro mi disfo nella natura, la stringevo a me e le baciavo l'incavo tra collo e spalla.
Spesso correvo con Giulio, mi ci voleva un allenamento duro e intenso perch il giro magico delle panchine giganti, come lo avevano chiamato quelli della famigliona, esigeva una forma fisica impeccabile. E quando correvo da solo ripensavo a ogni istante passato con Giulia. E poi nei pensieri mi si infilava ogni tanto, come una lama, l'incontro che avrei avuto con Susan a Genova. Mancava poco, ormai. Il pensiero tornava subito a Giulia, a quanto stavamo bene insieme, a quanto ci raccontavamo di noi stessi.
Quel giorno ce n'eravamo andati fino ad Alice Bel Colle, avevo di nuovo chiesto il furgone a Pietro per non lasciare solo Black, lui mi lanci le chiavi senza commenti. Lei mi aveva detto che ad Alice Bel Colle bisogna andarci perch quando torni non sei pi lo stesso.
Beh, ad Alice Bel Colle, credetemi, non si pu non andarci, a costo di venirci da chiss dove. Mai visto un paesaggio come questo. Unico. Eravamo seduti, lei e io, sulla panchina gigante, con Black che si rotolava nell'erba, l sotto. La panchina era rosa, come il colore dei vini di qui, la chiamano Panchina gigante del sole perch dall'alba al tramonto  illuminata dal sole, e questo ce lo diceva una coppia di anziani di forse ottant'anni che, parlando, alzavano il bastone verso l'immenso paesaggio che si stendeva davanti a noi.
C' da essere grati per la magnificenza del mondo, non credete?, diceva la donna.
L'avete mai visto un orizzonte cos? Solo nelle Langhe, ve lo dico io, questo era lui.
Seduti lass si torna bambini, vero?, e adesso la donna puntava il bastone verso Giulia. Torneresti bambina?
Ma s, rideva e mi stringeva forte la mano.
E tu?, il bastone mi si spian contro come un'arma.
Io..., era la tipica domanda che non sopportavo ma decisi di essere sincero, non ci tengo per niente a tornare bambino.
L'uomo parve indignarsi, e se ne andarono parlottando tra i loro, sempre appoggiati ai loro bastoni. Noi due muti, io schiacciato da quella sgradevolissima domanda, Giulia forse in attesa che le spiegassi. Ma non chiese niente. Rimanemmo a lungo immersi in quel paesaggio che non riesco a descrivere, bisogna andarci ad Alice Bel Colle, bisogna sedersi sulla panchina rosa e lasciarsi andare all'immensit, ecco!
Per pranzo entrammo in una trattoria, eravamo intenti a parlare, Black si accomod sotto il tavolo, lei mi raccontava di quando era ragazzina e suo padre le insegnava a guidare la moto proprio come aveva fatto il bisnonno con me. Non ricordo il men ma il formaggio s, bross lo chiamano, di un piccante che esige un secondo rabbocco di barbaresco: Non arriviamo a casa se continuiamo cos.
Andammo a stenderci nell'erba sotto un olmo, anche lei conosceva il nome degli alberi, e le raccontai del rito di Giulio che celebravo anch'io quando andavo a correre: abbracciare l'albero e ascoltare la linfa e le foglioline pi alte e poi gi fino all'ultima radice, gli scambi minerali e i segnali arborei. Parlavo, ma sentivo che erano rimaste sospese da qualche parte tra di noi le amare parole che io tornare bambino no grazie. Black era disteso accanto a me, tenevo una mano sulla sua schiena, mentre a occhi chiusi ripensavo a quella domanda. Giulia se ne stava silenziosa e amorosa con la testa appoggiata alla mia spalla. Cos decisi che con lei sarebbe stato diverso e cominciai con un: Non mi piace per raccontarla questa storia...
Non ti chiedo niente, Mark, aveva capito subito di che cosa stavo parlando.
Sai perch non mi piace?, proseguii. E dopo aver raccolto un po' di coraggio: Perch a raccontare della mia infanzia faccio la figura della vittima e non voglio che succeda. Del povero bambino abbandonato dai genitori, come il protagonista di un romanzo dell'Ottocento. Che poi mi  andata bene perch a un certo punto  arrivato il bisnonno e lui mi ha rimesso insieme, insomma ha rimesso insieme i pezzi... pi o meno, forse pi che meno, e guardavo i riflessi di sole tra le fronde, sopra di noi. Non ne ho mai parlato con nessuno. Solo con il bisnonno, una volta.
Giulia mi guardava in silenzio. Non ne avevo mai parlato nemmeno con Susan. Me ne vergognavo, come fosse stata colpa mia. La mia prima infanzia era stata terribile, ma gliela raccontai piatta, senza commenti. Alla fine mi sentivo come svuotato.
Per fortuna poi che c' stato il tuo bisnonno...
Non voglio farti pena.
Non mi fai pena, sciocco che sei.
Allora ti racconto anche di dove stanno i miei... adesso hanno un barcone. Stanno in Provenza. Vivono sui canali. Una volta avevano la barca a vela, ci hanno fatto il giro del mondo o quasi.
E come vivono?
La mia banca gli manda un assegno ogni mese.
Per!, comment lei, accigliata.
Tu non lo faresti?
Non lo so...
Beh, io s. Credo per orgoglio o anzi per una strana forma di rivalsa. Mando soldi, posso farlo. Posso ancora farlo. Ma non voglio vederli n sentirli. Questo no. Quando ho cominciato a guadagnare bene facendo il broker loro due l'hanno saputo da mia zia Daphne e si sono fatti vivi. Dicevano che i figli aiutano i genitori. Ok, allora ho mandato loro dei soldi. E continuo a farlo. Sono solo soldi. E continuai: Quando mi abbandonarono, prima mi accolse mio zio Gregory, ma poi fu mia zia Daphne a prendermi con s. Non posso rimpiangere la mia infanzia perch non mi  mai stato permesso di essere bambino. Loro non mi permettevano di essere un bambino, mio zio perch non era in grado di rapportarsi con un bambino e mia zia perch se mi avvicinavo a lei diceva che un uomo non si perde in smancerie, che dovevo essere forte e che dovevo studiare e diventare il migliore. Non importava in quale campo. Dovevo essere il migliore.
Andammo a camminare, silenziosi, tenendoci per mano, Black correva avanti e indietro. E quando risalimmo sul furgone le dissi che aveva ragione, ad Alice Bel Colle bisogna andarci perch dopo non sei pi lo stesso, io per esempio non ero pi il Mark incapace di raccontare di s.
Rimanemmo insieme tutto il giorno, e poi, insieme, la sera, andammo a cena da Pietro, a metter gi - gli altri! - il mio percorso tra le panchine giganti, con Giulio che diceva: Prima di un paio di mesi Mark non  pronto, e Teresa che protestava: Ma lo fai correre d'inverno quando si gela? In giro per le colline sotto zero e in mutande? Ma dai.... E io: Dai, Giulio, non tra un paio di mesi... tra poco, no?
E il figlio maggiore di Pietro, il padre di Enea: Ma tu perch lo vuoi fare questo percorso? Mi sembra faticosissimo. Io per un po' ho corso, poi basta...
Ma s, Mark, perch lo fai?, chiese Enea.
Lo fa perch  il nostro corridore, lo fa per quello e voglio che lo sappiano tutti che abbiamo uno che fa la corsa delle panchine. Il Forrest Gump delle Langhe.
Fate parlare lui..., protest Teresa.
Non lo so il motivo..., eh s, facevo fatica a capirci, sapevo solo che dovevo farlo.
Dopo cena, Giulia e io, sotto la luna piena, attraversammo il cortile e salimmo a casa mia, al buio, con Black dietro, la luce nelle scale era saltata. E visto che nel mio cellulare non c'era la torcia e il suo era scarico, salimmo le scale con attenzione, ma ridendo. Quando arrivammo in cucina, accesi la luce: Ma a te, mi sorrideva, che effetto fa non essere connesso? Tutti hanno il cellulare con dentro un sacco di roba... Non conosco nessuno che va in giro senza come fai tu, anche quando corri, e intanto metteva il suo sotto carica, per le urgenze. Tu non hai i messaggi, non puoi collegarti a internet... non ti d fastidio?
Certo che mi d fastidio..., la abbracciai, sapeva di verbena, non che io conoscessi il profumo di verbena, me lo aveva spiegato lei. Sto scherzando... la cosa che conta  che ci sei tu.
Ridemmo insieme. Era una sensazione bellissima ridere con lei, sentire il suo corpo che si scuoteva nella risata, come se perdesse il controllo. Cos quella sera e i giorni a seguire, appena finiva il lavoro ci incontravamo, stavamo insieme la sera e la notte, sempre insieme.
Fino a quel mattino in cui affidai Black a Pietro. A Genova ci sarei andato con Dolly. C' troppo traffico per il Salone Nautico, mi aveva detto Pietro, meglio se vai in moto. L'appuntamento con Susan era al Porto Antico, alle undici del mattino. Mi aveva telefonato due giorni prima: Devo dirti tante cose. Ti aspetto al Porto Antico, sul molo dove c' l'acquario. Le avevo risposto ok sotto lo sguardo grave di Giulia.
Fidati Giulia, fidati di me.
Scendevo per la strada e pensavo a Giulia, di quando le avevo raccontato di Susan, della mia lunga relazione con lei, della vita a Londra, della casa principesca, le avevo raccontato anche di Syrik, tutto. Ero stato sincero, molto sincero, almeno cos mi pareva: compreso quel mio non dir niente a Susan quando avevo mollato il lavoro di broker e fino alla faccenda della pausa di riflessione e della mia sofferenza, della nostalgia, del mio viaggio a Londra per cercare di recuperare il nostro rapporto e di come le cose fossero rimaste in sospeso. Insomma, avevo vuotato il sacco. Anche Giulia del resto aveva vuotato il sacco, ma la sua relazione con il tizio di Genova, durata un paio di anni, era finita da un bel po', senza pause di riflessione, n strascichi, n rimpianti.
Per quando mi aveva chiesto Ma secondo te, dove hai sbagliato con Susan? Siete stati insieme tanti anni... io per esempio con la mia storia ho sbagliato perch non ho voluto capire che non avevamo niente in comune, le avevo risposto in modo vago che Susan e io avevamo fatto entrambi un sacco di errori, ma quali con precisione non sapevo, mi infastidiva star l a fare analisi e lasciai perdere.
Giulia era stata talmente cauta nelle domande a proposito di Susan da farmi tenerezza, e a un certo punto mi aveva chiesto: Ma che effetto ti fa l'idea di rivederla? Eravamo in cucina, di notte, a berci qualcosa, prima di andare a dormire. Scusa la domanda sciocca, forse sono domande che non si fanno, aveva aggiunto senza guardarmi a ciglia basse, quelle sue lunghe ciglia fitte e ricurve.
Non lo sapevo con esattezza. Forse c'era un timore che serpeggiava da qualche parte, come se trovarmela di fronte rischiasse di vanificare ogni decisione presa negli ultimi tempi. Mi sentivo irrigidito, come dovessi presentarmi di fronte al giudice supremo di tutte le mie azioni! Sentivo nella mia testa le sue domande come quando eravamo a Londra: il tuo progetto sarebbe fare il giro delle panchine? Correndo? E a cosa serve? Non serve a nessuno: mica crei un profitto correndo, mica guadagni. Mica ti fai un nome. Mica entri nel giro della gente che conta.
Mentre costeggiavo il mare, sulla litoranea, pensavo con ansia al fatto che mi sentivo chiamato in giudizio. E mi scocciava essere in moto e non nel furgone con Black. Mi immaginai di averlo vicino, che fosse con me, immaginai di chiedergli un'opinione, come ormai facevo spesso: E tu che cosa ne pensi?, gli chiedevo, e lui mi guardava con i suoi occhi vivaci e mi incoraggiava. Invece ero l da solo con la mia ansia.
C'era un gran sole, quel giorno. Parcheggiai Dolly in un garage, misi casco e giubbotto nel bauletto. Poi mi incamminai. Chiesi ai passanti la strada per il Porto Antico. C'era tanta gente, aveva avuto ragione Pietro. Scesi per i vicoli stipati di gente, era la mia prima volta a Genova. Misi una mano in tasca e strinsi il cellulare, avrei voluto telefonare a Giulia ma lei mi aveva detto: Non telefonarmi quando arrivi, preferisco di no, ci vediamo quando torni..., e pensavo che se l'avessi avuta l vicino mentre mi facevo strada tra la gente mi sarei fermato a baciarla. Arrivai al Porto Antico, percorsi i portici per poi fermarmi a guardare il mare e ne restai abbagliato.
Cercai il molo. Susan mi aveva detto il molo dell'acquario. Mi incamminai e vidi un bar all'aperto. Tavolini. Ombrelloni. Ed eccola l Susan, sotto un ombrellone, seduta a un tavolo. Occhiali da sole, rossetto di un rosso carico, capelli ben acconciati che le arrivano appena alle spalle. Riconobbi i suoi orecchini lunghi di corallo. L'abito, invece non l'avevo mai visto, era di seta e le lasciava le spalle scoperte. Era stupenda.
Non so che cosa ho provato quando mi sono fermato davanti a lei, avevo dentro un groviglio di cose. Rimasi l in piedi col cuore stretto e la guardai.
Accidenti, Mark..., disse lei, e sottoline talmente il mio nome che dal tavolo vicino si girarono. Si sfil lentamente gli occhiali da sole con un gesto un po' melodrammatico,
... ma stai benissimo!
Mi accorsi che dal tavolo vicino due ragazze ci stavano guardando, mi imbarazzai e mi sedetti di fronte a lei.
Che fisico ti  venuto..., Susan poggi gli occhiali sul tavolo, era ben truccata e davvero bellissima, sembri quasi pi alto, e sei anche dimagrito honey. Gi prima non eri male, ma adesso... Ti stai facendo crescere la barba? Sei anche abbronzato..., sorrise e rividi la fossetta, la sua famosa fossetta sulla guancia destra, ...altro che Matthew McConaughey!, e udii quella risata che ben conoscevo, roca e profonda, sensuale. Da mangiauomini, l'aveva definita un giorno Nic, acido.
Sei diventato bellissimo, e rideva ancora.
Tu, tu sei fantastica, glielo dissi di cuore, era bellissima davvero, e mi sentii un idiota.
Non so se fu per l'antica abitudine di raggelarmi nei momenti di turbamento ma di colpo mi sembr di trovarmi in una telenovela, dove i corpi, gli sguardi e le parole sono fasulli ed eccessivi e mi sentii maledettamente fuori posto, come se tutto fosse diventato di cartapesta, tutto finto.
Invece la realt mi cadde addosso tutta insieme all'improvviso, e fu proprio Susan a sbattermela in faccia:
Dobbiamo chiarirci, finalmente, cominci, e poi disse: Io ti voglio bene, Mark.
Non risposi. Mi tirai indietro sullo schienale. Eccoci arrivati, pensai rigido. Adesso mi chiede di rimetterci insieme e io le dico di no.
Invece non fu cos.
Ho un sacco di cose da dirti, in quel momento si avvicin un cameriere e lei ordin due spremute d'arancia, ma io gli chiesi di portarmi un caff. Quando lui si allontan: Stavo ordinando anche per te, prendevi sempre la spremuta, no?
S, ora preferisco un caff, dissi fermo.
Lei sorrise appena e continu: Ho l'impressione che tu e io non abbiamo mai parlato sul serio, Mark. Credo sia il momento di farlo. Ho spento il cellulare. La prima cosa che voglio dirti  che da quando te ne sei andato ho cominciato a riflettere su noi due. Avevo dentro tanta rabbia e non solo per la faccenda di non avermi detto che mollavi il lavoro, quello  stata la ciliegina sulla torta. Era una rabbia che avevo dentro da tanto perch a parte i primi tempi, che eri una delizia, poi hai cominciato a vivere nel tuo mondo e a escludermi. Non mi raccontavi nulla. A volte mi pareva che non ti accorgessi di me.
Io la ascoltavo zitto, ma il cuore mi batteva forte.
E poi le tue abitudini, Mark... sempre le stesse cose alla stessa ora e nello stesso giorno. E io ti venivo dietro perch anche io sono una maledetta abitudinaria, lo so, ma le tue abitudini a volte erano delle maledette manie, come quella volta che ho rotto il manico della tua tazza azzurra con i pesciolini, guai se non bevevi il tuo caff con quella... hai quasi dato di matto e proprio con Syrik, poveraccio, che non c'entrava niente. Ti ricordi?
Me lo ricordavo. Ero furioso. Quella tazza me l'aveva regalata il bisnonno, ma alla fine era solo una tazza. Per lo capisco solo ora.
E quando sei venuto a chiedermi di fare un figlio? Ma dai, non ci potevo credere, ma invece di dirti che non volevo un bambino perch ti sentivo lontano come la luna, io che cosa ti ho detto? Che non potevo perch stavo per avere la promozione. In realt avevo una gran paura, a essere sincera, a dirti che il nostro rapporto faceva acqua da tutte le parti... paura che te ne andassi, paura di restare da sola.
Arriv il cameriere con l'ordinazione. Pagai. Susan tolse la carta alla cannuccia e inizi a bere. Rialz la testa e di nuovo mi guard con quello sguardo diretto, che mi spiazzava. Non ti sto accusando,  stata anche colpa mia se  andato tutto a rotoli, anche io ero dannatamente formale proprio come te. Ero diventata altezzosa, mi sentivo odiosa, ero rabbiosa e non te lo dicevo ma non volevo far sesso con te, non volevo sentirmi le tue mani addosso.
Avevo lo stomaco talmente contratto che non riuscivo nemmeno a bere il caff.
Una cosa che non mi perdono  che per consolarmi mi dicevo: per sto vivendo con Mark.  bello, ricco, riconosciuto, ci invidiano, con lui sono al sicuro... Mark, Mark The Wolf, capisci? Eri chiuso come un'ostrica, abitudinario, noioso?
Pazienza... The Wolf!
Beveva a piccoli sorsi, si guardava intorno, capivo che aveva pensato tanto a ci che mi stava dicendo.
Poi sei venuto a Londra, continu, e ho pensato che forse le cose si sarebbero potute aggiustare, ma ho capito che il Mark che avevo conosciuto tanto tempo prima non esiste pi. Mi parlavi dell'Italia e del cane e della corsa, mi pareva di avere davanti un'altra persona. Noi avevamo dei progetti, Mark, e tu li hai buttati all'aria.
Scuotevo la testa. Dunque, pensavo angosciato, dunque ecco com' andata e io non ho capito niente, un accidente di niente!
Scusami..., riuscii a dire.
Maledizione Mark, io ho sbagliato, ma tu... tu hai mille colpe. Prova a ricordarti tutte le volte che mi hai detto di no, poi ne riparliamo.
Di no? Ti dicevo di no?
Non sto qui a fare elenchi, Mark. Per dirne solo una, quando ti ho supplicato di andare insieme a Parigi, mi hai risposto che ci andavo spesso per lavoro e che non vedevi perch avrei dovuto tornarci con te. Eri davvero un grande stronzo! Nei suoi occhi era ricomparsa la rabbia e io mi sentii un idiota.
Oh, goodness..., continuavo a scuotere la testa e la guardavo con pena, ...io non so come ho fatto a non accorgermene, ero concentrato sul mio lavoro, sui clienti, volevo guadagnare il pi possibile per comprare la casa, pensavo fosse abbastanza...
Non sono venuta qui per avere le tue scuse, poi mi guard di nuovo, e non sono qui per chiederti di rimetterci insieme. Volevo anche dirti che tra poco lascer la tua casa, che trasloco. Mio padre mi ha comprato un appartamento vicino a Marble Arch. Ti avviser quando me ne andr, tra un paio di mesi, la rabbia era sparita, ora mi guardava interrogativa, come per capire che cosa mi passava per la testa.
Volevo essere il migliore, Susan, volevo i clienti migliori, volevo la casa migliore, perch mi hanno insegnato che bisogna aspirare al meglio. Ma ho perso di vista il fatto che non  importante avere il meglio o essere migliori degli altri, ma migliori rispetto a se stessi. Bisogna aspirare a essere la versione migliore di noi stessi e io questo l'avevo perso di vista ma non l'avevo capito. So solo che stavo male, che non potevo pi accettare di andare avanti con quella vita. Ero perso e non sapevo come ritrovarmi.
Cos, la soluzione migliore mi  sembrata quella di fermarmi. E quando l'ho fatto e sono rimasto senza pi nulla ho capito che cosa desideravo veramente. E ho capito anche che non desideriamo le stesse cose. Mi dispiace, Susan. L'ho capito bene quando sono venuto a Londra: eri cos a tuo agio tra i tuoi abiti da sera, i tuoi impegni io, invece, mi sentivo fuori posto e ho capito che quello non  pi il mio mondo.
Allora sei d'accordo anche tu, non possiamo pi stare insieme, sembrava stupita e sollevata allo stesso tempo.
S, credo sia la cosa migliore, per tutti e due, mi alzai e lei fece lo stesso. Mi avvicinai a lei, ci guardammo negli occhi con un sorriso nuovo per entrambi. L'abbracciai e lei ricambi. Fu un abbraccio sincero. Respirai il suo profumo, per l'ultima volta.
Me ne andai. Sapevo, senza bisogno di voltarmi, che Susan aveva di nuovo infilato i suoi occhiali da sole. Forse per nascondere gli occhi lucidi, come stavo facendo io.
Mi ritrovai sotto i portici. Avevo fame ma la fretta di andarmene da Genova mi imped di entrare in un bar. Mentre percorrevo i vicoli telefonai a Nic. Avevo bisogno di sentire la sua voce.
Abbiamo chiuso definitivamente, gli dissi senza premesse.
Sapevo che sarebbe andata a finire cos, mi rispose lapidario. Aveva la capacit di vedere oltre, Nic.
Con Susan avevamo trascorso anni bellissimi. Sapevo di avere molte colpe, forse avevo rovinato tutto, non ero stato sincero con lei ma soprattutto con me stesso. Non devo fare pi gli stessi errori, pensavo. E vedevo nella mia mente Giulia, seduta davanti a me, che rideva per qualcosa che avevo detto, divertita, con il suo sguardo amorevole.
Ritrovare la mia vecchia Dolly mi diede sollievo. Una cosa familiare. Guidai adagio nel traffico congestionato della litoranea, poi da Savona su verso le Langhe e quando mi affacciai su quel profilo d'orizzonte di colline che ormai ben conoscevo, mi sentii finalmente a casa.
Attraversai lento la provinciale che scavalla le colline per dirigermi verso Levice. A destra e a sinistra filari e noccioleti, boschi e di nuovo filari e noccioleti e boschi. Qua e l i primi colori dell'autunno. Fermai la moto su un dosso, a bordo della strada, scesi, mi tolsi il casco e mi guardai intorno. Non c'era nessuno. Ascoltai il silenzio e il fruscio del vento. Nell'aria quel profumo di verde e di menta. Su in alto volteggiava un gheppio. Faceva cos, volteggiava e volteggiava, poi restava immobile, sospeso, fermo come fosse inchiodato al cielo blu e di colpo piombava gi sulla preda nascosta nell'erba.
Oh goodness, mi rivedevo sul molo del Porto Antico davanti a Susan, e non sapevo definire quello che stavo provando.
Dove sei?
A casa. Sotto i tigli, rispose Pietro. E tu?
Sto arrivando. Chiusi la comunicazione, intascai il cellulare, infilai il casco e risalii su Dolly.
Quando arrivai Black mi dimostr una felicit indescrivibile. Aveva riconosciuto il rombo di Dolly, mi era corso incontro ed eccolo l a saltellarmi intorno come un pazzo, guaiva, abbaiava, quasi gli si staccava la coda a forza di scodinzolare, forse si sarebbe anche messo a parlare, chiss, per dirmi ma dove cavolo sei stato per tutto questo tempo, quell'entusiasmo mi commuoveva e mi divertiva allo stesso tempo.
Parcheggiai Dolly, mi levai casco e giubbotto mentre il gattone bianco e nero in attesa sulla porta di casa si preparava a saltare sul sellino con aria di rimprovero. Abbracciai e carezzai Black e gli dissi quanto ero felice di rivederlo e che era il pi bravo cane del mondo e anche bellissimo, ovviamente. Poi mi lasciai cadere sulla panca di fronte a Pietro, al tavolo sotto i tigli. Ero a pezzi.
Sei vivo?, mi scrut.
Circa, Black si era disteso sulla panca accanto a me. Mi fissava adorante. Continuava a scodinzolare. Lo carezzai. Mi lecc la mano.
Hai una faccia...
Immagino...
Noi abbiamo gi pranzato. Cos Teresa ti ha preparato questo, indic il piatto con pane e salame. Poi indic i bicchieri e la bottiglia: Io ho pensato al barolo, e vers a me e a lui. Brindiamo a qualche cosa?
Mah, non so...
Fa niente, tese il bicchiere e facendolo tintinnare contro il mio.
Gli raccontai tutto, senza censurare nessuna delle parole di Susan, nemmeno quelle che mi avevano fatto pi male.
Appoggiai la faccia tra le mani. Respirai a fondo.
Scusa ma  per Susan che ti disperi? Volevi tornare con lei?
Rialzai la testa di scatto: Ma no, non tornerei mai con lei, ma proprio mai.  che io... mi dispiace per non essermi accorto di quanto lei fosse infelice. Possibile che non me ne sia accorto? Ero come perso in un mondo che non mi apparteneva.
Un coglione, concluse lui asciutto. Un coglione come tanti.
Ci fu un bel silenzio lungo.
Ma nella vita si pu cambiare. Qui non ti perderai, anzi, disse infine Pietro.
Pensavo a Giulia. E poi a Susan, che mi diceva che ero rigido, che pensavo solo a me stesso, che non parlavo con lei. No, non avrei ripetuto gli stessi errori.
E poi hai imparato un sacco di cose. Anche a correre.
Ho rimesso a nuovo il mio fisico, ma dentro... dentro credevo di aver fatto chiss che progressi, invece lei mi ha detto delle cose che non mi aspettavo, che io non avevo capito...
Vai, vai di corsa da una panchina gigante all'altra! Vacci! Vedrai che ti aiuter!
E cio?
Come le lumache, sai... devi spurgare un sacco di roba brutta che hai fatto e di roba brutta che ti  rimasta dentro. Tu corri e spurghi. Spurgare, sai che cosa vuol dire in italiano?
S, certo. Lo sapevo.
A casa mia si chiama espiazione, dissi sottovoce.
Mica solo quello, non drammatizziamola, sorrise Pietro, quante volte mi hai parlato della gioia di correre in salita? E qui da noi sono tutte salite. Questo l'hai gi scoperto, questo sai gi che cosa vuol dire, sei gi a met strada della tua maratona
E se non ce la faccio?
...
.
...
Capitolo Diciassette.
...
.
...
Una decina di giorni dopo correvo sulla provinciale numero 249 lungo la linea bianca. Respiro regolare, regolare battito dei piedi sull'asfalto, quando corri lungo la linea bianca puoi arrivare fino al Polo. Potresti non fermarti mai. Sei come ipnotizzato. Lo avevo anche sognato, il bisnonno. Me lo ero anche sognato, il bisnonno, e ripensavo al sogno passando di corsa per Mango, dove avevo affrontato il saliscendi. Black era sempre dietro di me o davanti e ogni tanto si faceva un giretto nell'erba. Avevo freddo, non mi sentivo in gran forma, non avevo grinta, ecco. Ero in qualche modo triste. Occupato da un'ombra cos oscura che non riuscivo a farmi prendere dalla leggerezza della corsa. Avevo dormito aggrappato a Giulia pi che abbracciato a lei e quando avevo aperto gli occhi, mi ero accorto che anche lei era sveglia. E anche Black. E se non ce la faccio?, mi ero svegliato per dire proprio questo, lei sapeva che significato avesse per me la corsa delle panchine giganti. Lei non  una che ti rassicura, meno male. Lei  una che intuisce, che ti ascolta anche se non dici niente, poi a tirar su la testa sei tu. Su la testa e schiena diritta, come quando corri.
Ed ero solo all'inizio
Adesso mi ero infilato dentro per i sentieri, c'era da scendere, un bel dislivello che al ritorno sarebbe stato una salita. In discesa fai pi fatica che in salita, almeno io, i lunghi anni a Londra erano stati tutti in discesa, ma che fatica, che solitudine, che pesantezza! Qui nelle Langhe correvo con il mio amatissimo cane al fianco, e mi guardavo intorno, i colori dell'autunno si erano riversati sui filari, avevo imparato che il giallo chiaro e scuro che serpeggia lungo le foglie delle viti vuol dire che quella  uva bianca, e infatti correvo lungo i versanti del moscato. Mi trovo in un mondo meraviglioso, pensai.
Come aveva deciso la famigliona, la prima tappa era Santo Stefano Belbo, e mentre in discesa stavo attento a dove mettevo i piedi, mi rivedevo davanti un Mark cos come me l'aveva mostrato Susan, un me stesso freddo e sgradevole ma che sapevo vero, in cui mi riconoscevo con precisione e ne provavo una pena profonda. E vergogna. Perch non ero arrivato da solo a capirlo?
I chilometri di questa prima tappa, tra andare e tornare, erano una quarantina. Era quello che per uno che corre si chiama un bigiornaliero, cio un tanto al mattino e un tanto al pomeriggio. In questa prima tappa dovevo arrivare alla panchina gigante sopra Santo Stefano Belbo e poi tornare a casa. Correvo tra i filari di vite screziati di giallo oro, non c'era nessuno in giro, solo i falchi che volavano sopra la mia testa e io nel silenzio di quel mattino, un mattino qualsiasi per gli altri, fondamentale per me.
Eh s, aveva detto la sera prima il figlio di Pietro, il padre di Enea, domani  un giorno importante, cominci 'sta corsa che non  mica facile, ma siamo orgogliosi che tu la faccia.
Avete messo gi un percorso che neanche un cammello..., aveva protestato Rosetta che era sempre e comunque dalla mia parte.
Ma lui mica deve correre per divertimento, era saltata su Cristina, c'era anche lei con Giulio intorno al tavolo, sotto i tigli,  una specie di pellegrinaggio, una prova interiore...
Un'espiazione, aveva puntualizzato Pietro, che ogni tanto aveva l'abitudine di non tenersi le cose per s.
Avevo alzato il bicchiere verso Nino: Brindiamo? Inizio a correre domattina... ti ringrazio perch sei quello che ha pi insistito perch questo giro delle panchine giganti fosse davvero bestiale.
Un uomo  un uomo e deve fare cose per dimostrare che  un uomo, aveva dichiarato lui e poi aveva alzato il bicchiere. Lo vedi? Non mi trema neanche la mano e sono vecchio.  perch sono un uomo.
Diciamo un rompiscatole, aveva precisato Rosetta e tutti avevamo brindato.
Enea si era alzato: E adesso vi leggo l'elenco dei posti dove ci sono le panchine giganti, Mark deve passare per tutte e se non ci riesce... se non ci riesce?
Se non ci riesce noi ci facciamo una figuraccia, al bar mi
sono vantato con tutti che abbiamo un campione e quelli dicono che non ce la far..., e questo l'aveva detto Gianfranco, quello che lavorava a Genova.
Sia chiaro che deve farlo in pochi giorni, aveva detto Giulio. Mica in un anno... altrimenti non vale.
Leggi tu che la calligrafia  la tua, Enea aveva spinto il quadernone verso Giulia.
Prima tappa Santo Stefano Belbo..., aveva letto lei e mi aveva lanciato un sorriso di quelli luminosi, ...poi Coazzolo, Neive, Diano D'Alba...
Diano D'Alba no, ci sono gi stato, avevo protestato. Ho cominciato l a capire la bellezza del paesaggio. Ma basta una volta, no?
Che facciamo? La saltiamo?, Giulia aveva guardato Nino. Potremmo anche cancellarla. In tutto sono quindici panchine. Se ne fa quattordici va bene lo stesso?, e qui aveva guardato me.
Io dico di s, avevo annuito.
Venduta!, aveva confermato Nino, bont sua, e Diano d'Alba era sparita dal percorso.
Allora..., aveva ripreso Giulia, ...per queste tre torni ogni volta a casa. Da Arguello in avanti dormi fuori, passi da una panchina all'altra, e tu..., si era rivolta a Pietro.
Trover sempre qualcuno che lo ospita. Ho gi organizzato tutto aveva confermato lui.
Allora, dopo Neive... Arguello...
Lo conosco, era saltato su Enea. Il paese dei cuc. Ce ne sono un...
Vuoi chiudere il becco cos Giulia continua?, lo aveva sgridato il padre.
Arguello... Niella Belbo, Dogliani, Monforte D'Alba, Monchiero, Piozzo, Carr, Clavesana, Cigli, Niella Tanaro...
A Niella ha il vantaggio che ci sono due panchine giganti vicine, e poi a Clavesana pu andare a salutare l'inventore delle panchine giganti..., l'aveva interrotta Teresa, ... abita l,  inglese, potete farvi una chiacchierata.
Cos per sono tredici, Enea aveva contato sulla punta delle dita.
Tredici mi sembra un numero del cavolo, si era accigliato Giulio.
Va l, sono quattordici, se erano quindici...
Volete farlo morire?, si era indignata Rosetta. Guarda l,  gi magro come un piolo, quando finisce sar trasparente.
Risentivo nella mente quelle voci della sera prima mentre me ne stavo sulla panchina gigante giallo-verdina, colore dell'uva moscata, e sotto di noi Santo Stefano Belbo e le vigne, innumerevoli. Le voci di quelle persone con cui vivevo da quando ero arrivato nelle Langhe, la famigliona. Mi sporsi verso Black disteso ai piedi della panchina: Secondo te, potrei mai fare a meno di questa gente? Secondo te potrei deluderla dicendo io non ce la faccio a correre per tutte le vostre panchine giganti? Secondo te..., Black alz finalmente il muso a guardarmi, lingua penzoloni, sembrava che ridesse, o forse rideva, secondo te ce la faremo ad arrivare in fondo? Tu ce la farai senz'altro Black, ma io..., saltai gi dalla panchina e mi distesi nell'erba accanto a lui. Guardavo il cielo. Nuvole di qua e nuvole di l. Non so per quale associazione di idee mi venne in mente il campo di narcisi che avevo visto a primavera e pensai a Giulia perch quelli erano i suoi fiori prediletti. Misi la mano sulla schiena di Black: E pensare che lo devo a te se l'ho conosciuta: ma quante cose hai portato nella mia vita? Hai portato anche lei, soprattutto lei.
Ripensavo a quando ci eravamo rivisti, Giulia e io, al mio ritorno da Genova. Ero andato ad aspettarla davanti all'ambulatorio, ma quasi non riuscivo a guardarla negli occhi tanto mi sentivo oppresso dal peso di tutto quello che mi aveva detto Susan. Giulia mi era venuta incontro. Aveva intuito l'andirivieni di vergogna e confusione che mi agitava dentro, lo capivo dalla sua espressione. La prima cosa che mi aveva chiesto era stata: Dimmi solo se torni a Londra o resti, e intendeva se continuiamo a stare insieme. Resto, avevo esclamato con forza, ovviamente, sono qui, e resto, ma che cosa dici! E lei mi aveva scrutato, cos adorabile con la sua aria seria, quel suo modo di tenere la schiena diritta e il mento alto, in contrasto con i capelli arruffati. E quella luminosit negli occhi. Mi aveva detto: Non dirmi niente. Non adesso. Me ne parlerai quando... non so quando. Adesso no. Ed eravamo andati a cena da Beppe, una cena silenziosa, con Black sotto il tavolo e noi due che ogni tanto ci stringevamo la mano. Poi a casa a fare l'amore.
Mentre me ne stavo disteso nel prato vicino alla panchina gigante di Santo Stefano Belbo, guardando le nuvole che si lasciavano trasportare dal vento e ripensando a Giulia, mi arriv una musata di Black. E allora? Bere e mangiare? In fondo avevamo fatto un bel po' di chilometri, questa era la sostanza del suo pensiero.
Fu in quel momento, nella fatica dei muscoli che lavoravano, il respiro che mancava, i piedi che andavano, l'aria sulla faccia e il guizzo di gioia che mi rinasceva dentro allargandosi in tutto il corpo e trasportandomi su, che ricominciai a ritrovarmi nella bellezza dello scenario in cui stavo vivendo. Quello in cui avevo scelto di vivere. E Black davanti a me, felice.
Adesso va meglio, dissi a Giulia, eravamo a cena a casa mia, avevamo mangiato qualcosa di leggero, e stavamo bevendo un bicchiere di vino, stamattina ero un disastro... non so se ce la posso fare, ma so che..., mi ero sporto verso di lei, dall'altra parte del tavolo e l'avevo baciata. Non c'era altro da dire. O forse avrei potuto dirle sono innamorato di te. O anche ti amo. Adesso ero pronto a farlo.
Seconda tappa Coazzolo, non certo lungo l'asfaltata 51 ma nei sentieri che vuol dire su di corsa, scollinare, in discesa, su di corsa, scollinare ancora. Non so per quale ragione Black fosse eccitatissimo, forse per la ciotola colma di cibo che lo aspettava alla mta. Correva avanti e indietro, facendo il doppio del percorso. Tu puoi, hai quattro zampe!, gli dicevo, io ne ho solo due. La giornata era ventosa, si percepiva un fresco autunnale. Mentre andavo, devo dire con un bel ritmo, ero posseduto dalla fame: sentivo solo una fame selvaggia. Mi era venuta dopo neanche una decina di chilometri e pensavo e ripensavo a quello che il giorno prima avevo trovato a Santo Stefano Belbo: un panettiere amico di Pietro con una torta di mele e acqua di fonte - niente vino quando corri - mi aveva invitato in casa: Guarda quanti libri, l'avresti mai detto? Io annuivo e intanto spazzolavo la torta, squisita, mentre Black divorava una ciotola colma di delizie. Ripensavo a quella torta e correvo verso Coazzolo e mi domandavo che cosa avesse organizzato l Pietro. Mi aveva dato l'indirizzo di un suo parente che ha un ristorante. Certo quando corri non puoi metterti l a mangiare coniglio in civet e bere barolo, per qualcosa di gustoso s, e arrivammo al ristorante. C'era un cartello sulla saracinesca abbassata: chiuso per ragioni famigliari. Il tipo seduto sulla panca l vicino mi spieg: Mica sono morti, sono andati a farsi la giornata al mare, oggi non si mangia. Capito: niente cugn, quella mostarda d'uva decantata da Pietro che si mangia con i formaggi. Il tipo seduto sulla panca continu: Ma lei lo sa che da qui passava la via del sale, secoli fa? La chiamano cos perch andava in Liguria, i nostri scendevano a portare uva e vino e quelli di gi salivano a portare sale e olio e pesce e anche acciughe... Black e io ascoltavamo a pancia vuota.
Ce ne andammo alla panchina gigante: Mi dispiace, Black, ma io non porto soldi con me quando corro quindi non si mangia, non scodinzol, ingrugnito sulla panchina dipinta di un bell'azzurro, il muso appoggiato sulle zampe anteriori. Ogni tanto mi lanciava uno sguardo: non potevi organizzarti meglio? Ora devo digiunare, io che ti accompagno sempre! Hai ragione, scusami Black.
E non ci consolammo, anche se il panorama era ovviamente straordinario e c'era la piccola cappella medioevale tutta bizzarra dipinta da uno dei due che avevano colorato quella che avevo visto con Pietro, quando ero ancora un Mark incapace di muovere un passo e cieco alla bellezza del mondo. Che strano, per, dissi a Black che continuava a non scodinzolare, sono cos cambiato. Lui mi fissava irritato.
Ce ne andammo mogi da Coazzolo, passammo vicino alle matite giganti usate per sostenere le vigne, cosa che lasci Black del tutto indifferente. Arrivammo a casa di corsa e affamatissimi, dopo non so quante salite e discese e dopo non so quanta pioggia. Ci avventammo sul cibo. Poi crollammo e vagamente nel sonno sentii che Giulia era vicino a me, rientrata tardi dal lavoro, e quando al mattino mi svegliai era gi uscita. Un biglietto sul tavolo, accanto alla mia tazza. Due righe in inglese: I wandered lonely as a cloud... e baci. Adorabile Giulia.
Terza tappa Neive e appena Black e io mettemmo il naso fuori casa si mise a piovere. Ci avviammo di corsa sul sentiero cercando di non insaccare la testa nelle spalle e mi chiedevo che cosa avremmo trovato a Neive, bagnati fradici, al nostro arrivo. Pietro mi aveva dato l'indirizzo di un suo amico viticultore del barbaresco. Correvo tra gli alberi che sgocciolavano e tenevo gli occhi puntati su Black, sembrava sempre che conoscesse la mia mta, infilava i sentieri verso Neive a rotta di collo, correva anche lui raggrumato su s stesso, ogni tanto si voltava come a dirmi  una giornataccia, torniamo a casa. Ma figurati, si continua! La corsa delle panchine giganti si fa con la pioggia e la neve e non solo con il bel tempo, se no che espiazione .
Nella fatica e nel disagio di quella corsa mi tornarono in mente una serie di no che avevo detto a Susan, accidenti se aveva ragione a rinfacciarmeli! Correvo tra le pozzanghere e mi rivedevo davanti al computer, era un sabato, lei sulla porta dello studio mi chiedeva di accompagnarla a trovare una sua vecchia tata che stava non so dove nel Pembrokeshire, sarebbe stata l'occasione per un fine settimana insieme, lei e io lontano da tutto e tutti, e io senza staccare gli occhi dallo schermo le risposi che il sabato ero costretto a lavorare e che domenica mattina sarei andato in giro con Dolly e la sera zia Daphne ci aspettava, come al solito. Lei non disse niente e se ne and richiudendo adagio la porta. E quell'altra volta, e poi quell'altra ancora. Correvo con la pioggia sulla faccia e a cascata mi venivano in mente non so quanti no, oh goodness, ne avevo detti proprio tanti! E perch, poi? Con pena e con vergogna li seminai uno dopo l'altro correndo lungo i sentieri che portano a Neive, sentieri che sono viottoli fangosi, scivolosi, invasi da erbacce, ma erano quelli che avevamo scelto per il mio percorso e che fecero della salita sotto la pioggia per arrivare a Neive una salita eroica, che avevo affrontato solo perch a fianco a me c'era Black, che mi sosteneva a ogni passo. La corsa fu cos dura, ed ero cos dolorante dentro e fuori per la fatica, il rimorso, la pioggia, che quando mi affacciai alla piazza di Neive quasi mi misi a piangere dal sollievo, perch nel furgone parcheggiato avevo riconosciuto quello di Pietro.
Si sporse dal finestrino: Ti ho portato un cambio.
Non siamo ancora arrivati alla panchina.
Ti aspetto qui, poi andiamo dal mio amico e ti rimetti in sesto.
L'incontro con Pietro mi dette una carica di energia. Imboccammo la stradina che scendeva a serpentina, poi girammo a sinistra e corremmo sull'asfalto fino a una piccola valle, passando tra vigne, cespugli di rose che pendevano gonfie d'acqua, e alberi in cui riconobbi dei ciliegi, Pietro mi aveva insegnato tanto sugli alberi. Gettai un'occhiata al cartello sosta del viandante che porta alla panchina. Tranquillo Black, dissi arrampicandomi sulla struttura scivolosa per la pioggia, qui sostiamo un attimo solo.
La panchina  di colore verde intenso, lucidissimo sotto la pioggia che si era fatta fine, e io guardavo il cocuzzolo con la torre di Barbaresco, l di fronte, dall'altra parte della valletta, ma in quel momento francamente il paesaggio quasi non lo vedevo, mi aveva folgorato un pensiero e dissi a Black che aveva cominciato a tremare, quasi come me: Ma io... io ho mai amato veramente Susan? Le ho voluto bene? E lei? Che cosa ci ha tenuto insieme per tanti anni?, Black mi fiss abbacchiato con l'acqua che gli sgocciolava gi dalle orecchie. Ma a te ti voglio bene... mi accorgo che ti voglio bene, e lui mi guardava desolato come a dire: e allora torniamo a casa. Subito saltai gi dalla panchina, ed ero un misero essere inzuppato d'acqua, di sconforto e di confusione... cos conciato mi avventai sulla salita verso la piazza di Neive, e mentre salivo mi si schiar la testa e riuscii a chiedermi che cosa significa voler bene. Volevo bene a Giulia? La amavo da impazzire, ne ero certo, ma voler bene mi sembrava grossomodo una cosa indispensabile quando si ama qualcuno.
Aveva smesso di piovere quando Black e io scendemmo da Neive per imboccare le stradine del ritorno, Pietro ci aveva rifocillati e aveva portato un cambio per me. Un po' correvamo un po' camminavamo, c'era il vento che spazzava via le nuvole e i sentieri erano fangosi. Non lontano da casa scivolai e mi rialzai ammaccato e zoppo.
Il giorno dopo il mio massimo percorso divenne quello dal letto alla sedia in cucina, ma seduto vedevo le stelle dal dolore e dalla sedia andavo al bagno o alla finestra della cucina dove mi affacciavo di pessimo umore con Black che mi si strofinava contro comprensivo e ogni tanto uggiolava come per dirmi ma dai,  solo una pausa, non vuol mica dire che il tuo progetto  fallito, no? Io invece avevo paura di s. E gli dissi: Comunque ogni volta che andr a Neive mi verranno in mente tutti i no che ho riservato a Susan... secondo me questa caduta  stata una punizione degli di, e passai la notte a ripercorrere i miei anni con Susan, non per rimpianto, proprio no, ma per cercare di capire che cosa mi era successo mentre stavo con lei.
Non potevo correre. Quelli di casa, la famigliona per intenderci, venivano a trovarmi uno per volta, si era sparsa la voce che ero di pessimo umore e che non volevo vedere nessuno. Come se uno per volta fosse uguale a nessuno.
Facciamo lo stesso i compiti di matematica vero?, Enea butt i suoi libri sul tavolo della cucina. Ero alla finestra, appoggiato al davanzale, solo a girarmi verso di lui mi sentivo mordere gluteo e coscia dal dolore: Mi fa male stare seduto. E lui pronto: Stai disteso allora, tu ti metti a letto e mi detti... E io sforzandomi di non alzare il tono: Enea, per questa volta sparisci!
Venne Giulio, e su tutto quello che mi disse lascio perdere.
Rosetta port una torta di mele, sapeva che quando corro il mio nutrimento prediletto  quello: L'ho appena sfornata... non mangiarla tutta subito, solo una fetta e il resto per quando ricominci il tuo lavoro, tanto ti manca poco, era ottimista, lei. E chiamava lavoro la corsa da una panchina all'altra. Dai, cos vai a correre prima che scenda la neve. Come no! Ci mancava anche la neve. Zoppicavo per casa e guardavo la mappa del mio percorso da una panchina all'altra, eludendo del tutto le provinciali ed erano sentieri, viottoli, stradine... tutto un saliscendi, una tale quantit di salite... e mi odiavo per essere scivolato cos malamente.
Non vedo l'ora che ricominci, mi disse Pietro dopo qualche giorno, con quella faccia da luna storta non ti sopporto. Quando corri hai l'aria felice, invece adesso sta venendo fuori il peggio di te, mise sul tavolo una bottiglia di barolo e se ne and.
Poi arriv Nino che non faceva ancora giorno. Sporse la testa dalla porta, tenendosi alla larga come se i postumi della mia caduta fossero infettivi: Secondo me hai fatto apposta a farti male perch non sei capace di correre tutta quella faticaccia, e mise per terra un grosso barattolo scuro: Roba di mia nonna, se te la spalmi ti rimetti in piedi.
C'era Giulia con me, si stava preparando per andare al lavoro, mi girai verso di lei: Hai capito? Adesso ho anche fatto apposta, secondo lui, perch non sono capace. Ero furibondo: Io ce l'ho con me stesso per essere caduto, mica con gli altri e poi..., mi appoggiai al tavolo mentre lei andava a raccogliere il barattolo con la pomata della nonna. Me la mise davanti. Pu servire, disse asciutta.
Senti, sospirai, sono stato infernale in questi tre giorni...
Abbastanza, disse lei e intanto controllava la sua borsa da veterinario.
Mi venne vicino, mi baci, afferr la sua borsa e se ne and seguita da Black che scodinzolava amichevole e prima di uscire si volt come per dirmi: che pizza che sei! Dalla finestra vidi il Four infilarsi nel sentiero che porta alla provinciale e Black che scorrazzava tra l'erba e i cespugli di nocciolo oltre i tigli, annusando tracce. Andai a mettermi la pomata della nonna. Non si capiva di che cosa fosse fatta, sul barattolo non c'era scritto niente e l'odore sapeva vagamente di qualcosa di acido, qualcosa come mosto. L'uva delle Langhe era buona anche per questo? Mi fidai e feci bene perch dove non erano serviti gli antinfiammatori e le pillole di Giulio, la pomata della nonna di Nino fece miracoli. Qualche ora dopo cominciavo gi a tirare il fiato, il dolore si stava allentando.
Quello stesso pomeriggio stavo meglio al punto da poter scendere le scale, con Black che mi scodinzolava intorno eccitato. Mi sa che  finita la clausura, gli dissi e camminavo incredulo per il cortile, tra un paio di giorni si ricomincia..., poi incrociai Nino che mi pass vicino con il suo Apecar, si ferm, si sporse con quella sua grinfia derisoria: Visto?  bastato dirti che non sei capace e guarisci.
E io, subito:  stata la tua pomata!
Ma figurati, la pomata!, sghignazz lui, innest la marcia e se ne and sferragliando.
Quella sera con Giulia stendemmo di nuovo la famosa mappa sul tavolo, studiando itinerari; mi mancavano: Arguello, Niella Belbo, Monforte D'Alba, Monchiero, Dogliani, Piozzo, Carr, Clavesana, Cigli, Niella Tanaro e Paroldo, che a vederli sulla carta non sembrano distanti l'uno dall'altro, ma tra di loro c'erano solo viottoli e sentieri e su e gi per le colline. Niella Belbo e Monforte d'Alba, in macchina sulle provinciali, distano poco pi di mezz'ora, il tragitto a piedi per sentieri e viottoli tra i due paesi occupava cinque ore. Cinque ore e ventidue chilometri. In saliscendi. A me toccava farli di corsa.
Mi ci voleva sul serio un duro percorso di meditazione e purificazione perch mi ero reso conto che in quei giorni di dolori non ero stato per niente piacevole. Cos avevo iniziato a giustificarmi affacciandomi alla porta del bagno: Giulia stava per asciugarsi i capelli.
Stavo tentando di fare ammenda per le mie lune storte, e subito lei: No, per favore, ora che  passata lascia stare le scuse, si guardava con piglio critico nello specchio impugnando il phon ancora spento, se mucche e cavalli facessero come gli uomini quando hanno qualcosa che gli fa male, sarebbe un inferno per un veterinario. Per si gir a guardarmi: Comunque quella pomata della nonna... favolosa, per fortuna!, si mise a ridere, accese il phon, butt la testa in avanti facendo spiovere i capelli e fine del dibattito sulle mie lune storte. Quando fummo a letto appoggi la testa sulla mia spalla, i capelli che profumavano come di erbe magiche; sentii d'un tratto una gran voglia di raccontarle ogni parola del mio incontro con Susan e sottovoce cominciai a parlare ma lei si addorment quasi subito. Un sonno di piombo. Allora mentalmente e con il cuore le promisi che non mi sarei mai lasciato andare all'apatia, che con lei avrei sempre cercato di parlare, che mi sarei confidato.
Per un paio di giorni corsi avanti e indietro, lungo i sentieri di sempre, con Black al fianco, tanto per svegliare un po' i muscoli, poi mi mettevo al tavolo sotto i tigli e in un quaderno descrivevo le panchine giganti che avevo gi visitato: di che colore erano e davanti a quale panorama si trovavano, e poi annotai i pensieri su me stesso, sulla mia vita e sugli altri, le mie emozioni, di panchina in panchina.
La prossima tappa era Arguello, da casa quasi ventidue chilometri e circa cinque ore a piedi. Preparai io la colazione quel mattino, Giulia doveva studiare non so che cosa sui suoi appunti di lavoro. E quando finimmo di bere il caff le dissi: Non ci vedremo fino a che non avr concluso il percorso... Paroldo, l'ultima tappa, andai a lavare la tazza, mi secca da morire non vederti, ma devo passare da una tappa all'altra, non posso tornare a casa. E poi subito, per nascondere la stretta al cuore che sentivo senza sapere il perch, le dissi che ad Arguello avrei attaccato la tappa di Niella Belbo. Erano trentacinque chilometri in tutto e avrei dormito l. Pietro mi aveva dato un indirizzo e aveva organizzato il mio arrivo.
Trentacinque chilometri di corsa su e gi... mica male, seduta davanti a me appoggiava il mento alle mani, mi guardava, con un sorriso piccolo piccolo. Non capivo se ammirata per la mia impresa o dispiaciuta per il distacco.
Ma tu mi trovi insopportabile in certi momenti?, non so come mi usc all'improvviso questa domanda.
Certo che ti trovo insopportabile in certi momenti, si alz, mi venne vicino, si chin a baciarmi. Poi and veloce a raccogliere il casco e la giacca da moto: Insopportabile ma anche indispensabile..., si volt, rideva, ... pensa un po'.
No, senti..., mi alzai. Devo dirti una cosa seriamente. Se per caso mi perdo per strada, nel senso che non ce la faccio o che... Insomma, io volevo raccontarti anche quello che mi ha detto Susan, non ne abbiamo ancora...
Scusa, adesso devo andare. Sono gi in ritardo, e scapp via. Trovai un suo biglietto in una delle scarpe rosse, quelle da corsa: I wandered lonely as a cloud..., che  la poesia dedicata ai suoi amati narcisi. E nell'altra scarpa: Buon viaggio amore mio. Infilai i due biglietti nel quaderno dei sentimenti. Mi vestii, o meglio, mi svestii, in mutande come diceva Rosetta. Black mi fissava dalla soglia e scodinzolava. Ogni tanto uggiolava. Sapeva benissimo che cosa stavamo per fare.
E se non ce la faccio?, lo guardai mani sui fianchi. Lui mi fiss probabilmente annoiato dalle mie paturnie! Se non ce la fai sai che c'? C' che sono uno stupido? Esatto, annu e senza scodinzolare galopp verso la scala, non vedeva l'ora di uscire.
Lasciandomi Neviglie sulla sinistra corsi verso sud, direzione Arguello, il dislivello era accettabile, una salita dolce, come l'aveva definita Giulio, ma non c'era molto da fidarsi. Tirava un vento non forte ma aveva dentro una punta cattiva, stava per diventare tramontana. Correvo e sentivo il perfetto accordo tra la respirazione e il battere del passo, correvo e avevo Black davanti o al fianco, eccitatissimo, naso al vento. Ogni tanto spariva di gran carriera nei cespugli di noccioli, poi riemergeva trionfante con l'aria di aver sconfitto un orso e riprendeva a precedermi. Correvo e intanto mi facevo il pelo e il contropelo e adesso la capivo la faccia glaciale di Susan quella volta che eravamo al mare, Brighton come al solito, ed era venuta a trovarci Claire che aveva appena divorziato. Un paio di giorni dopo io e Claire eravamo quasi stati insieme sulla spiaggia. Quanta vergogna avevo provato per quel cedimento.
Correvo verso Arguello, discesa, salita, discesa, salita e intanto pensavo che con Giulia mai e poi mai avrei voluto finire in una situazione del genere. Un po' correvo un po' camminavo, quando correvo andavo su come il vento e sudavo. Spurgo come una lumaca, dissi a Black, vuoi vedere che serve e butto fuori tutto quello che rovina la vita a me e agli altri? Mi lanci un'occhiata indifferente, il suo pensiero era evidente: quand' che si mangia?
Arrivai alla panchina di Arguello facendomi strada tra sciami di bambini che svolazzavano di qua e di l, sembravano farfalle nei loro grembiuli colorati, una gita scolastica alla panchina gigante, dipinta di un bel verde pisello. Pi tardi, io mi ritrovai davanti un bel piatto di pane e fagioli bianchi stufati, la specialit del luogo, mi disse l'amico di Pietro che stava in una casa minima ai margini del paesino, lui, la moglie, i filari di vite, l'orto con i fagioli bianchi e due gatti addormentati al sole. Mentre Black pranz con pane e latte annacquato. Ce ne andammo a stenderci all'ombra di un olmo e lo sentivo che rimuginava: neanche un po' di carne, con tutto questo correre!
Quasi dormivo in piedi quando riprendemmo a correre verso Niella Belbo, altri quindici chilometri, gi in discesa poi in salita, poi salite e discese e filari di vite e noccioli e boschetti e filari di vite. Correvo, evitavo di camminare, ero partito tardi da Arguello e volevo arrivare prima che facesse buio, le giornate si erano accorciate, il vento sollevava foglie secche tutto intorno, dovevo stare attento a non scivolare. Vedevo Black arrancare, e anch'io non ero messo meglio, trentacinque chilometri su e gi non sono una cosa da niente. A Niella, che va tutto in salita, arrivammo entrambi con la lingua di fuori. Non faceva ancora buio ma quasi, la panchina gigante di un bel celeste era affacciata su quello che definiscono un grandioso colpo d'occhio sulla valle della Bormida. La chiamano la Spianata dell'Amore questa altura dove hanno collocato la panchina, romantica definizione che non fece un baffo n a me n tantomeno a Black. Mi fissava mogio: aveva fame. Saltammo gi dalla panchina e corremmo in paese a cercare la casa del parente di Pietro, figlio di cugini, che trovammo ad aspettarci sulla soglia, un uomo immenso con un ventre enorme che ci rimprover: Io a quest'ora vado a letto, non potevate arrivare prima? Black e io con la coda tra le gambe siamo scivolati dentro. L'uomo mi consegn una borsa che gli aveva portato Pietro - il geniale e generoso Pietro - con il mio cambio, un paio di jeans, un asciugamano, lo spazzolino da denti e poco altro. Cenammo in una cucina piena zeppa di padelle appese alle pareti, ciuffi di erbe secche e un sacco di altra roba. Io al tavolo non facevo che ringraziare una vecchietta di non so quanti anni che continuava a riempirmi il piatto. Tre bambini erano appollaiati su una branda accostata al muro - quello che sarebbe stato il mio letto - mi fissavano in silenzio senza perdersi un gesto. Black era fuori in cortile: I cani qui da noi non mangiano in casa, aveva avvertito l'uomo. Lei  la madre di mia suocera, aveva indicato la vecchietta.  la signora Alma. Poi: Qui il cellulare non prende, mi avvert. Quindi, pensai, non posso telefonare a Giulia. Per telefonare bisogna tornare in paese. Non ce la faccio, pensai. Lui con un cenno chiam i tre bambini: Qui andiamo a letto con le galline, e scomparve con la prole nel corridoio mentre ci arrivava una voce femminile adirata: Allora? Si sta svegli fino a domani?
 nervosa e ha ragione, mi inform la signora Alma mettendomi davanti un pezzo di formaggio aspetta il quarto. Poi apr la porta, fece entrare Black e si mise a sferruzzare. Stavo per addormentarmi tra il ticchettare dei suoi ferri e il richiamo di qualche gufo quando udii un ululato e poi ancora un altro. Black ringhi.
Ma cos'?, con una manata ricacciai Black sotto.
Cosa vuol che sia? Sono i lupi.
I lupi? Un coro. Pi vicino ancora. Mi tirai su. Altra manata a Black.
Non so quando riuscii a riprendere sonno, con quegli ululati nelle orecchie, ma trentacinque chilometri di corsa fecero il loro effetto. La signora Alma mi svegli all'alba, scuotendomi una spalla, era ancora quasi buio: Ehi, nani. Devi andare. Ti ho preparato da mangiare. Pietro ha detto di lasciare qui la tua roba che ci pensa lui. Usc in cortile. C'era silenzio. Anzi no, un gallo. Anzi due. Caff e latte in una grande tazzona e fette di pane che divisi con Black.
La incontrai, la signora Alma, quando uscii per dirigermi verso Monforte. Aveva un cestino pieno di uova. Mangiane uno fresco, fatto adesso, depose il cestino su un muretto, tolse di tasca un coltellino, su un uovo apr un piccolo foro, succhia di qui, e subito guardandomi, le uova sono pulite, eh! Succhiai: buono, viscido.
E io: Senta, ma i lupi..., indicai le colline boscose, ormai era giorno ...io vado per sentieri, viottoli, boschi, e non c' mai nessuno...
I lupi non attaccano l'uomo, e mi fissava a occhi socchiusi, come fossi un vigliacco. Quasi mai.
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Capitolo Diciotto.
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Tra filari di viti scendevo gi lungo un sentiero, perch Niella  oltre i settecento metri e Monforte pi in basso. Monforte era la mia tappa successiva. Quattro o cinque ore di cammino. Black mi stava al fianco, orecchie all'erta, se li ricordava anche lui i lupi della notte. Non si era ancora alzato il sole, faceva freddo, il cielo era sereno ma si vedeva qualche nuvola in fondo, speravo non da pioggia. Dai, muoviamoci, e camminavo veloce, avrei iniziato a correre dopo un po'. Girando la curva oltre un boschetto di faggi vidi un prato con un bel po' di pecore, non mi piacque, pensai subito ai lupi. Dove c' pecore c' lupi, diceva sempre zia Daphne, e mai come in quel momento la frase ebbe senso.
Proseguimmo. Ogni volta che si girava Black, mi giravo anch'io. E se in fondo al sentiero, alle mie spalle, avessi visto un lupo? Dal vivo non ne avevo mai visto uno. Com'erano? Quanto erano alti? Quanto veloci? Mi misi a correre tra i boschi, in giro non c'era nessuno, solo richiami tra uccelli e qualcuno di loro, con il sole che frugava tra le fronde, attacc un felicissimo canto melodioso come se non ci fosse alcun pericolo. Peccato che loro stessero tra gli alberi, non per terra, tra sentieri e cespugli, come noi. Black continuava a guardarsi in giro. Io pensavo alla frase di zia Daphne e a quanto fosse vera, anche nella vita: al fatto che qualche volta ci capita di essere lupi o pecore e che ogni tanto i ruoli si possono invertire.
Correvo lungo una piccola valle fitta di vegetazione e oscura, non ci arrivava il sole. Correvo e finalmente riuscivo a capire che un sacco di volte, con i miei no o con i miei musi avevo fatto in modo che Susan fosse o facesse quello che mi andava. E anche viceversa.
E intanto stavo correndo da un bel po', Black filava anche lui senza fermarsi e senza perdersi, puntava diritto verso Monforte come se anche lui non vedesse l'ora di uscire dal folto. Arrivai con sollievo in un paesino e ci fermammo a bere alla fontana.
Proseguii evitando viottoli troppo solitari e quando arrivai a Monforte affrontai con piglio felice le salite, perch dire che Monforte  in salita  dir poco. Sai una cosa, Black?, e intanto cercavamo dove diavolo avessero installato la panchina gigante, sai una cosa? Adesso ci fermiamo qui, come d'accordo con Pietro. Non continuiamo per Monchiero, e con questo programma, che mi sembr un'ottima soluzione al problema lupi, mi arrampicai insieme a Black sulla panchina color viola intenso. Il panorama era suggestivo: un vecchio campanile, che in quel momento inizi a suonare, scosso da uno scampanio.
Quella notte Black e io ci saremmo fermati a dormire in casa di un amico di Pietro che faceva il falegname. La casa era nella zona medioevale di Monforte, in uno dei vicoli. Non c'era campanello, bussai, ma non rispose nessuno. Telefonai a Pietro, e lui mi disse che avrei trovato una chiave in una fessura nella parete in basso a destra e che la mia stanza era quella dove avrei trovato la roba che lui stesso aveva lasciato per me. Mi spieg che il suo amico sarebbe tornato verso sera. Entrai. La borsa era accanto a un letto in una stanza piccola con il soffitto basso, sostenuto da travi. C'era una piccola finestra che dava sui vicoli, una scrivania e tanti libri. In cucina, sul tavolo, trovai vino, pane, formaggi, salumi e una fetta di torta di verdure. Per terra c'era una ciotola per Black.
Trascorremmo la serata a passeggiare nel paese. Chiamai Giulia, mi mancava terribilmente. Parlammo a lungo e la sua presenza non presenza mi trasmise la calma di cui avevo bisogno. Mi addormentai e se anche i lupi si avvicinarono al paese, non li sentii.
Il mattino dopo feci colazione e poi lavai tazza e ciotola lasciando tutto in perfetto ordine. Mi incamminai con Black lungo i sentieri che da Monforte scendono verso Monchiero, la mia tappa successiva. Il percorso che ci attendeva era pi o meno pianeggiante, incontrammo altre pecore che brucavano in giro e filammo via veloci senza fermarci a far domande sui lupi ai due tizi che chiacchieravano l accanto. Continuammo a correre ma senza forzare, sarei arrivato a Monchiero in meno di un'ora. Alberi da frutto, boschetti, case, alberi da frutto, boschetti. Boschetti e niente pi case, noccioleti, e anche un qualcosa che sapeva di pioggia.
Black scart e si infil in un viottolo, deciso. Lo seguii. C'era un torrente. Bevve a grandi linguate rumorose mentre io su un mezzo tronco abbandonato sul greto, ero stanco e la giornata era appena iniziata.
Ho ancora molto da correre, Black, ce la far? Black si mise accanto a me, appoggi la testa al mio ginocchio, mi guard dal basso in alto, i miti occhi bruni stracolmi di affetto, come dicesse: che noia amico mio questa stupida domanda... Ce la far alla fine di questa dura corsa a capire qualcosa di pi di me stesso?... non so, a migliorarmi, e gli carezzavo la testa, lo grattavo dietro le orecchie. Lui sbadigli con un'aria da chi se ne frega. Mi manca Giulia, quello che provo per lei  veramente indescrivibile. Non avevo mai provato un sentimento simile per Susan, me ne rendo conto solo adesso. Sar amore, Black? Ci sono arrivato finalmente?
Con chi stai parlando?, mi si ferm improvvisamente di fronte un ragazzino. Con il cane?
Sto parlando con il cane, s, esatto.
Fai bene, i cani capiscono tutto. Da come sei vestito sei uno che corre.
S, io e il mio cane
Da dove sei partito?
Da Santo Stefano Belbo.
Accidenti..., comment lui.
Gli elencai i paesi attraversati di corsa e quelli che mi restavano, uno dopo l'altro.
Mica da ridere... e poi?
Ultima tappa a Paroldo.
Il paese delle streghe, sbuff. Fossi in te non ci andrei. Ne hanno trovate un sacco di streghe. Anche mia nonna ne conosce una. Per sono meglio dei dottori, guarda. Vai l e ti curano se gli sei simpatico, se non gli sei simpatico la nonna dice che ti fanno diventare ancora pi scemo, poi alz la testa per guardarmi in faccia. Ma tu perch fai questa corsa? Hai fatto una scommessa?
Non proprio. La faccio perch..., esitai per trovare la parola giusta e comprensibile, che non fosse espiazione ma racchiudesse il senso del mio correre e proprio in questa terra di Langhe cos straordinaria.
Allora? Lo sai o non lo sai perch la fai la corsa?
Stavo solo cercando le parole... La faccio perch... Beh,  come nelle fiabe, il protagonista deve superare difficolt e prove anche di coraggio per diventare...
Per diventare un eroe?
Mah, almeno un uomo che...
Ho capito, mi interruppe lui, per diventare uno che non imbroglia nessuno e che fa le cose sul serio.
Fulminante! Quattro parole, e aveva espresso esattamente il senso di tutta la faccenda.
Perfetto!, lo guardai ammirato. Essere eroe  non imbrogliare e far le cose sul serio. Ma questo dove l'hai imparato?
L'hai detto tu: l'ho imparato dalle favole, basta che le leggi e ci capisci, si allontan ma subito torn indietro: Tu sei davvero capace di fare tutta questa impresa?
Perch me lo chiedi?
Perch hai l'aria di uno in vacanza. Non sembri una persona che fa le cose sul serio.
Oh, accidenti, faccio questo effetto, io? E mentre lo guardavo allontanarsi, sentii Black guaire: Che cosa ne dici, Black?
Mi fiss agitandosi: ma allora ci muoviamo o no?
Un attimo, ti faccio questo effetto? Di uno che non fa sul serio?
Per tutta risposta Black trotterell via, raggiunse di nuovo il sentiero oltre i noccioleti, quello che dovevamo imboccare per arrivare a Monchiero. Si gir a guardarmi: ti muovi? Mi misi a correre. Come uno sciame di vespe mi turbinavano intorno un sacco di domande su me stesso, di cui la pi semplice era: davvero sono uno che corre come fosse in vacanza? Uno che non fa sul serio? In questo caso sarei arrivato a Paroldo, ultima tappa, pi scemo di prima? Proprio come vogliono le streghe?
A Monchiero, cos piccolo con quelle poche case, cos antico nei vicoli, cos medioevale, correvo su per la salitina che porta al Borgo Alto, la strada, tra due filari di alberi,  asfaltata, meno male. Girai a sinistra oltre la chiesa, attraversai il prato e Black si avvent a bere alla fontana. Io mi arrampicai sulla panchina gigante fra gli alberi, da cui iniziavano a volare gi foglie secche. Per la prima volta, davanti a quel paesaggio infinito, provai con sorpresa la sensazione di essere nella mia terra, non dico qui a Monchiero, dico in generale nelle Langhe.
 proprio cos, sai, dissi a Black che era seduto ai miei piedi, correre in salita  maledettamente faticoso, eppure  cos che ho scoperto la bellezza della vita. Quando corro in salita sono leggero e sento me stesso, mi sento tutto intero. Sento che la mia esistenza ha un senso e capisco il senso del mondo intorno a me...
Sarebbe?, accanto a me si era arrampicato un tizio in calzoncini come me, un runner insomma, capelli bianchi e aria spigolosa. Sarebbe?
Non  facile da dire.
Mi scusi, ma ho sentito le sue parole sul senso del mondo... con chi stava parlando?
Stavo cercando di spiegare al mio cane che da quando vivo qui nelle Langhe ho imparato emozioni, sentimenti, fatica, lacrime e gioia. Il senso della vita, insomma...
Ah s?, mi guard sospettoso, si stava forse chiedendo se fossi ubriaco. E il suo cane che cosa ne dice?
Mi ha chiesto perch questa panchina  bianca.
Si mise a ridere e stette al gioco: Bene, allora pu dire al suo cane che questa panchina gigante  bianca perch il Tanaro che scorre qui vicino ha scavato le colline e la pietra delle colline  bianca, il cuore delle colline  bianco... di rosso qui c' solo il vino, scivol gi dalla panchina. Dove va, adesso?
A Dogliani... a circa sei chilometri, anch'io saltai a terra.
E le salite?
Non vedo l'ora.
 un bel tipo, lei... e se ne and gi per la discesa.
Beh, mentre filavo verso Dogliani provai una sensazione deliziosa, con Black davanti a me che mi faceva al solito da battistrada, era come se stessi correndo in luoghi del tutto familiari anche se non c'ero mai stato prima, stavo correndo sulla mia terra, in un territorio che mi ero scelto, stavo correndo dove c'era Giulia, dove avrei vissuto il mio futuro... uffa, ridevo correndo, la salita era tosta, ma davvero tosta, e mi sentivo felice.
Goodness! Ce l'avrei fatta ad arrivare alla mia mta? Quella fisica e quella, diciamo, interiore?
A Dogliani, sotto un immenso ippocastano, trovammo la panchina gigante color verde-azzurro, chiss perch quel colore, ma non trovammo nessuno a spiegarcelo. Dogliani  un gioiello di torrette, campanili e chiesette; abbracciai l'ippocastano, appoggiai l'orecchio al tronco per ascoltare le chiacchiere che le radici stavano facendo con le foglie l in cima.
Poi mi voltai verso Black che mi stava aspettando paziente: Io ho fame anche se non sono ancora le dieci di mattina, e tu?, e lui scodinzol, certo che aveva fame, non si faceva che correre! Telefonai a Pietro, mi indic un suo amico dove potevamo andare a fare uno spuntino, non a Dogliani ma a Piozzo, la tappa successiva, a circa nove chilometri.
Guarda che entro oggi devi arrivare fino a Niella Tanaro. L trovi cena e da dormire.
Da qui sono una trentina di chilometri o poco pi, devo ammettere che solo a dirlo mi venne un brivido, per  quasi tutto pianeggiante. Trenta o trentacinque chilometri, correvo da giorni ed era la prima volta che mi buttavo in un'impresa del genere e, mentre pensavo a tutto questo con il cellulare in mano, incontrai lo sguardo di Black che mi stava dicendo: ricominciamo con le lagne?
Ehi, cos' 'sto silenzio? Mi sembri un po' preoccupato o sbaglio? La voce di Pietro era ferma.
Assolutamente no, quindi ora andiamo a Piozzo per uno spuntino, ma a pranzo dove siamo?
A Piozzo vai dal panettiere che trovi vicino alla farmacia,  mio amico, ora lo avviso che arrivi... poi quando sei a Clavesana mi chiami e ti do l'indirizzo per il pranzo, e amichevole: Devi concludere tutto domani.
Se no non vale?
Era questo l'accordo. Gianfranco ha fatto le sue scommesse al bar. Ci stai mettendo la faccia...
Eh gi.
Trenta chilometri o poco pi, in tutto. Entro stasera. C' gente che ne fa trentuno, poi ne aggiunge altri nove. Dario per esempio, un amico che incontravo spesso nei miei allenamenti.
Da Dogliani sono poco pi di nove chilometri fino a Piozzo, arrivai alla panchina gigante color arancio e un forte odore di birra nell'aria per il birrificio che c' di fronte. Il colore arancio  in onore della zucca che coltivano da queste parti e questo me lo disse il panettiere amico di Pietro, mi disse anche che Piozzo  il posto pi bello del mondo. Come dargli torto di fronte alla torta di mele che mi mise sotto il naso, appena sfornata? E anche Black trov un bel po' di roba buona nella sua ciotola.
Poi via di corsa, ma calmo, ben ritmato, rilassato, altrimenti rischiavo di non arrivare a Niella entro sera. Comunque da Piozzo alla tappa seguente, che  Carr, sono neanche cinque chilometri, e ci arrivai al trotto, Black filava fresco come una rosa, io invece non ero al massimo, ero stanco.
No, non sono per niente in forma. Forse non ce la faccio..., mi ero fermato davanti al tetro castello di Carr. Ci eravamo dati appuntamento l con Giulio, che  nato qui e che ci era venuto per qualche giorno a fare non so che lavoro. Giulio rideva difendendosi da Black che appena l'aveva visto gli si era buttato addosso scodinzolando e guaendo, neanche fosse Giulio il suo padrone e non si vedessero da anni, io stavo l ad aspettare la fine di tutte queste moine e mi scocciavo. Era successo anche quando eravamo andati con Giulia alla fiera della lumaca a Cherasco - mi stupii di sapere che qui le lumache le allevano - e nella confusione della folla, tra majorettes, bande musicali, mercanti, degustazioni, bancarelle, frittate di lumaca, risotti di lumaca, lumache arrosto, allo spiedo e in prezzemolo avevamo incontrato Pietro e Teresa, e Black aveva fatto loro le feste. Teresa mi aveva preso in giro: Ma guarda che faccia... sarai mica geloso? Ti scoccia tanto che Black ci faccia tante feste? Io con un sorriso poco convinto dissi no, figuriamoci, non sono geloso... ma quando Giulia e io, entrambi convinti no-lumaca, ci rifugiammo fuori Cherasco in una pizzeria, lei con quel suo sorriso stretto e lo sguardo limpido, disse: Senti, detto solo cos, con leggerezza... non c' mica da vergognarsi a essere gelosi, anche se di un cane.
Davanti al castello di Carr e guardando Black e Giulio abbracciati come due innamorati ripensavo a quelle parole. Avevo addosso un certo malumore che mi rendeva pessimista: Non so se ce la faccio...
Ma che cosa dici... sono meno di trenta chilometri e per lo pi pianeggianti, certo che ce la fai, Giulio sorrideva tutto allegro continuando a carezzare Black. Certo che ce la fai...
Per il vostro castello  proprio tetro, mugugnai.
Il castello era stato costruito per la sicurezza...
Ma quale sicurezza..., si indign una donnina che si era fermata vicino a noi con il suo carrello della spesa, ...la sicurezza  pericolosa, non lo sa, lei?, e Giulio rispose: So solo che devo tornare al lavoro, mi indic il percorso per raggiungere la panchina gigante, inforc la sua bicicletta e via.
Ripensai senza capirla a quella frase, la sicurezza  pericolosa, forse c'era dentro una verit che mi sfuggiva, sta di fatto che, seduto sulla panchina gigante di Carr color oro, guardavo accigliato Black che scorrazzava allegro avanti e indietro e ogni tanto mi guardava con la lingua penzoloni, rideva senz'altro di me e del mio malumore. Mi stava dicendo: sei di malumore, oggi? Poi and a stendersi su una delle piccolissime panchine che circondano quella gigante, quattro panchine nane di colore diverso... e va beh, mi ero scocciato, me ne andai verso la strada, ma con la coda dell'occhio controllai che Black mi seguisse e infatti mi seguiva, Clavesana  qui vicino, gli dissi con tono antipatico quando mi affianc, ancora qualche chilometro, e via di corsa fino alla panchina gigante rosso fuoco di Clavesana Gorrea, la sorpassai senza sedermi, raggiunsi la panchina azzurra di Clavesana Lo Sbaranzo e me ne andai sparato verso la tappa successiva, Cigli, a nove chilometri. Ma Black mi si piazz davanti impedendomi di continuare: aveva fame.
Giusto, e d'un tratto, incontrando lo sguardo mite, affettuoso, insondabile di questo mio adorabile labrador, mi pass tutto: mi pass la luna storta, mi pass il muso lungo... e allora chinandomi a carezzarlo, sussurrai ti prometto che la prossima volta ci sto attento con i miei malumori... o dici che me ne liberer magicamente arrivando a Paroldo?
Chi lo sa... ma andiamo a mangiare o no?
Dopo mangiato evitai di andare a stendermi sotto un albero con Black, non volevo arrivare tardi a Niella Tanaro come mi era successo a Niella Belbo. Cos infilammo subito la strada per Cigli, un po' camminavo, un po' correvo ma piano, sentivo le gambe e mi disturbava sentirle. Invidiavo Black che correva tutto allegro e mi guardavo intorno nel placido paesaggio del pomeriggio: pensavo a Giulia che non aveva ancora voluto sentire quello che mi aveva detto Susan a Genova, e ricordavo che Susan mi aveva sottoposto a un interrogatorio stringente e interminabile e soffocante quando ero tornato da un incontro con una mia ex che doveva rendermi dei libri.
Arrivai alla panchina gigante di Cigli, e secondo due bambini seduti accanto a me il colore era violetto perch non avevano pi altri colori, li avevano finiti tutti e gli era rimasto quello.
Il cielo si rasseren mentre correvo verso Niella Tanaro, sereno s ma con un bel vento teso, autunno insomma, i chilometri erano circa sei, non di pi, e io ero incredulo di essere arrivato alla penultima tappa.
Prima di entrare a Niella mi fermai. Black si accucci ai miei piedi. Era stanco anche lui. E telefonai a Giulia.
Hai la faccia felice, lo sai?, queste furono le parole con cui mi accolse l'amico di Pietro quando mi apr la porta della casa dove mi sarei fermato per la notte. Correre per un sacco di chilometri fa cos felici?
 che mi sentivo ancora addosso le parole che mi aveva detto Giulia, risentivo la sua voce amorevole, risentivo un sacco di cose, e dissi:  che ho appena sentito la mia..., esitai un attimo, ero ancora sulla soglia della cucina, ...ecco, s, la mia ragazza, conclusi e l'uomo mi fiss serio e muto.Come se avessi detto qualcosa di sconveniente.
Mi port in una stanza in soffitta, dove trovai la borsa che aveva lasciato per me Pietro, poi mi mostr il bagno con la doccia: L'ho installata io, disse orgoglioso. Tu lavati, cambiati, poi vieni gi in cucina che c' da mangiare per te e per il tuo cane.
Quando scesi con Black al fianco, nella cucina c'era solo l'amico di Pietro: Io mi chiamo Zeno e gli altri fa niente, sono andati tutti da un'altra parte perch devono continuare a beccarsi ma tu non ci badare, queste sono le grandi gioie della famiglia, non c'era un filo di ironia nella sua voce, era una convinta constatazione dell'inevitabile. E intanto scodellava nel mio piatto una zuppa di verdura, mi metteva accanto vino, pane e formaggio. A Black diede una ciotola stracolma di qualcosa che aveva un odore molto pi appetitoso della mia zuppa di verdura, ma fa niente.
Pietro mi ha raccontato della tua corsa delle panchine giganti e perch la fai. Sei alla fine, mi pare.
Ultima tappa Paroldo. Domani. Sono una ventina di chilometri. Mi sembra impossibile.
Come ti senti?
Svuotato, ripulii il piatto con il pane, s, svuotato, non riesco a pensare pi a niente, e non stetti a lamentarmi delle gambe che frizzavano dalla fatica.
Anche il tuo cane  cotto, sorrise Zeno, indic Black che si era steso l accanto e dormicchiava, ignorato dai due gatti acciambellati sulla credenza. Zeno riprese in mano un lungo ramo che stava ripulendo con un coltello: Sai che legno  questo? Questo  nocciolo e mi serve per fare il mio attrezzo da rabdomante. Sai che cos' un rabdomante?
Parola mai sentita.
Adesso ti spiego. Vedi? Questo bastone finisce a V, con due manici, come puoi vedere, uniti tra di loro e a tutta la lunghezza. Io impugno i due manici e cammino, la punta del bastone deve sfiorare il suolo. A un certo punto quando il bastone si mette a vibrare significa che l sotto c' l'acqua e io mi fermo e segno il punto della vibrazione. E l si scava. Io ho trovato molta acqua... hanno costruito molti pozzi grazie alle mie ricerche. Sono famoso per questo. Non tutti riescono, bisogna essere speciali, e siccome qui vicino c' Paroldo, che  un paese di streghe e stregoni, certe persone dicono che sono uno stregone e hanno paura, mi guardava soddisfatto. Parlavi con Giulia, prima?
Oh, ma qui sapete sempre tutto di tutti, anche da un paese all'altro?, tagliai una fetta dalla forma del formaggio.
Sei innamorato, vero? Ci credo, ci credo.
E perch?
Perch adesso ti ho visto. Con aria pensosa si lisciava i baffoni:  difficile innamorarsi sul serio, caro mio. Pi difficile che trovare l'acqua.
Poi silenzio. Zitti entrambi. Lui con in mente non so che cosa. Io ripensando a Giulia.
Uscimmo insieme per far fare l'ultimo giretto a Black. C'erano tante stelle e un'aria fredda. Camminammo l intorno in silenzio. Poi esclamai: Mi sono dimenticato di passare per la panchina gigante prima di venire qui. Non potremmo andarci adesso?
Vado a prendere la pila.
Ecco, quella di Niella Tanaro fu la panchina gigante su cui mi sedetti di notte, invece che di giorno. A guardare le stelle invece del paesaggio. Il cielo invece della terra.
Un immenso cielo di stelle, Zeno e io a naso all'aria, Black che trotterellava in giro.
Vedi?, disse Zeno a voce bassa come fossimo in chiesa, il mistero  questo, lo abbiamo sulle nostre teste: l'immensit... e noi meno di un bruscolo, siamo qui...
Guardando lo sconfinato lucente spettacolo mi venne in mente il museo di Londra e la famosa mandibola del mammut e quello che diceva il bisnonno. Il bisnonno mi portava anche a guardare le stelle, certe notti mi svegliava e con Dolly andavamo non so dove, a guardare il cielo e lui mi raccontava.
Lo vedi Orione? Quelle tre stelle l..., e fu Zeno a raccontarmi le costellazioni quella notte, e quale fosse Orione e quali fossero le Pleiadi, cose che conoscevo a memoria ma che mi fece bene riascoltare, mi faceva sentire a casa, e sentivamo anche russare Black che si era addormentato sotto la panchina.
La panchina delle stelle  gialla. Zeno la illumin con la torcia perch la vedessi bene.
Mentre tornavamo a casa mi raccont che qui vicino c' una galleria - disse un ipogeo - e che il giorno del solstizio d'inverno il sole, a mezzogiorno, entra a illuminarne il fondo dove probabilmente si trovava un altare di antiche popolazioni.
Vedi che strano?, e sbadigliai, ero a pezzi, anche in Inghilterra c' una cosa cos, identica, su una collina... non  incredibile?
 perch noi sappiamo cos poco di noi stessi, della nostra storia, del perch siamo qui... cos poco... e c' da stupirsi di come non ci rendiamo conto di sapere cos poco... viviamo e facciamo lo stesso i nostri errori o i nostri eroismi. Ma non sappiamo niente... pensa che io non ho mai capito come faccio a trovare l'acqua, so che la trovo e basta. Il resto  un mistero.
Le stelle le vidi anche dalla finestra della stanza in soffitta, Black dormiva accanto al mio letto e io quella notte mi sentivo leggero. Prima di spegnere la luce avevo tolto dalla borsa che mi aveva lasciato Pietro il quaderno in cui, fin dalla prima panchina gigante, quella di Santo Stefano Belbo, avevo scritto non tanto quello che vedevo ma quello che provavo, quello che sentivo, quello che quando ti siedi l su una panchina gigante puoi capire di te stesso davanti a simili orizzonti. A ogni panchina avevo scritto un pensiero, un sentimento, cos aggiunsi quello pensato sulla panchina di Niella Tanaro, nella notte stellata, e credo che tra tutti fu quello che mi commosse di pi.
Il mattino dopo, Zeno e io ci ritrovammo in cucina. Non c'era nessun altro. Black mangiava dalla sua ciotola, io bevevo caff e mangiavo una torta di mele buonissima.
Ah, dimenticavo questo, Zeno tolse di tasca un foglio piegato a met. Me l'ha portato Pietro poco prima che tu arrivassi.  di Giulia. Ha detto di imparare a memoria quello che c' scritto e di lasciare il foglio nella borsa delle tue cose.
Imparare a memoria..., passai la mano sul foglio tutto spiegazzato. Riconobbi la calligrafia di Giulia. Lessi e rilessi.
Mi ha detto Pietro che hai una memoria fantastica... ormai lo sai che qui ci si racconta tutto degli altri, sorrise e mi mise davanti un'altra fetta di torta. Fai in tempo a cacciarti in testa quella roba? Non sono tante righe.
No... non sono tante, e non sto a dire come mi sentivo perch a leggere quello che mi aveva scritto Giulia mi sentivo con una mano sul cuore, come diceva il bisnonno in certe occasioni.
Pietro mi ha detto che con il lavoro che facevi in Inghilterra ti serviva una memoria di ferro. Mi ha detto che eri molto bravo: con la tua memoria arricchivi ancora di pi i ricconi, mi ha detto Pietro. Ora la memoria ti serve per un'altra cosa. Quanto ci metti a cacciarti in testa tutto?
Non tanto, e non feci commenti su quello che era stato il mio lavoro. Avevo ormai capito un sacco di cose in proposito.
Con quel foglio in mano andavo avanti e indietro nel cortiletto davanti alla casa di Zeno, e leggevo, ripetevo, memorizzavo. Zeno, seduto su una panca, mi osservava curioso. Black, accucciato, mi osservava impaziente: quand' che ce ne andiamo a correre?
Neanche un'ora pi tardi, Zeno, io e Black ci avviammo verso i sentieri che portano a Paroldo. Zeno aveva deciso di accompagnarmi per un pezzo.
Hai circa venti chilometri fino a Paroldo, non conosco tanta gente che se la fa a piedi, e neanche di corsa. Ora per non correre, cammina, se no non ti sto dietro.
Camminammo lungo sentieri e viottoli, e mentre Black andava avanti e indietro naso a terra a scoprire chiss cosa, e io annusavo nell'aria fredda odore di muschi e di funghi, Zeno mi raccont della gente dell'Alta Langa, vicende e destini dei suoi parenti e di altri, risalendo fino a nonni e bisnonni,
a nonne e bisnonne. Io ascoltavo e pensavo a quanto abisso ci fosse tra quello che avevo vissuto a Londra e la vita di qui, in questi territori.
Quando ci salutammo gli dissi che ci saremmo rivisti.
Volevo dirti che oggi... oggi  il mio compleanno.
Quanti?
Trentasei.
Hai una vita davanti.
Appena rimasi solo mi misi a correre. Black era di fronte a me. Ancora una volta si comportava come se sapesse la mia destinazione e conoscesse i sentieri e le scorciatoie per arrivarci. Correvo e pensavo alla mia vita e al mio futuro.
Boschi, prati, qualche casolare, un folto di alberi. Black si blocc perch l in fondo passavano dei caprioli. O erano daini? Non sapevo, dovevo imparare ancora tante cose di queste Langhe. Non fiutarono Black e me. Eravamo sottovento. Lui e io rimanemmo immobili. Questo me lo aveva insegnato Pietro in una delle nostre gite, che quando sei sottovento i selvatici possono anche non accorgersi di te, l'importante  non fare rumore.
Aspettammo e li vedemmo sparire uno per volta nel folto.
A mezza voce, o meglio a fior di labbra, agli alberi e alla vegetazione e agli animali che non vedevo e a tutto quello che avevo intorno, dissi ogni parola che mi aveva scritto Giulia e che avevo imparato a memoria nel giorno del mio trentaseiesimo compleanno:
Oh Grande Spirito, la cui voce sento nei venti
e il cui respiro d vita a tutto il mondo, ascoltami.
Vengo davanti a Te, uno dei tuoi tanti figli.
Sono piccolo e debole
Ho bisogno della tua forza e della tua saggezza.
Lasciami camminare tra le cose belle e fa' che i miei occhi ammirino
il tramonto rosso e oro.
Fa' che le mie mani rispettino ci che Tu hai creato
e le mie orecchie siano acute nell'udire la Tua voce.
Fammi saggio, cos che io conosca le lezioni che hai nascosto in ogni
foglia, in ogni roccia.
Cerco forza, non per essere superiore ai miei fratelli, ma per essere
abile a combattere il mio pi grande nemico: me stesso.
Fa' che io sia sempre pronto a venire da Te, con mani pulite ed occhi
diritti
cos che quando la vita svanisce, come la luce al tramonto, il mio
spirito possa venire a te
senza vergogna.
Non so quante volte lungo tutto il percorso fino a Paroldo ripetei questa preghiera: non posso che chiamarla cos.
La panchina gigante di Paroldo  arancione e si affaccia su un panorama straordinario, sulle montagne, il Monviso e tutto quanto. E sopra la panchina c'era seduto Pietro con la sua pipa in mano. Scese appena ci vide arrivare. Black gli balz intorno scodinzolando e non smetteva pi di festeggiarlo. Lui e io ci sorridemmo.
Andammo a sederci sulla panchina.
Ce l'hai fatta.
S, e tirai un respiro di sollievo.
Sei arrivato. Hai concluso. Come ti senti?
Beh..., sorrisi, ...penso di poter essere simpatico alle streghe che vivono qui intorno... penso di s.
Probabile, succhi la pipa spenta, poi: Zeno si  ricordato di darti il foglio che ti ha mandato Giulia?
S.
L'ho letto, per forza. Giulia non lo ha neanche messo in busta. L'ha letto anche Zeno. Mi guard: Te lo dico per correttezza.
Va bene cos, gli sorrisi, forse prima o poi imparer anch'io a farmi i fatti degli altri.
Probabile, ricambi il sorriso. Dopo un momento: Quando dice... fammi saggio, cos che io conosca le lezioni che hai nascosto in ogni foglia, in ogni roccia... quella l'ho imparata a memoria anch'io,  tanto giusta!
Bisogna ripetere tra s quella preghiera stando sulla panchina arancione in giornate come questa e guardare il paesaggio e le catene dei monti. In un certo modo poi non sei pi lo stesso.
Adesso sono pronto ad andare. Ho qui il furgone. Possiamo tornare a casa.
Aspetta, Pietro, volevo dirti che ci ho pensato e ho deciso. Te lo dico in due parole. Andr a Londra per vendere la casa. Sistemo tutto. Poi torno, mi stabilisco qui: compero quell'azienda che dicevi, e le vigne. Ho un sacco di cose da imparare. Che ne pensi?
Che mi hai fatto un regalo! Per me  un regalo sapere che hai deciso cos, annu e sorrideva. Il regalo del tuo compleanno. Tu a me. Sono contento, Mark.
Ci mettemmo di nuovo a guardare insieme il paesaggio, cos immenso sotto i nostri occhi. Anche Black si era accucciato di fronte all'orizzonte.
Andiamo a mangiare qualcosa? Poi andiamo a casa.
Guarda che io adesso devo farmi ancora una salita speciale. Tra i boschi. Non  una tappa. So bene che ho concluso la mia corsa qui a Paroldo. Ma devo andare su.  il regalo di compleanno che faccio a me stesso.
Mi stai dicendo che vuoi correre su a Mombarcaro? Adesso?
A Mombarcaro, s... una decina di chilometri.
Mangiamo qualcosa prima o no?
Black puntava il muso verso di me e scodinzolava: certo che mangiamo qualcosa prima dell'ultima faticaccia!
Invece no, Black. Se mangiamo non ce la facciamo ad andare su. Nove chilometri, capito?
Mi guard deluso. Sbuffando zampett verso il sentiero che scendeva e si gir ad aspettarmi. Pietro e io ci salutammo accanto al suo furgone, e lui si mise alla guida. Non mi disse che sarebbe venuto a prendermi a Mombarcaro e io non glielo domandai.
E quello?, indicai il monumento poco distante.
Quello celebra la vittoria dei piemontesi sui francesi di Napoleone... il 16 aprile, ma l'anno non me lo ricordo. C' scritto l se vuoi andare a vedere. Questo..., mi guard divertito, come vedi questo  un luogo di vittorie.
Mentre salivo su per i boschi verso Mombarcaro il vento si portava in giro foglie secche e dicevo a Black che mi camminava vicino offeso: Dai, vedrai che troviamo un ottimo pranzo da qualche parte... non fare quella faccia. Quel muso, volevo dire.
Sei un compagno fantastico, Black. Un compagno di strada nel vero senso della parola.  meraviglioso avere un cane come te. Non fosse stato per te, non so se ce l'avrei fatta.
Mi precedette e si mise a scodinzolare, segno che aveva capito le mie parole e gli era passata la luna storta. Quando uscii dai sentieri e infilai la strada asfaltata, dopo un po' sentii avvicinarsi uno sferragliare... un Apecar sgangherato si ferm poco avanti e Nino, proprio lui, si sporse con un gran cenno di saluto.
Visto che ce l'ho fatta.
Testa di rapa, ho saputo... volevo solo dirti che ti insegno io a potare le vigne, grid. Te lo insegno io..., e mentre lo sorpassavo senza smettere di correre, ...guarda che  un'arte, capito?
Feci un cenno. S. Avevo capito. Grazie Nino! Si allontan spargendo intorno quel rumore pazzesco, come se il suo Apecar stesse andando in pezzi.
...
.
...
Epilogo.
...
.
...
Ecco.  cos che sono finito a Mombarcaro il giorno del mio compleanno. Me ne sto qui a guardare il paesaggio, quella promessa di mare in fondo all'orizzonte. So che sto aspettando qualcosa e spero tanto di non essermi sbagliato.
E all'improvviso la vedo.
Mi alzo in fretta con il cuore in gola, mi rivolgo al padrone del bar: Non ho da pagare, non porto soldi con me quando corro. Ma torno, te lo prometto e mentre parlo con lui la guardo che mi aspetta.
Ma  offerto, non hai capito? A uno che arriva su di corsa... come minimo!
Non mi stupisco che sappia di me e della mia corsa, lo ringrazio ed esco con Black che mi precede e le corre incontro. Lei si accuccia e si lascia andare a un abbraccio tenero e scomposto. Mi guarda, ride e si sposta i capelli che il vento le butta sul viso. Black si calma e io mi avvicino: Accidenti, sembra un secolo, le sussurro, e lei si appoggia al mio petto e mi circonda con le braccia.
Ciao... come sapevi che ci saremmo rivisti qui, tu e io?
Ho visto il tuo golf sul sedile, nel furgone di Pietro. Il tuo golf rosso, respiro il suo profumo e sento il suo calore sul mio corpo.
Adorabile Giulia.
Credevo venissi al ristorante, gi a Paroldo, l'ultima tappa. Ma quando ho visto Pietro arrivare da solo ho capito.
Lei mi indica il furgone parcheggiato in fondo alla piazza: Pietro ha detto che torna a casa con Nino. In due sull'Apecar. Dice che ce la fanno. Mi guarda e sorride.
Devo dirti tante cose...
Lo so, ma io adesso non voglio sapere niente, adesso  un nuovo inizio, e siamo solo tu e io.
Apro la portiera del furgone e Black  il primo a salire: Tu, io e Black, mi corregge ridendo Giulia.
Quando saliamo mi volto verso di lei e la guardo.
Che cosa facciamo adesso?, mi domanda con il suo sorriso luminoso.
Intanto andiamo al mare, andiamo a vedere il mare da vicino.
Intanto?
S, intanto.
...
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FINE.